La nobile arte del sampuru, il finto cibo giapponese esposto fuori dai locali

Non c’è ristorante che non mostri riproduzioni perfette in plastica dei piatti che serve. Servono per farsi un’idea e, se non si sa la lingua, ordinare senza bisogno del menu

Sampuru
25 Agosto Ago 2016 1113 25 agosto 2016 25 Agosto 2016 - 11:13

Prima di tutto, lasciamo la parola agli scrittori:

... nelle vetrine erano esposti i cibi con il loto prezzo e Marco si chiese subito se quei cibi venissero rinnovati ogni giorno nelle vetrine: si trattava di magnifici piatti o minuscoli tavoli di legno di cedro su cui erano esposti pezzi di pesce crudo appoggiati a cubetti di riso, confezionati come cioccolatini: c’erano scampi sgusciati, di un rosa intenso, accanto a sardine azzurre-verdi maculate, con la pelle tagliata in modo da far intravedere un pezzetto di carne, calamari bianchissimi o ritagli di polipo di un rosa bruno che si addensava nelle ventose, tonno rosato e polpa di ostriche, tutto disposto in ordine millimetrico, fasciati dentro una buccia verde scuro dall’aspetto di plastica e intervallati da foglie seghettate di un verde artificiale. Solo dopo una lunga osservazione Marco si avvide che ogni cosa doveva essere di plastica, una fantastica imitazione del cibo che non avrebbe mai potuto avere quei colori realmente squillanti o così armonici nell’accostamento dei toni”.

Così Goffredo Parise, nel suo libro La bellezza è frigida, descrive la nobile arte del sampuru. Cioè del cibo finto, di plastica, che si trova esposto all’esterno di (quasi) ogni ristorante giapponese.

Si tratta di una riproduzione dettagliatissima, perfetta in ogni particolare, delle pietanze che vengono servite. È un menu in 3D che permette al visitatore di scegliere senza dover sapere il giapponese (all’epoca della seconda Guerra mondiale, era utilissimo per i soldati americani), anche se nasce con intenti pubblicitari: mostrare cibi perfetti per invogliare i passanti.

L’idea risale al 1917. Takizo Iwasaki, un imprenditore di Gujo Hachiman, paese a tre ore da Tokyo, rimase colpito dalle possibilità creative della cera (secondo la leggenda, dopo aver osservato gocciolare una candela). Pensò subito di investire nel settore della pubblicità e fondare un’azienda per la promozione dei prodotti alimentari. Anziché usare disegni, però, il tocco in più era quello di riprodurli in modo fedele con la cera. Cominciò a creare dei campioni, a inviarli ai ristoranti e ricevere ordinazioni e suggerimenti. In poco tempo la sua impresa crebbe e ancora oggi l’80% delle riproduzioni di cibo che si trovano in Giappone proviene da Gujo Hachiman, ormai un distretto della plastica.

Certo, con il tempo il materiale è cambiato: non si usa più la cera (a rischio scioglimento per il caldo) ma materie plastiche più resistenti (un finto sushi può durare anche sette anni), anche se il processo è rimasto molto simile. È un’opera di artigianato, che si impara dopo anni di apprendistato, di osservazione e pratica. Più o meno funziona così:

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