La Siria, i “nostri valori” e quell’orrenda sproporzione che dovrebbe farci vergognare

I numeri della tragedia siriana, 500mila morti, 12 milioni di profughi e sfollati, stridono contro lo psicodramma europeo sull’accoglienza di chi scappa dai conflitti. Mentre gonfiamo il petto nel nome dei “nostri valori”

Getty Images 467492500

YASIN AKGUL/AFP/Getty Images

20 Agosto Ago 2016 0914 20 agosto 2016 20 Agosto 2016 - 09:14

Secondo l’ultimo censimento del Syrian Central Census Bureau, effettuato prima dell’inizio della guerra civile, in Siria c’erano 23 milioni di abitanti. Oggi, sono dati del 2015, ce ne sono 18 milioni. Di quei cinque milioni, più di 4 milioni sono profughi, 400mila circa (l’Onu ha smesso di contarli) sono vittime. Tra quei 18 milioni che sono rimasti, 8 milioni di persone ha comunque dovuto lasciare la propria abitazione e ora vaga, chissà dove, nel Paese. Questa situazione dura da marzo del 2011.

Quasi tutti gli osservatori internazionali definiscono quella siriana come la crisi umanitaria più grave degli ultimi decenni. Tanto per fare una proporzione, sarebbe come se l’Italia perdesse poco meno di un quarto della sua popolazione, più o meno 13 milioni di abitanti, Lombardia e Piemonte, diciamo. Se dovesse sopportare la morte di quasi due milioni di persone, più di 11 milioni di profughi e quasi 20 milioni di sfollati. Tutto nel giro di cinque anni.

Tanto per fare una proporzione, sarebbe come se l’Italia perdesse poco meno di un quarto della sua popolazione, più o meno 13 milioni di abitanti, Lombardia e Piemonte, diciamo. Se dovesse sopportare la morte di quasi due milioni di persone, più di 11 milioni di profughi e quasi 20 milioni di sfollati

Queste le proporzioni della tragedia, quella vera. Lo psicodramma, invece, va in scena in Europa. Dove tra il 2011 e il 2015 sono stati accolti, meno del 3% di tutti i profughi siriani, più o meno la metà di quanti ne ha accolti l’Iraq. Dove il consenso dei partiti xenofobi è cresciuto esponenzialmente dopo che la cancelliera Angela Merkel ha aperto le porte del suo Paese a un milione di loro, fino a portarli a un passo dal governo in Paesi come Austria, Olanda e, forse, Francia. Dove persino un trattato come quello di Schengen, una delle poche cose che metteva d’accordo tutti in Europa, è stato messo in discussione.

È incredibile - anzi, è vergognoso - come la dose omeopatica di una catastrofe umanitaria possa mettere in ginocchio quello che si auto-definisce un avamposto della civiltà globale, portatrice di valori non negoziabili che abbiamo la pretesa debbano valere hic et nunc per ciascun essere umano.

A maggior ragione in Italia, dove ci sono comunità che si dilaniano per poche decine di profughi. Dove un sindaco può dire impunemente che «per un cittadino di Capalbio vengono spesi 31,28 euro l’anno in spesa sociale e per i richiedenti asilo 32,50 euro al giorno», ignorando che quelle 32,50 euro sono soldi del bilancio europeo, risorse extra che nulla tolgono al cittadino capalbiese, e che il costo effettivo dell'accoglienza dei richiedendi asilo, per lo Stato, è pari allo 0,14% della spesa pubblica nazionale complessiva, laddove la spesa per la protezione sociale in Italia è pari al 41,5% della spesa nazionale. O dove un leghista come Roberto Calderoli ha il coraggio di scagliarsi contro Mario Morcone, capo del dipartimento per le libertà civili e per l’immigrazione, che ha proposto di coinvolgere i profughi in progetti di lavoro volontario, dopo che per mesi il suo partito ha diffuso la bufala dei profughi in Italia a bighellonare a spese dello Stato, tra terme e alberghi a cinque stelle.

Dove nemmeno la più cruda delle rappresentazione simboliche della tragedia siriana, come le fotografie di due bambini come Aylan Kurdi e Omran Daqnish, riesce a smuovere quel mix di irresponsabilità, indifferenza ed egoismo che ha concorso a generarla. Che, di certo, non aiuterà a risolverla. E di cui proprio non riusciamo a renderci conto. Figurarsi a vergognarci.

Potrebbe interessarti anche