Il segreto degli atleti a Rio: la stimolazione cerebrale

Nonostante l’assenza di verifiche da parte della comunità scientifica, la startup Halo Neuroscience dichiara che le proprie cuffie cerebrali hanno permesso agli atleti di ottenere il massimo dai propri allenamenti

Michael Tinsley

Michael Tinsley, corridore Usa, uno degli atleti che hanno fatto ricorso alla stimolazione cerebrale (Paul Gilham/Getty Images)

20 Agosto Ago 2016 1150 20 agosto 2016 20 Agosto 2016 - 11:50

Diversi atleti delle Olimpiadi di Rio de Janeiro hanno utilizzato un nuovo strumento d’allenamento in corso di preparazione: delle eleganti cuffie che svolgono anche il ruolo di stimolatori cerebrali. Il dispositivo ha l’aspetto e le funzioni di ogni normale cuffia, ma è studiato perché possa anche somministrare leggere correnti elettriche alla corteccia motoria, l’area del cervello che coordina i movimenti.

Secondo Dan Chao, co-fondatore e Ceo della Halo Neuroscience, società produttrice del dispositivo, in vendita da diversi mesi, i dati raccolti dimostrerebbero che il suo utilizzo durante gli allenamenti permetterebbe agli atleti delle performance migliori.

La società ha collaborato con cinque atleti di Rio: Hafsatu Kamara, sprinter della Sierra Leone; Michael Tinsley, corridore degli Usa nei 400 metri a ostacoli. vincitore della medaglia d’argento del 2012; Mike Rodgers, staffettista U.S.A.; Mikel Thomas, velocista di Trinidad e Tobago; Natasha Hastings, staffettista U.S.A. medaglia d’oro del 2008.

Non avendo scopi medici, il dispositivo, chiamato Halo Sport, non è soggetto alle regole della U.S. Food and Drug Administration, né il suo utilizzo infrange alcun regolamento olimpico

La tecnica stimolatrice, chiamata stimolazione trans craniale a corrente diretta, è un oggetto di studio molto in voga nella comunità scientifica in questo momento. È stato dimostrato che la somministrazione di una piccola scarica di corrente elettrica può aumentare o diminuire le probabilità che un neurone si attivi. Studi condotti negli ultimi 15 anni fanno pensare che le applicazioni di questo concetto possano essere numerose, dal migliorare le capacità cognitive al recupero della motricità nei pazienti colpiti da ictus. La maggior parte degli studi condotti sono stati piccoli, per cui manca il quantitativo di dati necessario ad essere sicuri che l’efficacia sia reale. Non avendo scopi medici, il dispositivo, chiamato Halo Sport, non è soggetto alle regole della U.S. Food and Drug Administration, né il suo utilizzo infrange alcun regolamento olimpico.

Non mancano però i ricercatori secondo cui la vendita diretta del dispositivo al consumatore non sarebbe appropriata, a fronte della mancanza di dati su quanto effettivamente accada al cervello nel farne uso. Charlotte Stagg, del Department of Clinical Neurosciences presso la University of Oxford, per esempio, sottolinea come, nonostante le prove a favore dell’innocuità della tecnica non manchino, fintanto che siano rispettati determinati protocolli, non si può ancora affermare con certezza che non vi siano effetti controproducenti ancora ignoti. Per quanto riguarda invece l’idea che il dispositivo possa favorire i risultati atletici, si dichiara convinta che non se ne sappia proprio ancora a sufficienza per farne un utilizzo simile con la certezza di avere successo. Gli effetti della tecnica sono infatti stati studiati solo in laboratorio per compiti molto più semplici di una preparazione atletica che coinvolge necessariamente numerosi muscoli e diverse regioni cerebrali.

Secondo Chao invece, i risultati ottenuti dalla Halo con gli atleti olimpionici suggerirebbe tutt’altro. «Per quel che ci riguarda, i nostri risultati sono una prova sufficiente», dichiara, aggiungendo che la società intende sottoporre prossimamente i dati raccolti alla revisione della comunità scientifica.

Articolo tratto da Mit - Technology Review Italia

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