Giannino: «Vogliamo far ripartire l’Italia? Servono riforme radicali, ma questo governo tira a campare»

C’è il referendum a condizionare i conti, ma c’è anche la necessità di interventi radicali, dice il giornalista economico di Radio24. Come un super sconto fiscale per gli investimenti in macchinari. Invece, denuncia, «l’azione riformatrice si è fermata e siamo tornati alla continuità con il passato»

Roma Palude

(FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

20 Agosto Ago 2016 0811 20 agosto 2016 20 Agosto 2016 - 08:11
Messe Frankfurt

Troppa continuità con i vecchi vizi dei governi di destra e sinistra degli anni passati, voluntary disclosure inclusa. Poca volontà o coraggio di mettere in campo gli interventi radicali che servirebbero a smuovere le acque torbide dell’economia italiana. Un’azione riformatrice che sembra essersi fermata, banche comprese. Da quel poco che si intradeve della manovra che verrà Oscar Giannino, tra gli opinionisti economici più lucidi, ha solo sensazioni amare. Calci alla lattina per tirare avanti. Mentre di occasioni per intervenire ce ne sarebbero molte: a partire dall’introduzione di premi di produttività nel contratto degli statali in corso di negoziazione.

Cominciamo dalle indiscrezioni: è realistico che otterremo dall’Europa una manovra 25 o addirittura 30 miliardi?

Forse sì, forse no. Ma il problema per me non è decisivo questo.

E qual è?

Sono i macrofenomeni che bloccano l’Italia da 20 anni. Sono tre.

Il primo.

Perché abbiamo sempre attenuato la nostra crescita rispetto ai Paesi Ocse negli ultimi 20 anni? Perché siamo in un loop fatto di bassa occupazione, bassa produttività, bassissimi investimenti, quindi poco consumo e poca domanda interna. Se la sono vista meglio le imprese che dalla metà degli anni Novanta hanno ristrutturato pesantemente e si sono esposte alla concorrenza internazionale, esportando. Sappiamo però che viviamo in un mondo in cui non è il traino della domanda estera la cosa fondamentale, perché da due anni il meccanismo si è inceppato. Il nostro problema è quello interno. Abbiamo visto la riduzione progressiva della crescita del Pil trimestre dopo trimestre e andiamo peggio degli altri anche se vediamo la cosa in un’ottica di medio periodo.

Ok, il secondo.

Il secondo macrofenomeno è che fino a questo momento, nonostante abbia apprezzato riforme come il Jobs Act, c‘è una continuità molto forte di questo governo rispetto alle politiche sostenute dai governi di destra, tecnici e di sinistra negli anni passati. I tecnici hanno accelerato di più perché dovevano rispondere a una crisi. Per il resto le impostazioni di fondo sono state di grande continuità. Il cambio di passo non c’è e non si vede neanche nelle anticipazioni sulla manovra, che finisca per essere di 25 o 30 miliardi.

E infine il terzo?

La mia impressione fino a questo momento, ma magari ci stupiranno nella legge di Stabilità con interventi radicali, è che siamo in una fase di progressivo esaurimento della forza di rinnovamento del governo, non certo di rafforzamento. Per motivi politici, per la dannata coincidenza di questa legge di Stabilità con il referendum. Tutto questo non mi fa immaginare un potenziamento dell’incisività sulle riforme radicali, anzi di interventi radicali.

«C‘è una continuità molto forte di questo governo rispetto alle politiche sostenute dai governi di destra, tecnici e di sinistra negli anni passati. Il cambio di passo non c’è e non si vede neanche nelle anticipazioni sulla manovra»

Qual è la differenza?

Non si tratta solo di riforme ma di interventi. Per esempio i governi, di tutti i tipi, nonostante il debito sia andato avanti, non hanno mai messo in cantiere un intervento energico di abbattimento del debito pubblico. Perché ci si è convinti nel tempo che in realtà il debito pubblico sia un non problema. È cresciuta nell’opinione pubblica e nel dibattito l’idea che si possa essere un Paese avanzato col debito pubblico di oltre il 200%. Poi uno va a vedere il Giappone e scopre che è piantato sui propri talloni da 20 anni. In tutti i casi, il debito pubblico non è considerato una priorità e in questo purtroppo concorre il Quantitative Easing della Bce, perché i governi dei Paesi molto indebitati come noi si stanno comportando come se sia eterno. Questo però all’economia reale non abbatte il premio al rischio, dato che come si è visto ogni Paese con le sue quotazioni di borsa continua a pagare un rischio Paese.

Tradotto: invece che sugli interessi sul debito, gli effetti della sfiducia dei mercati si vedono sul mercato azionario.

Quindi, bisogna partire da grandi tre riflessioni. Ne aggiungo una quarta: la battaglia sulla produttività avrebbe bisogno di un’impostazione altrettanto radicale, perché non passa attraverso una sola riforma. Se uno crede, come penso io che il problema della produttività sia un problema multifattoriale - e su questo Tommaso Monacelli nell’intervista che vi ha rilasciato ha ragione - bisogna farne un punto fondamentale dell’agenda nazionale. Invece non c’è questo punto come punto priorità.

Facciamo un esempio.

Eccolo: quanto diamo oggi ai contratti nella Pubblica amministrazione, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha imposto lo sblocco? il governo ha detto 300 milioni ed era un ballon d’essai. Poi si è parlato di un miliardo, di due, ora il sindacato dice sette. Certo che c’è anche un problema di fondi. Ma se un governo crede che vada migliorata la produttività e si trova nell’opportunità di poter mutare profondamente il contratto della Pa, deve dire in che termini intende agire sulla produttività, e con quali metriche intende monitorarla, in maniera tale da accrescere la produttività zero della Pa. Prima ci si confronta con i sindacati su questo, poi si parla di cifre. Questa questione non è proprio all’orizzonte, nessuno l’ha mai nemmeno citata. Il problema non è solo il meccanismo di valutazione dei contratti quadriennali dei dirigenti pubblici, ammesso e non concesso che quel decreto di attuazione della riforma Madia passi. Il problema riguarda tutta la Pa e lo strumento per risolverlo non è la riforma Madia, è il contratto di lavoro. Io queste cose qua fino a questo momento non le vedo. Vediamo il disegno di legge sulla concorrenza che fine ha fatto.

«Il problema della produttività riguarda tutta la Pa e lo strumento per risolverlo non è la riforma Madia, è il contratto di lavoro»

Le cifre sul Pil sul secondo trimestre, provvisorie ma al di sotto delle attese, in che misura cambiano le carte in tavola?

Le cifre sul Pil sono una conferma di una patologia seria dell’Italia. Vedremo dopo l’incontro di Ventotene tra Renzi, Merkel e Hollande se ci saranno segnali. Ma come noto questa vicenda si concluderà a maggio dell’anno prossimo, mentre la legge di stabilità la devono scrivere prima. Vedo che tutti gli esponenti del Mef sono concordi nel dire che vogliono 10 miliardi in più di spesa. Però fino a questo momento la distribuzione di questi miliardi è una distribuzione non risolutiva.

A proposito, in questi giorni nelle interviste agostane ai vari sottosegretari si è parlato molto di priorità. Il viceministro del Mef Enrico Zanetti è stato chiaro: prima le misure per gli investimenti, stop agli aumenti Iva e taglio dell’Ires. Poi interventi per chi è senza lavoro e aumenti degli statali. Solo in coda gli aumenti per i pensionati. Altri esponenti della maggioranza, come Damiano, Nencini e altri stanno dando altre priorità, di segno opposto. Come finirà?

Con un compromessaccio. Perché, come noto, la legge di Stabilità sarà forse a malapena approvata da un ramo del Parlamento quando ci sarà il referendum. Poi a seconda del risultato del referendum vedremo come sarà impostata. È evidente che ci sarà un compromesso. Non vengo dalla Luna e so che i compromessi esistono. Ma se prendo alla lettera quello che dice Enrico Morando, ossia “prima la produttività”, mi aspetterei che non ci si limitasse a confermare il superammortamento sl 140% per gli investimenti in macchinari. È utilissimo per carità. Proprio per questo se uno crede, anche dopo i dati negativi sulla produzione industriale, che gli investimenti siano la prima vera priorità, deve dire: il 140% non basta. Arrivo fino, lo dico paradossalmente, al 1.000 per cento. Questo il primo anno che va in vigore, poi va in decalage. Sarebbe però è un maxi incentivo fiscale.

Con un costo.

Sono soldi in meno. Però, rispetto all’andamento degli investimenti italiani, c’è bisogno di interventi radicali di questo tipo. C‘è un dato che mi ha colpito, io stesso l’ho scoperto solo pochi mesi fa da un libro, “Torniamo a industriarci”, del professor Riccardo Gallo. Ha fatto un po’ di conti retrospettivi sul campione delle imprese industriali di Mediobanca. È dall’anno del signore 1995 che il totale degli investimenti netti di quel campione di imprese industriali è annualmente inferiore alla quota annuale dei loro ammortamenti. Significa che gli ammortamenti per spesare pluriennalmente il valore di abbattimento degli investimenti precedenti sono da allora superiori rispetto agli investimenti netti che vengono varati. Questo è un dato spaventevole.

Anche le imprese hanno una responsabilità?

Ha ragione Ferruccio de Bortoli quando dice che le imprese dovrebbero anche guardarsi in casa. Anche perché in quel libro si ricorda che negli ultimi 25 anni, sempre nello stesso campione di aziende, il totale dei risultati andati a dividendo ha superato quello degli utili. È evidente che c’è un problema anche di modello di impresa nel nostro Paese.

«Se la produttività è la priorità, mi aspetterei che non ci si limitasse a confermare il superammortamento sl 140% per gli investimenti in macchinari. Arriviamo al 1.000 per cento. C’è bisogno di interventi radicali di questo tipo»

Torniamo alla manovra. Come si sta delineando?

Ovviamente siamo ancora a cose largamente acerbe, nulla di serio su cui poter fare un’analisi vera. Si parla però di 300 milioni da mettere qua, altri da mettere là. Prendiamo i prepensionamenti: è un dibattito tutto politico. In un Paese che ha occupati il 57%, cioè più di venti punti in meno della Germania, il problema può essere prepensionare chi il lavoro ce l’ha? A me sembra che la risposta sia automatica: no. E invece c’è un’area del Pd che ne fa una questione di tenuta sociale e politica e che vuole svuotare la legge Fornero: moltiplicando gli esodati che non erano nella definizione di esodati della legge Fornero e poi con il pensionamento flessibile. Rispetto Cesare Damiano, che queste cose le ha sempre dette. Ma ci saranno miliardi in ballo. E il Parlamento lo sappiamo da adesso che estenderà ulteriormente la dotazione. Ecco: è la somma di tutti questi interventi vari che porta ad avere 25 miliardi di manovra. Ma che cosa c’è di decisivo? È chiaro che è facile criticare. Ma da tanti anni dico, ultima ruota del carro di chi la pensa come me, che ci vogliono interventi radicali.

Solo sulla produzione o su altro?

Anche su altro. Interventi radicali ci devono essere anche sul welfare, sulla povertà, per chi non ha niente. Non si tratta di essere di destra o di sinistra. Ci vuole un maxi accorpamento di tutto questo incredibile elenco di sostegni al reddito di chi ha meno tra misure nazionali, regionali e comunali, in vista di una misura unica. Io dico una tassazione negativa alla Hayek, fino alla somma di poco inferiore alla povertà relativa Istat. Quindi una cosa che costa, per finanziare la quale devi fare tagli da altre parti. Però: c’è qualcosa di quel genere? No, dalle cose che abbiamo visto fino a questo momento. C’è un sistema previdenziale impostato sui giovani? No, perché il dibattito sui prepensionamenti dimentica che noi avremo bisogno della previdenza da usare come leva positiva per aumentare l’occupabilità dei giovani. Al paese mio questo significa fare una rivoluzione di come si fanno le aliquote retributive.

In che direzione?

Bisogna far pagare meno in ragione del numero di anni di contribuzione e di continuità contributiva. Dopodiché si accresce il contributo nell’arco vitale. Quindi attuarialmente l’inps incassa lo stesso, all’inizio meno e poi di più. Ma intanto cresce la quota di occupati, perché diminuisce la quota di contributi che pagano sia i lavoratori sia le imprese. C’è una cosa di questo genere? No, non c’è. Come si vede io non penso solo alle imprese. Un Paese come il nostro ha una miriade di problemi diversi: la produttività, la bassa occupazione, la previdenza non per giovani, il problema del credito. Anche qui abbiamo perso tutto lo slancio.

Le banche come primo problema.

Il governo è stato positivissimo all’inizio con la riforma delle banche popolari. È stato un male che si sia fatto convincere dai regolatori a non fare la riforma contestuale delle Bcc, che alla fine è qualcosa che sta richiedendo tempi millenari. Voglio vedere come e quando si realizzerà l’accorpamento in pochi soggetti di quelle centinaia di banche locali. Per il resto sul credito siamo appesi a un intervento su Mps. Auguri, perché la complessità di pezzi che devono entrare in sinergia per rendere credibile quel piano è tale che non è difficile immaginare che qualcosa non andrà per il verso giusto.

«In un Paese che ha occupati il 57%, cioè più di venti punti in meno della Germania, il problema può essere prepensionare chi il lavoro ce l’ha? A me sembra che la risposta sia automatica: no»

In questi giorni le simulazioni della manovra stanno facendo i conti senza l’oste di Mps? L’eventuale necessità di un intervento pubblico potrebbe cambiare tutto?

Siamo appesi a JP Morgan. Però neanche lei è in grado di fare miracoli. È una cosa tutta da vedere. Non è un intervento semplice e i rischi sono molto alti. Anche perché mi immagino che l’aumento di capitale di Unicredit arrivi prima che il carrozzone della vendita di Npl e dell’aumento di capitale di Siena si metta in moto. Quello disintermedierà per forza disponibilità internazionali a entrare nel capitale di Mps.

Cerchiamo delle note di ottimismo. Il ministro Graziano Delrio che, a margine dell’accordo con Ryanair, ha detto che dove ci sono possibilità di investimento bisognare dare priorità a quelli rispetto alla cassa. È un approccio da salutare positivamente?

Io do atto che Delrio al ministero delle Infrastrutture sta tentanto di fare il possibile. Quanti anni sono però che ci sentiamo di dire dai governi di destra e di sinistra che sono le opere pubbliche il grande volano per uscire dalla crisi? Io un po’ di scetticismo ce l’ho. È poi fenomenale vedere la cosa di Ryanair, per due ordini di ragioni. La prima: il governo ha messo una tassa, la leva e dice: “giù le tasse”. È pittoresco. È un gioco a somma zero. La seconda: si vede che nel mercato, lo dico per gli antiglobalisti, ci sono compagnie low cost e globaliste che fanno molto di più per i passeggeri italiani di quanto il vettore nazionale sia quando era pubblico, sia quando era ipersussidiato per darlo ai privati, sia stato in grado di fare.

È in corso una battaglia per interposta persona tra Renzi e Padoan, con tutte queste interviste di viceministri?

Forse sì, forse no. Io ho una grande stima di Padoan. Lo considero il più grande regalo, largamente non compreso, che Napolitano fece a Renzi all’atto della costituzione del governo. È una persona con un’esperienza e un curriculum tali da aver dato al governo Renzi una credibilità che altrimenti avrebbe faticato molto a guadagnarsi in tutti i passaggi tra Bruxelles, Francoforte, Washington. Ho imparato come osservatore che Padoan è un politico, non è solo un tecnico. Fatico molto a immaginarmelo al centro di uno scontro personale. Poi vedremo. Io penso che, se vediamo queste interviste ai vari viceministri, è perché il Mef è sempre stato molto più plurale rispetto ad altri ministeri nella sua comunicazione. È sempre stata una scelta di Padoan, che non è un accentratore ma utilizza le chiavi specifiche politico-culturali di una pluralità di persone che ci sono al Mef per coprire più note dello spartito. Vedo però in questo anche un segno della necessità di spersonalizzare l’eccessiva esposizione di Renzi, che più si avvicina un referendum più rischia di essere un problema.

«Voluntary disclosure: la storia si ripete in Italia: sono tutti buoni a dire che non faranno come i predecessori. Salvo contraddirsi»

Che succede, seriamente, se il referendum costituzionale non passa? Davvero non ci saranno terremoti grazie allo scudo del Qe?

Io penso che lo scudo ci sarà. Certo la reazione sul premio a rischio del Paese non sarà una reazione positiva. Però non è quella la rivoluzione italiana. Non sono uno del sostenitori del “No”. Ci sono dei pezzi che non mi piacciano per niente, altri che mi sembrano giusti. Di sicuro dal punto di vista economico le stime sugli effetti (i 500 milioni all’anno di risparmio dichiarati da Renzi, ndr) sono eccessivi.

Potremmo addirittura trovarci fuori dal QE, se le agenzie di rating ci declassassero al di sotto del livello di investment grade?

Di sicuro non c’è niente. Se per qualche insondabile ragione ci fosse qualche detonatore di una crisi, da un caos sulla shadow banking cinese all’insolvenza di qualche Paese, ci troveremmo in mezzo a una revisione generale al ribasso al di là della fase di stanca dei mercati. Quello sì che potrebbe farci rischiare molto. Perché ha ragione Monacelli nel dire che quello del credito è un problema strutturale dell’economia italiana. Per questo lamento che si sia perso da parte del governo quella impostazione iniziale che rompeva molte consolidate collusioni, le quali sono alla radice dell’inefficienza complessiva del sistema bancario italiano.

La voluntary disclosure numero due, che si dice allo studio del governo, è un male necessario? La precedente non doveva essere l’ultimo scudo?

Se è necessario è necessario solo per eventuali ragioni di cassa. La storia si ripete in Italia: sono tutti buoni a dire che non faranno come i predecessori salvo contraddirsi. Per questo dico che c’è un’impostazione tendenzialmente convergente e assai poco diversa nel lungo periodo. Certo, la voluntary disclosure non era il condono. Ma a questo punto chi è rimasto fuori finora dirà: “aspetterò la terza disclosure“.

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