D’Alema e gli altri: tutti quelli che si candidano per far fuori Renzi

Quella del referendum sulla riforma costituzionale, nonostante le indicazioni di Forza Italia e del M5S rimane, nella realtà, una partita tutta interna al Pd. Ormai Partito dei Partiti anziché Partito della Nazione, è il terreno di gioco di uno scontro antico e mai finito

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23 Agosto Ago 2016 0813 23 agosto 2016 23 Agosto 2016 - 08:13

La campagna elettorale referendaria si aprirà il 5 settembre e sarà Massimo D’Alema ad aprirla intestandosi – o provando a farlo con buone chance di successo – il ruolo di capofila del fronte del No. Oltre le contorsioni del politichese, la notizia è questa.

E come una matrioska ne contiene alcune altre, tutte importanti. La prima: la destra non ha le forze e la voglia di qualificare una faccia delle sue, vecchia o nuova che sia ma comunque cresciuta nei suoi ranghi, come antagonista principe di Matteo Renzi nell'unica occasione politica che conti davvero degli ultimi anni. La seconda: anche il Movimento Cinque Stelle, seppure vincente, incoraggiato da impensati margini di consenso nelle città, dominatore nei sondaggi, non riesce a esprimere una personalità con la caratura giusta per diventare “l'anti-Renzi” in questa circostanza. La terza: il perimetro del dibattito pubblico su un tema fondamentale come la Costituzione coincide in gran parte con i confini del centrosinistra, ed è lì che vanno cercati la destra, la sinistra, il centro, i moderati e gli immoderati, la conservazione, il cambiamento, quello che una volta si chiamava l'istinto reazionario e il suo contrario, la democristianeria e il progressismo, ed è quindi nel Pd, in quella enclave diventata il riassunto italiano, che si giocherà tutta intera la partita.

Il Pd: non Partito della Nazione ma Partito dei Partiti, disordinata summa di quel che resta del Novecento e terreno di battaglia dove si deciderà il futuro italiano

Ilvo Diamanti su Repubblica racconta la questione disegnando una mappa dei democratici divisa tra ex-Pci, ex-Dc ed emergenti del PdR, il Partito di Renzi. Ma lo schema è assai più frastagliato. Per dirne una, il sindaco Pd di Capalbio recentemente diventato famoso per la protesta contro il gruppo di rifugiati destinati al suo Comune, non sfigurerebbe in un parterre leghista. Per dirne un'altra, l'auto-candidato sindaco Pd di Genova Simone Regazzoni, che dice no alla moschea “senza se e senza ma”, non starebbe male a una festa dei Fratelli d'Italia. Così come alcune espressioni sentite nei ranghi piddini, dal famoso Ciaone alla retorica dei gufi, dei professoroni, dei disfattisti, sono perfettamente in linea con il tipo di polemismo che caratterizza le destre, e possiamo facilmente immaginarli in bocca a un Brunetta, a un Gasparri, a un Feltri.

Il Pd, insomma, come Bignami dell'Italia politica e contenitore unico delle vecchie filiere culturali della destra e della sinistra. Non Partito della Nazione ma Partito dei Partiti, disordinata summa di quel che resta del Novecento e terreno di battaglia dove si deciderà il futuro italiano, comunque vada.

Nel Pd c'è la carne e il sangue di molteplici filiere politiche che hanno litigato per mezzo secolo sull'assetto del potere italiano – Segni, Togliatti, Moro, Ingrao, Berlinguer, persino Pacciardi e Spadolini. È per questo che la questione referendaria si gioca tutta in casa democratica

È per questo, al di là dei dettagli tecnici e delle evenienze del momento, che la questione referendaria si gioca tutta in casa democratica. Per questo e per un dato storico incontrovertibile: sono stati i progenitori del Pd, e principalmente il Partito Comunista, che dal '48 in poi si sono proposti con tutte le loro forze come custodi e garanti della Costituzione, sfiorando il feticismo quando la sventolavano nelle piazze, la qualificavano come solo presidio contro il rischio di derive autoritarie, facendone oggetto di una sorta di idolatria laica che non ha corrispettivi nei Paesi europei, quasi fosse la Magna Carta di Giovanni Senzaterra e non una delle tante faticose costruzioni democratiche del secondo dopoguerra.

Che sia D'Alema l'antagonista di Renzi nella sfida ha dunque un suo senso storico e politico, oltre le facili ironie sull'istinto vendicativo che guiderebbe il più celebre rottamato della storia, oltre le facilonerie sul “Renzi pigliatutto”.

La destra giocherà la partita per dovere d'ufficio, la sacralità della Carta non l'ha mai condivisa più di tanto. E il M5S lo farà perchè è principale forza di opposizione e la sconfitta di Renzi è un importante scalpo da appendere alla cintura. Ma nel Pd no. Nel Pd “partito dei partiti” questa vicenda evoca assai di più di un ordinario regolamento di conti interno o della stucchevole partita tra maggioranza e minoranza già vista col Jobs Act, e appena arriverà settembre ce ne accorgeremo tutti: la querelle con l'Anpi è solo l'antipasto.

Qui c'è la carne e il sangue di molteplici filiere politiche che hanno litigato per mezzo secolo sull'assetto del potere italiano – Segni, Togliatti, Moro, Ingrao, Berlinguer, persino Pacciardi e Spadolini – tutte compresse nel recinto del Pd, tutte arrivate al capolinea delle decisioni senza via di mezzo, Sì o No.

Questo è il conflitto che D'Alema prova a intestarsi, e serviranno spalle larghe al governo per sostenerlo quando arriverà per i nuovi e per i vecchi, per Maria Elena Boschi e per Pier Luigi Bersani, per Dario Franceschini o per Matteo Orfini, il momento di sedersi davanti a lui in uno studio televisivo e di discuterne senza rete, senza intermediazioni.

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