Gawker non è fallito, l'hanno ammazzato

Il sito americano di gossip fondato da Nick Denton ha chiuso i battenti il 22 agosto. Si era fatto un nemico troppo potente, Peter Thiele, multimiliardario conservatore e fondatore di Paypal, che ha finanziato la causa di Hulk Hogan e, vincendola, ha costretto la Gawker Media al fallimento

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2 Settembre Set 2016 1145 02 settembre 2016 2 Settembre 2016 - 11:45

La notte del 22 agosto 2016 il sito americano Gawker.com ha cessato le attività e la Gawker Media, fondata dal giornalista Nick Denton nel 2002, è fallita. Detta così sembra una notizia già sentita, l'ultimo dei necrologi che avvisa della morte dell'ennesimo giornale, interessante come uno di quei manifesti funebri che non legge più nessuno e che, appiccicati sul muro del paisiello sperduto nella provincia, piangono la morte di qualche centenario di cui nessuno si ricordava neppure l'esistenza.

E invece no, Gawker è morto giovane e lo conoscevano tutti, ma soprattutto dietro alla sua chiusura c'è una storia molto più grossa e molto meno raccontata: Gawker non è fallito di fallimento naturale. Gawker è morto ammazzato.

Come è successo? Il fallimento di Gawker è stato la conseguenza di un'azione legale intentata dall'ex wrestler Hulk Hogan e finanziata dal miliardario conservatore Peter Thiel, sostenitore di Donald Trump, cofondatore di Paypal e membro del board di Facebook. Il motivo? Quello di Hogan è un filmato di 2 minuti, in bianco e nero, a bassa risoluzione pubblicato da Gawker nel 2012 nel quale, per circa 9 secondi, va a letto con la moglie di un suo amico. Nel caso di Thiel, invece, il motivo è un articolo, sempre di Gawker, nel quale si affermava la sua omosessualità, articolo che ha portato Thiel a dichiarare letteralmente guerra al sito newyorkese in nome della lotta per la privacy di tutti noi.

Gawker non è fallito di fallimento naturale. Gawker è morto ammazzato.

A Gawker.com, non sono abituati a nascondere quel che pensano, e infatti, proprio un ex dipendente di Gawker, intervistato da Alberto Puliafito su Wolf, ha dichiarato: «È solo un pretesto. Fra i suoi investimenti in Facebook e il suo lancio di Palantir, gli affari principali di Thiel violano la privacy in una scala che fino a qualche tempo fa era inimmaginabile. Il sostenitore del disegno di legge sul “revenge porn”, che ha citato nel suo articolo del New York Times, ha detto in seguito che Thiel non aveva mai manifestato alcun interesse o sostegno per tale disegno di legge prima di iniziare il suo attacco a Gawker».

Un siticidio, dunque. Un siticidio pianificato e rivendicato come atto di difesa della privacy dei cittadini, ma che con la privacy in realtà sembra, in fondo, avere poco a che fare.

L'esecutore materiale del siticidio si chiama Pamela Campbell ed è una giudice della Florida famosa per vedere le sue sentenze respinte in appella molto spesso, circa 5 volte più della media dei suoi colleghi. È lei che, dopo aver presieduto un processo durato due settimane, è riuscita non soltanto a far condannare Gawker Media al pagamento di 115 milioni di dollari di risarcimento all'ex wrestler — 55 milioni di danni, 60 milioni per lo stress — ma anche a imporre che quella cifra fosse versata dalla società prima di sapere il risultato dell'appello. Gawker Media ha dovuto vendere tutto e fallire, non esiste più ma potrebbe ancora vincere il processo che ha causato la sua morte. Bizantino, nevvero?

Eh sì, è stato proprio un processo strano. A cominciare dal fatto che il sex tape, la cui pubblicazione — peraltro già approvata a nome del Primo Emendamento da un altro tribunale — era l'oggetto del contendere, ma non è mai stato mostrato alla giuria durante il dibattimento. Dibattimento che è durato due settimane e che si è chiuso il 18 giugno con un verdetto insolito, sia per l'ammontare dei danni richiesti da Hogan, sia perché, seppur Gawker abbia presentato ricorso in appello, gli è stato imposto il pagamento dei danni immediatamente, cosa che ha costretto Gawker Media a dichiarare fallimento e a vendere tutto il cucuzzaro a Univision, che ha preso in mano tutti i siti di Gawker Media tranne uno. Gawker.com. Quello resterà lì così come lo vedete ora, morto.

Gawker è morto perché si è fatto nemico uno dei personaggi più potenti della Silicon Valley. Ed è questa la cosa grave che dovrebbe preoccuparci.

E così, la storia del sito americano fondato da Nick Denton, durata 13 anni e qualche cosa, è finita proprio così, una notte di mezza estate, lasciando dietro di sé un cadavere digitale, ovvero la sua vita, l'archivio. E il funerale è stata una piccola cerimonia pubblica: una decina di articoli scritti da chi a Gawker ci ha lavorato, a cominciare dal fondatore.

«Gawker era semplicemente una pagina bianca gigante e vuota, pronta ogni giorno per essere riempita», ha scritto il giornalista di Gawker Hamilton Nolan, «Era abbastanza spaziosa e profonda da accettare qualsiasi contributo volessi metterci dentro. Cose serie e cose meno serie potevano stare una accanto all'altra. Notizie, scherzi, saggi, qualsiasi cosa...». O ancora: «Gawker.com verrà chiuso oggi, Lunedì 22 agosto 2016», ha scritto lo stesso Nick Denton, «qualcosa come 13 anni dopo la sua nascita e due giorni prima che io compia quarant'anni. È la fine di un'era».

Sì, certo, è la fine dell'era di un uomo, Denton, ma l'importanza di questa storia va oltre la vita di un uomo, o di qualche decina di giornalisti, che tra l'altro non hanno perso il lavoro e, almeno nominalmente, verranno utilizzati sugli altri siti ancora in piedi dell'ex Gawker Media. Gawker è morto perché si è fatto nemico uno dei personaggi più potenti della Silicon Valley. Ed è questa la cosa grave che dovrebbe preoccuparci.

Non è una novità che grazie ai soldi si possa controllare o quantomeno guidare la stampa. I proprietari dei giornali sono quasi sempre delle persone che hanno qualche interesse da difendere (gli editori puri esistono molto raramente) e che difendono proprio attraverso quei giornali. È sempre andata così: c'è chi se li compra, come il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, che si è comprato il Washington Post, e c'è chi se li fonda, come ha fatto Pierre Omidyar, mister Ebay, che ha fondato The Intercept. Questa è la prima volta che un miliardario non compra, né fonda, ma uccide.

«A lie with a billion dollars behind it is stronger than the truth», una bugia con dietro miliardi di dollari è più forte della verità.

La rivendicazione di Peter Thiel è apparsa sul New York Times, quotidiano su cui il miliardario tiene un blog. Il pezzo si intitola The Online Privacy Debate Won’t End With Gawker. La battaglia che Thiel si è intestato, infatti, riguarda la privacy. E detta come l'ha detto lui, “la discussione sulla privacy online non finirà con Gawker”, suona un po' minacciosa.

In molti hanno scritto che Gawker se l'è cercata. E probabilmente è anche vero. Ma, come scrive sempre Puliafito in chiusura dell'intervista a Tom Scocca, «il giornalismo che ti piace – o che ti dovrebbe piacere – probabilmente è sempre quello che se la va a cercare». E come scrive poi lo stesso Scocca nell'articolo che ha pubblicato in occasione della morte di Gawker: «Se vuoi scrivere storie che potrebbero far arrabbiare un miliardario, hai bisogno di lavorare per un altro miliardario o per una società miliardaria. La legge non ti proteggerà. Non c’è libertà in questo mondo, senza potere e soldi».

Una frase che fa rima con la frase iniziale di quello stesso articolo, una frase forte, pesante, che sia i lettori che i giornalisti di tutto il mondo dal 22 agosto 2016 in avanti dovranno ricordarsi molto bene: «A lie with a billion dollars behind it is stronger than the truth», una bugia con dietro miliardi di dollari è più forte della verità.

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