Il suicidio della Germania è l’unica cosa che ci deve fare paura

I risultati delle elezioni del lander Meclemburgo - Pomerania Occidentale, con il crollo di Cdu e Spd e l'ascesa di Alternativa per la Germania è un campanello d’allarme: perché rischia di privare l’Europa della sua guida proprio mentre la Germania cominciava davvero a esserlo

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Frauke Petry, leader di Alternativa per la Germania (Carsten Koall/Getty Images)

5 Settembre Set 2016 1110 05 settembre 2016 5 Settembre 2016 - 11:10

Forse finalmente riusciremo a dare alla Germania una colpa che si merita. Le elezioni del lander del Meclemburgo - Pomerania Occidentale, infatti, ci consegnano su un piatto d’argento l’unica cosa che potrebbe far davvero saltare il banco nell’Unione Europea: la sconfitta di Angela Merkel e l’ascesa di un partito nazionalista e xenofobo come Alternativa per la Germania (AfD l’acronimo in tedesco).

Nelle elezioni di domenica 4 settembre è andata così: prima la Spd con il 30% circa dei consensi (meno cinque punti rispetto a cinque anni fa). Terza la Cdu con poco meno del 20%, circa tre punti in meno rispetto al suo già pessimo risultato del 2011. Secondo, per l’appunto, il movimento della giovane Frauke Petry. Che starà all’opposizione di una coalizione rosso-nera (Spd e Cdu) o rosso-rossa (Spd, Linke e se riescono a eleggere qualcuno, pure i verdi). Ma che alle sue prime elezioni dimostra che nemmeno la Germania, buon ultima, è immune dal virus dei movimenti antisistema.

C’è chi parla di ingratitudine per chi ha governato fino a oggi: il Meclemburgo - Pomerania Occidentale, è ben amministrato dai socialdemocratici, ha ricevuto un sacco di soldi post unificazione, ha un’economia che sta crescendo ed è uno dei lander in cui sono arrivati meno profughi. Perché allora una punizione tanto severa per la cancelliera e per i socialdemocratici (è loro il maggiore calo di consensi tra i grandi partiti)?

Non c’è una risposta, per ora. C’è chi dice che AfD abbia drenato trasversalmente i consensi delle forze d’opposizione, dai nazisti del Npd ai Verdi. C’è chi spiega l’exploit con il forte aumento della percentuale dei votanti, una sorta di rivincita degli astensionisti seriali. Tutti sono concordi nell’identificare nella questione dei profughi il motivo di questo exploit. Nel caso di specie, nella paura che ne arrivino.

La sfida di Merkel, il suo lascito per quel che dovrebbe essere il suo quarto e ultimo cancellierato, è dare un futuro stabile e prospero alla Germania «fondata sull’immigrazione». E fare del suo Paese - aperto, coi conti in ordine e con una politica industriale fondata sul mix tra manifattura e digitale - il modello di un’Europa sempre più integrata e impermeabile agli tsunami finanziari globali. La sua scommessa è quella di riuscirci mettendo a rischio la propria riconferma

Intendiamoci: il Meclemburgo - Pomerania Occidentale ha poco più di 1 milione e mezzo di abitanti, un sessantesimo circa della popolazione tedesca, e sebbene sia il lander in cui Angela Merkel ha il suo collegio, non è mai stato un feudo cristiano democratico. Tuttavia, è più di un campanello d’allarme per la cancelliera e per chiunque abbia a cuore l’Europa. Perché è evidente, anche per il più inguaribile ottimista, che se alle prossime elezioni tedesche non si riesce a formare nemmeno un governo di grande coalizione tra cristiano democratici e socialdemocratici, in altre parole se anche la Germania precipita in una situazione di stallo alla spagnola, l’Europa rimane senza guida, ostaggio dei populismi e dei nazionalismi.

La cosa pazzesca, in tutto questo, è che sarebbe un suicidio apparentemente irrazionale. L’economia tedesca tiene botta e guida ancora, da anni, la pur flebile crescita europea. Il bilancio statale è in pareggio e potrebbe sopportare qualunque shock senza particolari problemi (anche la nazionalizzazione di una grande banca, per parlare chiaro, o una nuova grande crisi finanziaria). Rimane la solita perdurante crisi demografica, ma in Germania, invece delle cartoline e del fertility day, stanno investendo sull’integrazione di migranti e profughi.

I calcoli dell’Istituto per la ricerca economica di Berlino stimano proprio nel 2016 e nel 2017 gli anni di maggior criticità di questo processo, con un costo netto tra il punto e mezzo e il mezzo punto di Pil per l’integrazione dei profughi. Costo che diventerà beneficio netto al più tardi nel 2025 e che aumenterà ancora nei successivi dieci anni. Un lasso di tempo - soprattutto nei prossimi due anni - in cui Frauke Petry avrà buon gioco a dire che la politica migratoria della cancelliera è «disastrosa», che la Merkel «si rovescia da sola».

A noi italiani può sembrare strano, ma la differenza tra un leader politico e uno statista è proprio questa: la sfida di Merkel, il suo lascito per quel che dovrebbe essere il suo quarto e ultimo cancellierato, è dare un futuro stabile e prospero alla Germania «fondata sull’immigrazione» - sono parole sue. E fare del suo Paese - aperto, coi conti in ordine e con una politica industriale fondata sul mix tra manifattura e digitale - il modello di un’Europa sempre più integrata e impermeabile agli tsunami finanziari globali. La sua scommessa è quella di riuscirci mettendo a rischio la propria riconferma, un po’ come fece Schroeder con le riforme Hartz.

Finora avevamo dato per scontato ci riuscisse, rivolgendo le nostre preoccupazioni altrove, immaginandola, nei nostri peggiori incubi, a doversela vedere con Grillo, LePen, Wilders, Orban, magari pure Trump. Aggrappandoci, in qualche modo, alla sua forza per far loro da argine. Ecco: mettiamo in conto che pure l’argine potrebbe saltare. E prepariamoci alla piena.

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