Fertility Day

«Permetti una parola, Beatrì?».

Lettera aperta alla ministra Lorenzin, da parte di una donna che ha un anno in più di sua mamma quando l'ha partorita

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EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

3 Settembre Set 2016 0705 03 settembre 2016 3 Settembre 2016 - 07:05

Ho 30 anni. Mia madre ne ha 60.

Mi ha avuta più o meno alla mia età. Nel senso che mi ha avuta a 29 anni, quasi 30. Io ne ho 30, quasi 31. Potremmo concludere che mi ha avuta quando era più giovane di me.

Mi ha voluta. Molto. E io, che me la tiravo da prima ancora di venire al mondo, mi sono fatta attendere per ben 2 anni. Non arrivavo. Eppure mia madre aveva 27 anni e mio padre 25 (sì, lei è stata un’antesignana del trend del Toy Boy). Voglio dire, non erano dei matusa.

Mia madre oggi ha 60 anni. E io ne ho 30. E ogni volta che c’è un infante nei paraggi, i suoi occhi si illuminano. Emette voci strane. Sorride. Io la guardo e penso che è in età nipotabile. Che sarebbe una gioia enorme per lei, se le "regalassi" un nipotino. Che poi "mocca al regalo", si direbbe dalle mie parti. Un kobo è un regalo, non un altro essere umano. Comunque, con le femmine proprio diventa scema, più che con i maschi. Non oso immaginare se le arrivasse una nipote femmina.

Se le arrivasse...

Da chi? Amazon Prime non consegna nipoti femmine, per mia info. Da me, dunque. Sono la sua unica figlia, io, del resto.

Merda, penso. Siamo messi male. C'hai ragione tu, Beatrì. Potevi farlo un meme con i nonni, con su scritto "Fai felici i tuoi genitori! A Natale regala un nipote!"

Il fatto però, Beatrì, è che io, a differenza di quando mia madre aveva la mia età, non ho un marito e neppure un compagno con cui procreare il mio erede. Non ho uno stipendio fisso. Vivo praticamente in un garage (in milanese: loft). Non so nemmeno se ce la farei, fisicamente, a sostenere una gravidanza. Sì, insomma, se sono fertility abbastanza, mi capisci. Ma il tema non sono io, che ho scoperto i fibromi all’utero da quando avevo 27 anni. Né le mie amiche, che hanno l'endometriosi già da 5 anni, o le altre, che i figli li hanno persi. E neppure tutte le persone che questa campagna l’hanno giustamente trovata offensiva e vergognosa. Il tema è che sollevare l’argomento nel modo in cui l’avete sollevato è come fare educazione sessuale nelle scuole dicendo “scopate”.

Cioè: graziarcazzo.

Il punto è come? Quando? Perché? In che modo tutelate la riproduzione cosciente e responsabile? In che senso cosciente? In che senso “genitori giovani”? Cioè, io, che ho 30 anni e mi sento in mezzo tra i 20enni (che, siamo tutti d’accordo, sono giovani) e i 40enni (che sarebbero i “vecchi” suppongo), ecco io dove mi colloco? Dimmelo Beatrì. Quella tizia insopportabile che mi punta con una clessidra gigante in mano, sta parlando a me o a quelle che figliano a 46 anni? Aiutami Beatrì, che mi sono agitata.

Mia madre è in età nipotabile. Mio padre pure ma lo occulta meglio. Io ho 30 anni e non so se avrò mai dei figli. A volte sospetto di no. E sospettarlo mi dispiace. Ogni volta che mi viene il sospetto, la mia amica Janis mi rimprovera. Mi dice che non è vero, che ci fanno sentire da buttare via, che abbiamo 30 anni, non 50.

Sia chiaro: non è che noi ci preoccupiamo delle frocerie borghesi. È che per fare un figlio vorremmo per lo meno offrirgli un paio di genitori, un tetto sulla testa, pasti sicuri, la possibilità di essere curato ed educato, cresciuto e amato.

Vedi, Beatrì. Una parte di me vorrebbe pure, in linea teorica. È che non ci sono le condizioni. Nel mio caso non ci sono totalmente, nel senso che non ho nemmeno un compagno pluriennale con cui affrontare la godibile questione, probabilmente perché non ho posto la riproduzione come il mio primo obiettivo esistenziale, (sbagliando magari, considerato che così il mio patrimonio genetico andrà perduto, me ne rendo conto, ma che vuoi farci, così che è andata  la mia vita fino ad ora, e per me ha senso così com'è andata, e lo avrà comunque andrà). In molti altri casi però, diversi dal mio, i compagni pluriennali ci sono. A volte c’è anche la volontà. Ciò che manca sono le condizioni.

Ecco, dopo aver attirato così prepotentemente la nostra attenzione sulla fertility, ci dici come pensate di migliorare le “condizioni”? Perché le condizioni hanno il potere di condizionare le scelte. A volte anche quelle esistenziali e fondamentali. Questo tema non è da trattare con della becera propaganda, l'hai capito no? Questo tema è da trattare con un dibattito serio su cosa si può fare per i giovani, e per le donne, e per le coppie, e per i figli. Sia chiaro: non è che noi ci preoccupiamo delle frocerie borghesi. È che per fare un figlio vorremmo per lo meno offrirgli un paio di genitori, un tetto sulla testa, pasti sicuri, la possibilità di essere curato ed educato, cresciuto e amato. E allora, forse, Beatrì, tutto questo polverone che hai sollevato, l'hai sollevato perché in questa campagna non c'è cervello, né cuore e neppure utero. Niente, a parte l'insulto, generazionale e anche di genere.

Sorry, non c'è rispetto e se parli senza rispetto difficile tu venga ascoltato, anche nel caso in cui tu dica cosa giuste (nel caso in cui). Rispetto per chi si è visto rubare anni e anni di vita, lavorando a bassissimo costo e in una cronica precarietà lavorativa, quindi esistenziale, quindi relazionale, che per i primi anni è stata paralizzante, per noi; rispetto per chi ha studiato pensando di trovare una condizione lavorativa dignitosa e non l’ha trovata; per chi il lavoro l’ha perso; per chi il lavoro ancora non l’ha trovato; per chi se l’è inventato, onore a lui, ma magari non ha ancora la sicurezza di campare se stesso, figurarsi un altro essere umano; per chi lavora come un ciuccio e non mette insieme il necessario; per chi è emigrato pur di lavorare e un po’ di energie tra i 20 e i 30 ha dovuto spenderle lì, capisci, adattandosi a un paese straniero. Rispetto per chi ha problemi di salute e non riesce a compiere il suo dovere riproduttivo per la Patria; per chi non è riuscito ad avere una relazione abbastanza lunga e abbastanza sana da mettere in cantiere un figlio; per chi un figlio lo vuole e anche per chi non lo vuole.

Adesso dici che devi riformulare la campagna. Brava. Riformula tu. Successivamente, se ti avanza tempo e un po’ di budget, fai n'altra campagna (magari con degli altri creativi) e ricorda altro, specialmente alle donne.

Ricorda loro che si può contribuire alla società in molti modi, non solo procreando.

Ricorda loro che possiamo leggere, studiare, viaggiare, guidare la macchina, votare, vestirci come ci pare, andare, tornare, eccellere, fallire, guadagnare, crescere. Che siamo persone, insomma, con un vissuto, un percorso, delle priorità, delle ambizioni, delle difficoltà e delle potenzialità. Che se non ci riproduciamo la nostra vita non è priva di utilità. E che non siamo donne di serie B.

Ricorda che siamo persone innanzitutto. Non apparati riproduttivi da fecondare in tempo utile. Che nessuno, tanto meno il nostro paese, ci considera tali. Ci farebbe piacere sentircelo dire. Nel modo giusto.

Molte grazie,

V.

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