Mark Zuckerberg è il futuro che ci aspetta

La visita del fondatore di Facebook a Roma e il suo dialogo con gli studenti raccontano alla perfezione cosa siano oggi il potere e la ricchezza. E i meccanismi che celano le distanze tra chi li ha e chi li subisce

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30 Agosto Ago 2016 1103 30 agosto 2016 30 Agosto 2016 - 11:03

«Hi Mark». Cominciano così, con il saluto più informale che c’è, le domande che gli studenti della Luiss rivolgono a Mark Zuckerberg. Non sappiamo sia una delle regole del format “Q&A with Mark” - avete capito adesso da dove arriva “Matteo risponde” - una specie di tour mondiale del fondatore e Ceo di Facebook. Probabilmente sì, lo è. Ciò nonostante, è comunque straniante veder azzerata ogni distanza tra un giovane qualunque e il quinto uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di 53 miliardi di dollari, roba che ci paghi per quattro anni gli 80 euro di Renzi, e te ne avanzano pure. Una ricchezza costruita sul successo di un social network che connette un paio di miliardi di persone in tutto il mondo, sull’elaborazione dei cui dati - che raccontano meglio di qualunque altro le nostre vite, passioni, paure - si fonda ogni analisi dei nostri comportamenti passati, presenti, futuri.

Hi, Mark, in ogni caso, e la sostanza la possiamo mettere da parte, ché quello che conta è la rappresentazione: un giovane come noi, in jeans e t shirt, che si commuove quando parla della figlia e va a caccia di Pokemon Go attorno al Colosseo, e ci convince, anche se non è vero, che ognuno di noi potrebbe essere al suo posto. Lontano anni luce dall’immagine del nerd misantropo raccontato da David Fincher in “The social network” - quello che scriveva “I'm the Ceo, bitch” sui suoi biglietti da visita e che aveva come motto “muoviti velocemente e spacca tutto” - Zuckerberg sciorina la solita minestra della filosofia da Silicon Valley: l’importanza del fallimento, la necessità di imparare tanto, più velocemente possibile, la certezza - strana, per uno che per sua ammissione è ossessionato dall’imperatore Augusto - che non esiste intelligenza o innovazione individuale, che tutto sia frutto di un lavoro collettivo. Il Paese di Leonardo, Michelangelo, Leopardi, applaude convinto.

Zuckerberg racconta alla perfezione dove stiamo andando. Verso un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i potenti sempre più potenti, ma nascondono la rappresentazione della loro potenza e della loro siderale distanza dalla normalità dietro a un saluto informale, a una t-shirt slavata, un pullover, un selfie con un passante. Dove non esiste la redistribuzione della ricchezza mediata dagli Stati e dalle imposte, ma una filantropia volontaria e un po’ pelosa per la quale tocca pure spellarsi le mani

Nessuno gli fa domande scomode, per carità: come puoi chiedere perché paga solo qualche centinaia di migliaia di euro di tasse in Italia, a fronte di centinaia di milioni di ricavi pubblicitari a un ragazzo come te, con la t shirt slavata, che ti da del tu? Ma anche se qualcuno gliele facesse - e se l’organizzazione del “Q&A with Mark” le facesse passare dal setaccio - si farebbe una gran risata e ringrazierebbe, perché era proprio di quello di cui voleva parlare. Sarebbe interessante, ma già così lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.

Perché Mark racconta alla perfezione dove stiamo andando. Verso un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i potenti sempre più potenti, ma nascondono la rappresentazione della loro potenza e della loro siderale distanza dalla normalità dietro a un saluto informale, a una t-shirt slavata, un pullover, un selfie con un passante. Dove non esiste la redistribuzione della ricchezza mediata dagli Stati e dalle imposte, ma una filantropia volontaria e un po’ pelosa - tipo donare 500mila euro alla Croce Rossa in pubblicità su Facebook, o dare agli africani l’accesso a internet per «permettere loro di connettersi con il mondo» - per la quale tocca pure spellarsi le mani.

Quasi quasi fanno tenerezza i padroni di una volta, simulacri di modelli di leadership vecchie, costrette a issarsi sul piedistallo per affermare il proprio potere. Incapaci di suscitare empatia che non sia mista a terrore. Schiavi della loro differenza, della loro alterità dal popolo, di ciò che hanno costruito, dei loro imperi. Mentre c’è chi si gode un potere infinitamente superiore - quello dei big data e della conoscenza globale - in jeans e maglietta, con la noncuranza di chi potrebbe farne a meno anche dal minuto successivo. Né zar, né sultani, né padroni, né nemici di classe. Il futuro si chiama Mark. E non fa paura, anche se dovrebbe.

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