Cinque Stelle, la lezione di Roma: Grillo e la democrazia diretta non bastano per governare

Leaderismo e “uno vale uno” non bastano. Ora al Movimento serve personale per governare: farlo senza snaturarsi, però, è una missione (quasi) impossibile

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5 Settembre Set 2016 1000 05 settembre 2016 5 Settembre 2016 - 10:00

Come insegna la lezione politica di Gianfranco Miglio, uno dei più influenti politologi italiani degli anni ottanta e novanta, per analizzare i fenomeni politici e le loro trasformazioni bisogna rintracciarne le "regolarità", ovvero gli oscillamenti, le ciclicità, le continuità. La storia politica del Movimento 5 Stelle sembra scandita da due grandi regolarità: la burocrazia politica e la personalizzazione politica, ovvero la leadership carismatica. In questi anni, il Movimento si è mosso tra l'organizzazione dei mezzi e l'incarnazione del suo messaggio nelle figure politiche di riferimento. In altre parole, il Movimento 5 Stelle è un pendolo che oscilla tra la leadership popolare e la tecnocrazia, in cui figura assente un elemento fondamentale: una classe politica diffusa, organica e omogenea. Ed è tutta la sua storia a dimostrarlo.

In principio c'erano i meetup, gli incontri aperti a tutti i cittadini con la promessa della democrazia diretta, dell'uno vale uno, del coordinamento online per agire capillarmente a livello locale. C'era Beppe Grillo con i V-Day, gli spettacoli, i comizi fiume, i nomignoli, la satira feroce contro la casta e il sistema, il blog. C'era la Casaleggio e Associati con le sue analisi dei dati, dei flussi elettori, delle emozioni in rete e della comunicazione alternativa. Gli elementi delle regolarità tipiche dei grillini erano già evidenti: una fase di costruzione dell'organizzazione meticolosa, capace di arrivare in tutte le piazze, di coinvolgere ed interessare milioni di cittadini insofferenti verso la politica tradizionale, un leader capace di fare da scudo all'inesperienza e ai novizi del Movimento, una macchina della comunicazione sovrana e centralista. In questa prima fase, i tre pilastri si muovono insieme, ma è l'organizzazione burocratica della politica a essere preminente almeno fino al 2011.

I due anni successivi, 2012 e 2013, sono indiscutibilmente gli anni di Beppe Grillo. Un leader assoluto, unica figura riconoscibile del Movimento, comiziante capace di occupare piazze, televisioni, giornali pur dichiarandosi contrario a qualsiasi rapporto con i media, anzi proprio per questo il "rimbalzo" mediatico delle battaglie del comico genovese è stato così forte. In quest'epoca non esistevano i Di Maio, i Di Battista, i Fico, le Ruocco e le Taverna. Tutti erano semplicemente figli della personalizzazione del Movimento cucita addosso al suo speaker. Erano, per l'appunto, i grillini, massa anonima di cittadini arrabbiati. Questi anni, però, sono anche quelli del consolidamento della Casaleggio e Associati in cui la gestione delle votazioni online di programmi, primarie e battaglie politiche viene gestita dalla macchina informatica della società milanese. Mentre Grillo parla alle piazze, la comunicazione è accentrata nelle sapienti mani di Gianroberto Casaleggio e dei suoi fedelissimi. La regolarità politica, in questa fase, si dipana nella leadership di Beppe Grillo e nella comunicazione corporate applicata alla politica.

In principio c'era la promessa della democrazia diretta, dell'uno vale uno, del coordinamento online per agire capillarmente a livello locale. C'era Beppe Grillo con i V-Day, gli spettacoli, i comizi fiume, i nomignoli, la satira feroce contro la casta e il sistema, il blog. C'era la Casaleggio e Associati con le sue analisi dei dati, dei flussi elettori, delle emozioni in rete e della comunicazione alternativa

Dopo lo straordinario successo elettorale del 2013, un'altra svolta. Grillo si defila progressivamente e l'eclissi definitiva del comico si avrà definitivamente nel 2014 dopo il Malox in diretta streaming che segue il risultato deludente delle elezioni europee, quelle in cui il nuovo Partito Democratico renziano porta a casa il 41%. In questi quasi due anni, tra il febbraio 2013 e la fine del 2014 il Movimento torna a "burocratizzarsi", ad evidenziare l'altra delle sue regolarità. Prima di tutto i grillini parlamentari imparano a sopravvivere senza lo scudo mediatico di Beppe Grillo: il partito si istituzionalizza, con grandi meriti dei suoi fondatori. La strategia del comico di mettersi in disparte risulta vincente perché il Movimento non si disperde né si si esaurisce con la sua leadership. Anche le lotte interne al partito vengono tenute sotto controllo dal vigile occhio della Casaleggio che elimina il dissenso territoriale e parlamentare a suon di espulsioni. È il periodo della setta, ma anche una fase d'instabilità che viene governata con abilità dalla società milanese.

A fine novembre 2014 viene varato il direttorio pentastellato da Grillo e Casaleggio. Tramonta l'era del blog e della democrazia diretta. Ancora una volta i fondatori del Movimento introducono una novità nella politica italiana: non un solo leader, né un'investitura (troppo presto e troppo contrario ai principi originari del movimento), ma un organo collegiale ristretto composto dai cinque parlamentari più rappresentativi. Nonostante questo provvedimento, si entra in un'altra fase del ciclo politico: la regolarità della burocratizzazione non regge e, lentamente ma con una progressione inesorabile, ritorna la regolarità della personalizzazione e della leadership. Dal direttorio emergono, infatti, due grandi anime e correnti interne al Movimento: quella moderata e dialogante di Luigi Di Maio e quella movimentista e aggressiva di Alessandro Di Battista. Al centro tra le due, la Casaleggio e Associati a decidere in quale momento spingere sull'uno oppure sull'altro. Sui media e nel Paese si parla sempre meno del Movimento e dei "grillini" e sempre di più dei due giovani leader.

Nel 2016 si registra un'altra variante della politica a cinque stelle. Virginia Raggi e Chiara Appendino diventano sindaco di Roma e Torino. Sono due candidate ad immagine e somiglianza della nuova leadership nazionale. Che portano in Giunta tecnici di un certo profilo: magistrati, professionisti, docenti universitari, alti funzionari amministrativi.

Nel 2016 si registra un'altra variante della politica a cinque stelle. Virginia Raggi e Chiara Appendino diventano sindaco di Roma e Torino. Sono due candidate ad immagine e somiglianza della nuova leadership nazionale. Fine dei candidati beceri, con basso livello d'istruzione e lessico da strada, largo a giovani e sorridenti professioniste, presentabili e televisive, adatte al pubblico elettorale dei grandi centri urbani. E' una scelta che paga in termini elettorali e che va di pari passo all'ascesa politica del duo Di Maio e Di Battista. Tuttavia, la regolarità della burocratizzazione torna a fare capolino a livello locale perché tanto Raggi quanto Appendino selezionano la propria giunta non per meriti o affiliazione politica, ma per curriculum. Si avviano giunte tecnocratiche in cui non entrano nell'esecutivo i consiglieri comunali più votati, bensì tecnici di un certo profilo: magistrati, professionisti, docenti universitari, alti funzionari amministrativi. Personalità che difficilmente s'incontrano ai banchetti di volantinaggio. L'intransigenza anti-casta e antipolitica, fortemente alimentata dalla Casaleggio, continua tanto nelle scelte amministrative quanto nei problemi che questa pone con le dimissioni in massa di assessore al bilancio, capo di gabinetto e amministratori delegati delle municipalizzate che la Raggi si trova a fronteggiare in queste ore.

Probabilmente per i pentastellati è giunto il momento di provare a superare le "regolarità" che scandiscono la loro storia trovando un metodo per formare una classe politica diffusa e omogenea magari attraverso la creazione di corpi o livelli intermedi interni al Movimento

L'impressione è che il Movimento sia capace di selezionare personalità elettoralmente performanti ma che non sia capace di ampliare la propria classe politica al punto da renderla capace di governare realtà complesse. Insomma, se domani i 5 stelle vincessero le elezioni politiche con Di Maio o Di Battista alla testa, chi sarebbero i ministri? Chi i capi di gabinetto? Quanto pagherebbe il Movimento per la mancanza di un gruppo politico forte? Virginia Raggi lo sta sperimentando sulla propria pelle. Probabilmente per i pentastellati è giunto il momento di provare a superare le "regolarità" che scandiscono la loro storia trovando un metodo per formare una classe politica diffusa e omogenea magari attraverso la creazione di corpi o livelli intermedi interni al Movimento: leadership personali-verticali e tecnocrati selezionati dalla Casaleggio&Associati non bastano più a chi pensa di poter governare l'ottava potenza economica mondiale.

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