Il Ttip è morto, la globalizzazione è in crisi, ma chiudersi a riccio è un tragico errore

Il fallimento di fatto del trattato tra Usa ed Europa non si spiega solo con la spinta del populismo prima di importanti elezioni. È il risultato di un processo di allontanamento dal sogno di multilateralismo iniziato con i Doha round. Ma i singoli Stati nazionali sono inadeguati alle sfide di oggi

Proteste Ttip

(JOHN THYS/AFP/Getty Images)

31 Agosto Ago 2016 1250 31 agosto 2016 31 Agosto 2016 - 12:50

Era nell’aria: l’aveva anticipato quasi con rabbia il Ministro Calenda qualche mese fa. Due giorni fa il Governo tedesco ha aperto lo squarcio in una tela già ampiamente logorata. Ieri lo ha confermato il Presidente Hollande. Il Ttip – il più grande tentativo di liberalizzazione dei commerci a cavallo dell’Atlantico – è fallito.

E se lo dice la Germania, il più grande esportatore del Vecchio Continente, vuol dire che ci siamo davvero: anni di negoziati non hanno condotto a nulla. Il vicolo cieco, d’altronde, era all’orizzonte: Germania e Francia prossimi alle elezioni, Regno Unito fuori dai giochi e rischio terrorismo da un lato; un’amministrazione Obama con gli scatoloni già pronti dall’altro. Non c’era “spazio di manovra politico” per un accordo che forse avrebbe portato crescita nel lungo periodo, ma di certo non avrebbe regalato consenso nel breve periodo alle democrazie occidentali ammalate di populismo.

Quella del populismo è però una mezza spiegazione. Un fallimento così grande non si giustifica solo con la congiuntura politica di alcuni Paesi. Ci parla di come il grande pendolo della storia abbia cambiato direzione. Tornando indietro, in un certo senso, a prima del 2001.

«Siamo nel 2010, non siamo più nel 2000». Così diceva Tommaso, personaggio omosessuale del film Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, per indicare che era lontano il tempo in cui il World Gay Pride invadeva le strade di Roma, e una svolta dei costumi sembrava a un passo anche nella vecchia Italia.

«Siamo nel 2016, non nel 2001», potremmo ripetere oggi parlando di economia. Sono passati solo 15 anni, infatti, da quando a Doha si riunivano i ministri del Commercio di tutto il mondo, sotto l’egida dell’allora potentissima Organizzazione Mondiale del Commercio. Era l’apice della globalizzazione. Facebook e Google ancora non esistevano, ma i beni si muovevano già per il mondo ad altissima velocità.

Quella del populismo è solo una mezza spiegazione. Un fallimento così grande non si giustifica solo con la congiuntura politica di alcuni Paesi. Ci parla di come il grande pendolo della storia abbia cambiato direzione. Tornando indietro, in un certo senso, a prima del 2001

Lo scopo della riunione di Doha era ambizioso: lanciare un grande “round” di negoziati per liberalizzare, entro quattro anni, il commercio internazionale sulla base di un accordo multilaterale – che riguardasse cioè tutti i Paesi del Mondo contemporaneamente. Abbassare i dazi che difendevano le industrie nazionali per renderle competitive, uniformare le regole sanitarie, proteggere brevetti e marchi, aumentare il “market access” per le imprese di ogni Paese, favorire il movimento delle merci sulla base di un condizioni uguali per tutti (il famoso “level playing field”): erano questi gli obiettivi di Doha, discussi in riunioni infinite da delegazioni oceaniche, in cicli interminabili di negoziati.

Un delirio globalista, secondo alcuni. E non è un caso che i no-global di Seattle e Genova – ma anche l’allora Ministro Giulio Tremonti – se la siano presa proprio con il Wto. Senza cogliere l’importante dettaglio che la globalizzazione sarebbe andata quasi tutta a favore delle potenze emergenti dell’Asia – dove centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà, e non dei vecchi colonizzatori Europei, che da allora hanno visto una stagnazione dei salari e un aumento delle diseguaglianze.

Un sogno mondialista e una promessa di crescita per tutti, speravano altri. Incluse le tecnocrazie rampanti sulle due sponde dell’Atlantico. Se la ricorda ancora, chi ha lavorato a Ginevra negli anni del negoziato di Doha, la baldanza e la sicurezza dei negoziatori della Commissione Europea, che ai tavoli del Wto aveva diritto di parola, mentre gli Stati membri dell’Ue, perfino la potente Germania, ascoltavano in silenzio.

In ogni caso un sogno destinato ad appassire neanche troppo lentamente: il Doha round, infatti, nonostante decine di vertici al massimo livello, non si è mai chiuso. Troppo difficile mettere d’accordo il mondo intero su un solo tavolo. Troppo rapido il ritmo di crescita della Cina per potergli mettere delle regole.

Non siamo riusciti a fare per l’economia quello che, con fatica, siamo riusciti a ottenere a Parigi per la lotta al cambiamento climatico. E restiamo col cerino in mano, con opinioni pubbliche che credono sempre meno nelle virtù della governance globale e diventano sempre più sensibili al fascino della sovranità nazionale. Un fantasma che non ci abbandona, da secoli, nonostante il sangue versato

E dal sogno multilaterale si è passati al più pragmatico bilateralismo. Dalla seconda metà degli anni 2000 sono aumentati a dismisura gli accordi commerciali tra singoli o gruppi di Paesi, per favorire le relazioni tra blocchi economici. Come dire: se non riusciamo a metterci d’accordo tutti, almeno andiamo avanti con chi ci sta.

I più importanti tra questi accordi? La Trans Pacific Partnership, firmata dagli Usa con i più importanti Paesi del Pacifico, Cina esclusa. O l’accordo commerciale Ue-Canada. E il tanto criticato Ttip, considerato a mesi alterni come la soluzione alla scarsa crescita europea – perché apre i mercati e crea opportunità per le imprese dei Paesi esportatori come il nostro – e come la breccia nel muro attraverso la quale il capitalismo americano avrebbe cancellato la nostra biodiversità.

Ai posteri l'analisi sulle ragioni del fallimento, e sui meriti presunti dell'accordo. Quel che rimane è che anche la fase del bilateralismo è fallita. Sembra davvero, come scrive Dani Rodrick, professore di economia politica ad Harvard, che quella della globalizzazione si sia dimostrata una “false economic promise”. Non siamo riusciti a fare per l’economia quello che, con fatica, siamo riusciti a ottenere a Parigi per la lotta al cambiamento climatico.

E restiamo col cerino in mano, con opinioni pubbliche che credono sempre meno nelle virtù della governance globale e diventano sempre più sensibili al fascino della sovranità nazionale. Un fantasma che non ci abbandona, da secoli. Nonostante il sangue versato e la palese inadeguatezza degli Stati nazionali a far fronte alle sfide di oggi, che siano il terrorismo o le migrazioni, la crescita stagnante o le multinazionali che non pagano le tasse.

E la sensazione che resta, in questi anni di fallimenti del multilateralismo prima e del bilateralismo poi, è quella di una rinuncia generalizzata a soluzioni economiche concertate per il pianeta. Un pianeta che si chiude e si restringe, mentre solo pochi anni fa sembrava destinato all’apertura e alla trasparenza. Ma è il 2016, mica il 2001.

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