Renzi cambia verso: ora le banche sono un problema. Ma il primo ad averlo sottovalutato è lui

A Cernobbio, il premier ribalta la narrazione sul sistema bancario di pochi mesi fa. Quando eravamo più solidi della Germania e Mps era «un ottimo affare».

Renzi Ciao Modified
2 Settembre Set 2016 1640 02 settembre 2016 2 Settembre 2016 - 16:40

Cernobbio non è la Leopolda. Nella kermesse fiorentina, lo scorso 13 dicembre, sia il presidente del Consiglio Matteo Renzi, sia il ministro dell’economia Piercarlo Padoan avevano stragiuriato sulla solidità del sistema bancario italiano, migliore di quello tedesco, stigmatizzando semmai i risparmiatori italiani «bloccati dalla paura».

Il premier, poco più di un mese dopo, si era spinto ancora oltre, sprizzando ottimismo e speranza da tutti i pori: «Gli eventi di queste ore agevoleranno fusioni, aggregazioni, acquisti. È il mercato, bellezza». E ancora: «Il Monte dei Paschi oggi è a prezzi incredibili, chiunque verrà farà un ottimo affare». Già, continuava, non pago: «Investire in Italia oggi è una ghiotta opportunità».

D’accordo: il rosso da 1,4 miliardi di Banca Popolare di Vicenza sarebbe emerso solo due mesi dopo, il 27 marzo, così come del resto i guai di Veneto Banca. E la nuova , ennesima crisi del Monte dei Paschi di Siena è un temporale d’inizio estate, con l’ordine della Banca Centrale Europea di vendere almeno 9,7 miliardi di euro delle sofferenze che riposano nella pancia dell’istituto senese.

Fa specie sentire lo stesso premier dire alla platea del Forum Ambrosetti di Cernobbio che c’è stata «una grande sottovalutazione» del problema banche «da parte di tutti». Fa specie perché mentre Renzi diceva che il nostro sistema bancario era più che solido, il passivo di Popolare di Vicenza era di 758 milioni già nel 2014. Anno in cui Veneto Banca, se possibile, faceva pure peggio, chiudendo sotto di un miliardo secco.

Fa specie sentire lo stesso premier dire alla platea del Forum Ambrosetti di Cernobbio che c’è stata «una grande sottovalutazione» del problema banche «da parte di tutti». E fa specie, allo stesso modo, sentirlo attaccare lancia in resta la politica «principale responsabile» perché pensava «di poter continuare ad avere un impatto fortissimo nella gestione delle banche, mentre il resto d'Europa aveva un modello diverso». Aggiungendo, non avessimo capito, che «ogni riferimento a Mps e alle popolari è voluto».

Fa specie, perché i guai delle banche italiane erano più che noti. Non solo quelli di Mps, in crisi continua dal 2013. Il passivo di Popolare di Vicenza, per dire, era di 758 milioni già nel 2014. Anno in cui Veneto Banca, se possibile, faceva pure peggio, chiudendo sotto di un miliardo secco. Ora il premier parla di banche che «devono aggregarsi» e punta il dito sulle poltrone «che sono più delle filiali» - che comunque, andrebbero tagliate e non poco, visto che il problema principale dei nostri istituti di credito si chiama tanti costi, zero redditività.

Che il premier sia tornato sul pianeta Terra, all’avvicinarsi dei pesanti aumenti di capitali di Mps e Unicredit e della fusione - non scontata - tra Banco Popolare e PopMilano non può che far piacere. E in fondo possiamo pure perdonargli un po’ di fisiologica memoria selettiva. A patto che, ovviamente, d’ora in poi la propaganda pro domo patria lasci il campo a una gestione e a una comunicazione il più possibile aderente alla realtà dei problemi del nostro credito. Che non sono insormontabili. Ma molto più seri di come ce li ha raccontati fino a ieri.

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