Perché questa inquietudine? Ce lo spiega la Crusca

La forma oggi in uso, "inquietudine", è il risultato di una lunghissima e feroce selezione. Sono esistite, parallelamente, forme come "inquietitudine", "inquietezza", poi cadute in disuso

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20 Agosto Ago 2016 1110 20 agosto 2016 20 Agosto 2016 - 11:10

Fra inquietudine e inquietitudine la forma corretta, nell’italiano di oggi, èinquietudine. Vocaboli come inquietitudine e inquietezza (ma ancheinquietamento, inquietazione) sono esistiti nei secoli passati e hanno convissuto con inquietudine, per poi cadere, con il tempo, in disuso: la nostra lingua ha operato una selezione tra forme più o meno concorrenti. D’altronde, non devono stupire nei testi antichi le testimonianze di una compresenza e di una certa intercambiabilità fra parole derivate da una stessa base, affini nel significato: la tendenza alla polimorfia morfologica e lessicale ha a lungo caratterizzato l’italiano scritto ed è stata spesso vista come ricchezza.

Inquietudine è voce colta che si rifà direttamente al sostantivo del latino tardo INQUIETŪDO-ĬNIS), mentre la forma inquietitudine (con il significato di ‘turbamento’) potrebbe derivare dall’aggettivo inquieto con l’aggiunta del suffisso-itudine. Il dizionario etimologico DEI menziona inquietitudine come variante pisana di inquietudine, senza portarla a lemma. Il dizionario storico GDLI la lemmatizza e ne riporta un’attestazione dell’epoca rinascimentale e una settecentesca: "Darà quiete alla mia anima l’inquietitudine del vostro animo" (Loredano); "Il vero ridicolo deve essere […] non mai producente alcuna inquietitudine segreta" (Milizia). Le testimonianze della voce sono tarde anche interrogando Google Libri: si affollano tra il Seicento e l’Ottocento.

Il vocabolo non è registrato nelle edizioni ufficiali del Vocabolario della Crusca e neppure nel primo vero dizionario storico della nostra lingua, il Tommaseo-Bellini. Non figura in dizionari dell’uso che documentano in primo luogo la lingua corrente, come il DISC e il GRADIT, che, tra l’altro, accoglie nel lemmario tutte le voci presenti nel GDLI a condizione che non siamo obsolete. Una ricerca sul web mostra, tuttavia, una certa vitalità di inquietitudine, soprattutto nei diari in rete. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è ascrivibile, più che a un conscio richiamo al passato, a incertezza lessicale e alla tendenza a far derivare il sostantivo da inquieto con lo stesso meccanismo per cui a grato si collegagratitudine, a retto rettitudine, a solo solitudine. Questo potrebbe essere il motivo della presenza di inquietitudine nel doppiaggio italiano della sceneggiatura del film Il nome della rosa (dir. da Anneau, 1986, prodotto in Italia, Germania, Francia), scritta da Birkin, Brach, Franklin, Godard e tratta dell’omonimo romanzo di Umberto Eco (1980). Va sottolineato che in quest’ultimo lo scrittore adopera sempre la forma inquietudine e mai inquietitudine.

Più prolungato nel tempo è l’impiego di inquietezza, che pure deriva dall’aggettivo inquieto con il suffisso -ezza, come conferma il DEI. Il vocabolo vanta una certa polisemia: ‘turbamento, angoscia’, ma anche, con significati più specifici, ‘turbolenza caratteriale’, ‘irrequietezza fisica’, e ancora ‘disagio sociale o politico’. Il GDLI ne dà attestazioni che arrivano fino a Carducci ("delle incertezze e inquietezze quasi continue tra le quali fu composto e concepito il ‘Furioso’"), a Leopardi ("La primavera […] mi ha prodotto quell’inquietezza di nervi che io soglio avere in questa stagione"), a Mamiani ("Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze"), a Croce ("si esprime nell’inquietezza e nel malcontento"). Il Tommaseo-Bellini accoglie il lemma col significato di ‘qualità e stato di ciò che è inquieto’. Anche i dizionari dell’uso DISC e GRADIT lo registrano, contrassegnandolo, rispettivamente, con le marche "non comune" e di "basso uso".

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