Banche e FinTech: fra competizione e cooperazione c’è una terza strada

Il crescente fenomeno della FinTech sembra costituire per le banche l'unico modo per innovare e il fenomeno di "fintegration" risulta l'opzione più auspicabile per entrambe le parti. Lo scenario migliore sarebbe la coopetizione

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(Christopher Furlong / Staff)

2 Settembre Set 2016 1203 02 settembre 2016 2 Settembre 2016 - 12:03

Ormai non c’è giorno in cui sul web non esca un articolo su qualche startup del fintech. Ma di cosa si tratta esattamente? Partiamo da Wikipedia, che spiega che il fintech riguarda la fornitura di servizi e prodotti finanziari attraverso l’utilizzo della più avanzata tecnologia disponibile. Vista la loro natura altamente tecnologica, le aziende che lo erogano sono appunto spesso startup. Perché se ne parla tanto? Perché è un fenomeno che sta crescendo in maniera esponenziale, con un numero di nuove imprese che ha superato quota duemila e su cui sta affluendo una grande quantità di denaro, con un funding complessivo di oltre 40 miliardi di dollari (dati Venturescan su fintech, insurance technology e blockchain). Il numero di startup non è di per sé un fattore significativo, probabilmente oggi è anche eccessivo: in questo momento non è escluso pensare che ci sia una bolla nel fintech ma l’eventuale selezione sarà indispensabile per far affermare solo i player a più alto valore.

Le banche investono nel fintech perché è l’unico modo per innovare e lo scenario di una simbiosi, o “fintegration”, porterà sia alle banche che al fintech grandi vantaggi dalla collaborazione

Chi investe nel fintech: molto gli stessi incumbent del settore finanziario, ma anche società di consulenza, venture capital e privati. Gli investimenti sono alti perché varie ricerche e studi indicano il settore finanziario come uno dei più esposti a innovazioni disruptive, ovvero con un’alta probabilità che si affermino innovazioni radicali con un cambiamento significativo del numero e caratteristiche dei competitor.

Le banche investono nel fintech per molte ragioni, prima fra tutte il fatto che è l’unico modo per innovare. Infatti entrare nel capitale di una startup significa sperimentarne direttamente il business model, apprendere nuovi modi di lavoro e acquisire nuove competenze che saranno fondamentali per operare con successo nel settore finanziario del futuro. Un esempio è l’acquisizione di Simple operata da BBVA nel 2014. BBVA ha lasciato forte autonomia a Simple ma allo stesso tempo ha potuto apprendere il funzionamento di una banca puramente mobile e digitale in simbiosi con i back office di un incumbent (prima USAA poi BBVA stessa). Ma fatto ancora più importante, alcuni dei manager di Simple sono stati messi a capo dei progetti digitali piu importanti di BBVA.

Lo scenario più probabile è quello di una simbiosi tra banche e fintech

Quindi si deve parlare di competition tra fintech e banche o possiamo immaginare che ci sarà più Coopetizione?
Forse è più probabile la seconda ipotesi come rilevabile anche dalla ricerca dell’Economist Intelligent Unit dal titolo The disruption of banking, in cui si ipotizzano scenari in cui banche e fintech entreranno in simbiosi.

Infatti le fintech startup hanno una caratteristica precisa: si stanno specializzando su specifici pezzi della catena del valore delle banche e lo fanno con la promessa di essere più semplici, economiche e trasparenti per i clienti. È quindi improbabile che la disruption si traduca in un attacco monolitico alle banche quanto piuttosto una battaglia sui singoli prodotti e servizi, ed è quindi alquanto improbabile che nuovi player diventino incumbent, come accaduto nel settore della musica o dei libri.

Inoltre la probabilità di successo delle fintech startup è veramente basso perché hanno un punto di fragilità: devono raggiungere una massa critica molto alta per essere redditizie e hanno bisogno di ingenti investimenti pubblicitari.

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