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Cantone e l’Anac, in missione per salvare l’Italia, senza soldi e senza uomini

Raffaele Cantone lo dice da tempo che all’Autorità nazionale anticorruzione, con tutto quello che c’è da fare, serve più personale. E invece negli ultimi anni si sono susseguiti solo tagli alle spese. E ora si dovrà monitorare pure la ricostruzione post terremoto

Cantone

Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Flickr/veDro)

1 Settembre Set 2016 1014 01 settembre 2016 1 Settembre 2016 - 10:14

Ora dovrà vigilare anche sulla ricostruzione successiva al terremoto del 24 agosto. Metti Raffaele Cantone e l’Autorità nazionale anticorruzione a vedetta e tutti dormono sonni più o meno tranquilli. Il monitoraggio delle commesse post sisma è solo l’ultimo del lungo elenco dei pesanti dossier consegnati in mano all’Anac. Da Expo a Mafia Capitale, dal codice degli appalti al Giubileo, dalla trasparenza agli arbitraggi, l’Authority sembra la soluzione a tutti i guai del Paese. Senza dimenticare il compito più arduo: quello di combattere la piaga endemica della corruzione. Con una missione di difficoltà crescente, ci si aspetterebbe un armamentario adeguato per l’autorità nata nel 2013 dalla fusione della Civit e della autorità per la vigilanza dei contratti pubblici. E invece così non è: i trasferimenti statali – che comunque sono solo una piccola parte del bilancio – si riducono di anno in anno, e anche i dipendenti in servizio, poco più di 300 a fine giugno, non crescono. Anzi, sono molti meno rispetto alle altre authority più grosse, dalla Consob all’Agcom. Cantone, da parte sua, non perde occasione per ripetere che per salvare la patria servono più braccia. Lo scorso febbraio il magistrato ha scritto al governo dicendo che così non si può andare avanti. E lo ha ribadito a luglio davanti al Parlamento in occasione della presentazione dell’ultima relazione annuale, in cui si sottolinea la “necessità di implementare la dotazione di personale”.

In base agli ultimi dati aggiornati al 30 giugno 2016, all’Anac sono in servizio 306 persone. L’anno prima erano 318. Per funzionare bene, all’autorità anticorruzione servirebbero almeno 350 persone. Ma con i limiti di spesa e i blocchi imposti alla pubblica amministrazione, fare nuove assunzioni è impossibile. Nell’ultimo bando pubblicato sul sito dell’Anac si cercano solo dieci stagisti. Per fare un paragone, alla Consob lavorano al momento 607 persone, cioè il doppio. All’Agcom 353, quante ne servirebbero a Cantone per tirare avanti. All’Ivass, Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, 361.

In base agli ultimi dati aggiornati al 30 giugno 2016, all’Anac sono in servizio 306 persone. L’anno prima erano 318. Per funzionare bene, all’autorità anticorruzione servirebbero almeno 350 persone

Numeri “da sogno” per l’Anac. Che di tagli nella sua breve vita ha fatti, stringendo parecchio la cinghia dei costi. Dal 2014 al 2015 le spese sono state ridotte del 24 per cento fino a spendere meno di 50 milioni di euro per mandare avanti la baracca, con sforbiciate sui premi al personale, immobili e spese per i servizi. E il piano di riordino del febbraio 2016 prevede ancora una riduzione della spesa del 20 per cento. Ad oggi, l’autorità non risulta proprietaria di immobili, né di autovetture. Nel 2014 sono certificate solo due Ford Focus a noleggio. Insomma, una dotazione che non mette proprio paura ai fuorilegge della corruzione.

All’opposto, la Consob spende circa 120 milioni l’anno per funzionare, l’Agcom 95 milioni, l’Ivass oltre 65 milioni. Mentre l’Autorità per la concorrenza ha una spesa di funzionamento di circa 58 milioni (con 287 dipendenti).

I soldi per migliorare i servizi, in realtà, nelle casse dell’Anac ci sarebbero pure. Non frutto dei trasferimenti pubblici, che per giunta si sono ridotti di oltre 700mila euro dai 5 milioni del 2015 ai 4,3 milioni del 2016 2016. Ma dei contributi che provengono da chi è vigilato dall’Anac stesso (che costituiscono l’89% delle entrate): circa 50 milioni di euro l’anno. Tanto che l’autorità entro fine 2016 avrà messo da parte un gruzzolo di oltre 70 milioni di euro. E tutto ciò senza gravare sul bilancio statale. Ma mentre le segnalazioni su appalti e trasparenza raddoppiano e non c’è gara, documento o guaio nazionale che non passi al vaglio di via Minghetti, anche l’Anac come i mortali Comuni ha le mani legate e non può spendere i suoi danari. Come uno sceriffo zoppo nel Far West. Colpa dell’articolo 19 del decreto 90 che impedisce all’autorità, come ha ricordato Cantone a luglio, di investire le risorse che ha già a disposizione. «Rimuovere questo vincolo non significa aprire il rubinetto della spesa, ma vuol dire permettere all'Anac, senza alcun onere aggiuntivo per le finanze pubbliche, di rafforzare le proprie competenze e professionalità, di offrire a cittadini e operatori del mercato strumenti e servizi indispensabili e, soprattutto, di portare avanti i tanti progetti utili per la prevenzione della corruzione». Anche, e soprattutto, nella ricorstruzione post terremoto.

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