Un grande piano di piccole opere: cosa può fare la politica?

Dalla richiesta di accesso al Fondo Calamità europeo alla creazione di una task force nazionale fra istituzioni pubbliche e investitori privati. Perché il terremoto non finisce con la catastrofe e le grandi promesse

Terremoto

ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

26 Agosto Ago 2016 1207 26 agosto 2016 26 Agosto 2016 - 12:07

Il recente terremoto nell’alto Lazio è stata una tragedia di grandissime proporzioni. Ogni volta che capita un evento di natura straordinaria, in Italia, si piange per la catastrofe, si fanno grandi promesse, magari qualche iniziativa molto visibile e con trovate ad effetto (il Governo Berlusconi che organizza il G8 a L’Aquila solo ed esclusivamente per far fare le foto con i potenti della terra davanti alle macerie) e poi niente. Fino alla tragedia successiva. Il recente terremoto nell’alto Lazio è stato anche l’ennesimo, inappropriato, terreno di scontro per polemiche assurde, ipotesi di complotto e sfogo di frustrazioni e rabbia. Il nostro dibattito pubblico sta peggiorando giorno dopo giorno e fino a quando si parla di politica va ancora bene, ma quando di mezzo ci sono delle vite umane, forse, bisognerebbe pensare di più e scrivere di meno. E, soprattutto, fare di più.

Come dicono tutti i geologi e tutti gli esperti, i terremoti sono eventi straordinari che non si possono prevedere, ma si può lavorare per limitare i danni - quasi azzerandoli - perché non sono quasi mai i terremoti ad uccidere, sono quasi sempre gli edifici

La situazione sismica dell’Italia, in effetti, è nota da tempo. Siamo un paese a forte rischio e i terremoti che hanno causato grandi danni ci sono sempre stati. Anche in questo caso, paghiamo anni di pressapochismo, soluzioni inefficienti e poca visione d’insieme. Ogni volta che succede una tragedia si fanno proclami sulla messa in sicurezza del territorio, poi i progetti si perdono e non succede più niente. Dovremmo prendere esempio da paesi con intere zone ad alto rischio sismico come la California e il Giappone, dove i terremoti devastanti sono attutiti da una politica che ha saputo “costruire” e ristrutturare attorno alle necessità. Come dicono tutti i geologi e tutti gli esperti, i terremoti sono eventi straordinari che non si possono prevedere, ma si può lavorare per limitare i danni - quasi azzerandoli - perché non sono quasi mai i terremoti ad uccidere, sono quasi sempre gli edifici. In questo momento dobbiamo evitare il rumore e le polemiche inutili e fare proposte, costruendo un progetto serio per uscire davvero da questo ennesimo stato di emergenza. È ora che la politica faccia il suo compito. Una strada che si può seguire da due lati: quello europeo, e quello nazionale.

Per quanto riguarda l’Europa, il governo e le regioni devono prima di tutto chiedere l’attivazione del Fondo Calamità. Ricordatevi - quando leggerete gli sciacalli che si lamenteranno - che questa misura non è “fornita” automaticamente da Bruxelles, ma deve essere chiesta dal governo nazionale. Non è un fondo di pronto intervento ma una sorta di “rimborso” garantito presentando i dati sul calcolo dei danni subiti e quanto è necessario per ricostruire. Di seguito, il governo dovrà portare in Europa un grande piano di “piccole opere” per la messa in sicurezza del territorio, a partire dalle zone a rischio sismico e idrogeologico. Un piano che preveda interventi negli edifici pubblici e incentivi per gli edifici privati (su cui lo stato non ha nessun tipo di giurisdizione). La Commissione a Bruxelles non ha mai posto preclusioni a progetti di ampia portata, strategici e cruciali per lo sviluppo futuro dei paesi. E il governo, così facendo, dovrebbe spingere sia sulla richiesta di una maggiore flessibilità (da richiedere per interventi di questo tipo e non da usare come grimaldello retorico per fare interventi spot o abbassare non meglio precisate tasse: cosa che voglio fare anche io, ma con altre strategie); sia sull’ampliamento del Piano Juncker: uno strumento fondamentale che siamo stati bravi a saper usare, ma che può essere usato ancora meglio collegandolo ai fondi strutturali delle regioni, come fatto in Francia, ad esempio. I mezzi ci sono, le possibilità anche: presentiamo un progetto serio e facciamo in modo che i terremoti, nella straordinarietà, non siano più generatori di emergenza, terrore e tragedia.

Il Fondo Calamità europeo è una misura che non è “fornita” automaticamente da Bruxelles, ma deve essere chiesta dal governo nazionale. Non è un fondo di pronto intervento ma una sorta di “rimborso” garantito presentando i dati sul calcolo dei danni subiti e quanto è necessario per ricostruire

Dal lato nazionale, invece, avanzo una proposta. Il governo potrebbe proporre la creazione di una task force che includa soggetti pubblici come il Ministero dell’Economia, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, le regioni e soggetti privati come associazioni di imprenditori di vari settori interessati (a partire dall’edilizia, ovviamente, ma anche settori dell’innovazione tecnologica e dell’energia sostenibile). Questa task force dovrebbe essere operativa e volta al raggiungimento di uno scopo preciso: costruire un unico, grande, progetto di prospettiva e sviluppo da presentare alla Bei per attivare il piano Juncker. Un lavoro di altissima politica, con delle ricadute sul territorio per migliorare veramente la qualità della vita dei cittadini. Non oggi, non domani, ma per sempre. Perché eventi come quelli degli scorsi giorni sono capitati e capiteranno ancora in futuro e un paese come l’Italia, che si vuole candidare a guidare l’Europa che sarà, non può più perdere tempo dietro a polemiche inutile, proposte sterili e proclami. È ora che ognuno faccia la sua parte.

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