Perché siamo ossessionati dal dover dare la nostra opinione su tutto

C’è stato un tempo in cui non parlavamo di tutto, in cui su Facebook ritrovavamo vecchi amici, in cui ascoltavamo le opinioni degli altri, anziché dover dire la nostra su tutto. Si stava meglio

Gene Wilder

Una scena del film “La Fabbrica di Cioccolato” (1971) con Gene Wilder

5 Settembre Set 2016 1418 05 settembre 2016 5 Settembre 2016 - 14:18

È esistito un tempo, lontano eppur bellissimo, nel quale noi tutti eravamo persone normali. Guardavamo la tv generalista, quella statale, la RAI, che in teoria era qualitativamente migliore di quella commerciale, cioè Mediaset, Fininvest, Berlusconi, tette, culi, tronisti, talent e reality show e via discorrendo.

La cosa stupenda della tv era che quella parlava, e noi stavamo zitti. Al massimo commentavamo con chi era fisicamente insieme a noi, e qualunque cosa dicessimo — indipendentemente che fosse particolarmente intelligente o particolarmente demenziale — restava lì, felicemente confinata tra le mura domestiche.

La possibilità di scelta era limitata. I canali erano pochi. Non avevi tanta libertà. Cioè avevi la libertà di non guardare la tv, ma se la guardavi era lei che comandava. Poche palle. Potevi fare zapping, ok, ma il rapporto tra noi e lo strumento era sostanzialmente univoco, monodirezionale, cattedratico. Quella parlava, noi ascoltavamo. Fine.

Non era democraticissima, come cosa. Quindi all’improvviso abbiamo deciso che la televisione era una merda, che la qualità dell’intrattenimento faceva pietà e misericordia, che l’informazione era totalmente manipolata (tutto comunque piuttosto vero) e che avevamo bisogno di uno strumento più libero, per far circolare le notizie e le informazioni. Per farci delle opinioni NOSTRE, non dettate dall’agenda mediatica ufficiale.

E, in effetti, c’è stato un momento — badate, parlo di “momento” non di “epoca”, perché è durato poco, una manciata di anni, voglio dire, non di più — in cui il web ci è apparso come la panacea di tutti i mali. Come uno spazio effettivamente libero, nel quale le opinioni potevano essere espresse e non censurate, nel quale si poteva instaurare un dialogo, porre degli interrogativi, ottenere delle risposte. La stessa satira ha vissuto una sua nuova età dell’oro con Spinoza e tutti i suoi derivati, con i primi anni di Twitter, un social meraviglioso che quasi tutti NON capivano (e la sua bellezza era proprio questa, cioè che quasi tutti non lo usavano perché “non sapevano cosa dire”). Era bellissimo quando la gente non sapeva cosa dire. Quando Facebook era un posto dove pubblicare le fotografie con gli amici, ritrovare i compagni dell’università, del liceo, delle medie, delle elementari, dell’asilo nido, della vacanza nel villaggio turistico di Capo Rizzuto nel 1989. Era bellissimo, allora.

Era bellissimo quando la gente non sapeva cosa dire. Quando Facebook era un posto dove pubblicare le fotografie con gli amici, ritrovare i compagni dell’università, del liceo, delle medie, delle elementari, dell’asilo nido, della vacanza nel villaggio turistico di Capo Rizzuto nel 1989. Era bellissimo, allora

Poi, nel giro di poco, tutto è cambiato. Facebook ha oggettivamente assunto uno strapotere sociale, economico, culturale (potremmo parlarne per pagine e pagine, ma non lo faremo in questa sede, per amore di sintesi; vi basti pensare che ha cambiato le nostre abitudini personali, intime, relazionali, commerciali, financo culturali; oltre ad aver cambiato il mondo stesso della comunicazione). Siamo arrivati al punto in cui le persone le cerchiamo su Facebook. Un evento lo cerchiamo su Facebook. Un negozio lo cerchiamo su Facebook. Facebook è diventato la cartina al tornasole dell’esistenza stessa di un soggetto, umano o istituzionale che sia. Peggio mi sento: siamo arrivati a leggere le notizie su Facebook. Le notizie devono essere condivise e sponsorizzate su Facebook, le testate devono comprare il proprio pubblico, così che la loro notizia venga vista da più persone, così che il link diventi virale, in un’agorà virtuale che sembra sempre più un mercato del pesce, in cui ottenere visibilità organica (cioè gratuita) diventa quasi impossibile. E, nel 2016, se una notizia non è “virale”, praticamente non è una notizia, come osserva Katherine Viner in un bellissimo articolo pubblicato su Internazionale n°1168, che parla della fine della verità. Quando studiavo comunicazione si diceva Bad News is Good News. Oggi si può dire Viral News is News. Full stop. Punto. Se nessuno vede la notizia su Facebook, nessuno ci clicca, non fai views, non hai investimenti pubblicitari. Non esisti.

Noi, come utenti, abbiamo scelto Facebook come filtro per esplorare il web, perché Facebook sa tutto di noi, ci risparmia la fatica di andarci a cercare i contenuti da soli, di surfare, di spulciare online, di decidere da soli (non in base al numero di like che c’è sotto) se un pezzo è buono oppure no. Facebook è diventato come la televisione, ma molto più potente e pervasivo (la televisione ci entrava in casa, Facebook ci entra in tasca e ce lo portiamo pure al cesso), perché gli argomenti che ci sottopone sono tagliati su misura per noi. In maniera chirurgica, come non era mai stato possibile fare prima.

E così, quello strumento che avevamo tanto amato perché ci consentiva di farci opinioni NOSTRE, ci ha resi soltanto soggetti fortemente OPINIONATED. Chiusi nelle nostre bolle di pensiero, fondate sul nulla. Ottusi. Succubi di uno stream di notizie non più scelto da noi, bensì da un algoritmo che tiene conto degli investimenti pubblicitari, dei facili consensi, dei like, dei commenti, della quantità di interazioni più che della qualità del contenuto. Questo a patto che il contenuto rispetti gli standard di Facebook, naturalmente, che a ben vedere così democratico non è. Giustamente d’altra parte, Facebook è un’azienda, mica uno Stato democratico.

E così ci ritroviamo a indignarci ogni giorno per una cosa diversa. A essere ogni giorno schieratissimi, sulle nostre fottute bacheche. Stupidi, il più delle volte. A prendere le parti dell’uno o dell’altro. A parlare per giorni del diritto delle culone di indossare gli shorts (e io sono culona, sia chiaro, e ho parlato di body-shaming in Italia quando mediamente si ignorava cosa fosse il “body-shaming”, però a una certa anche basta); a dividerci nel partito dello Snapchat e quello dell’Instagram Stories; a condannare qualcuno per qualcosa, oppure a difenderlo, sempre con un preoccupante fanatismo e un'insopportabile superficialità; a essere Charlie Hebdo e, dopo qualche mese, je ne suis pas charlie, che io dico: RIPRENDETEVI. Pensateci due volte di più, siate meno emotivi, porcozzio, prima di spiaccicarvi simboli e bandiere in faccia.

Peggio mi sento: siamo arrivati a leggere le notizie su Facebook. Le notizie devono essere condivise e sponsorizzate su Facebook, le testate devono comprare il proprio pubblico, così che la loro notizia venga vista da più persone, così che il link diventi virale, in un’agorà virtuale che sembra sempre più un mercato del pesce, in cui ottenere visibilità organica (cioè gratuita) diventa quasi impossibile. E, nel 2016, se una notizia non è “virale”, praticamente non è una notizia

Poi, per carità, non è tutto male ciò che c’è. Si leggono anche delle bellissime riflessioni, su Facebook che, se non altro, è un acquario interessante da cui osservare l’umanità. Ma la verità, miei cari, e in questo mi metto in mezzo pure io ovviamente, è che NON siamo tutti opinionisti, tutti politologi, tutti economisti; la verità è che la maggior parte di noi è ignorante, molto ignorante, bene che vada ne sa qualcosa di un settore e assai poco di tutti gli altri; la verità è che prima di esprimersi in maniera radicale e arrogante su un tema, è ancora giusto documentarsi e leggere, non gli status su facebook della nostra amica di zumba, ma gli articoli, i saggi, i reportage, di chi FORSE qualcosa più di noi la sa. Questa suggestione globale per cui nell’era del web sappiamo tutti tutto, poiché tutti possiamo collegarci a wikipedia (e improvvisarci dunque medici, avvocati, illustrissimi rettori di staminchia) è per l’appunto una suggestione.

Nella completa disponibilità di informazioni, nell’apertura delle fonti, ci siamo paradossalmente chiusi in un recinto nel quale solo la nostra opinione conta, mentre quella dell’altro va prevaricata, più che compresa. O sei d’accordo con me (e quelli che la pensano esattamente come me), o non capisci un cazzo.

E, ve lo giuro, non succede niente, il mondo non crolla, i vostri amici continueranno a volervi bene e forse ve ne vorranno anche di più, se ogni tanto starete zitti. Se farete la vostra piccola parte per NON rendere il web una Babele di ciarlatani supponenti (di “webeti”, come direbbe Mentana) ma un posto nel quale più che parlare è giusto ascoltare e approfondire. Perché, sia chiaro, il web questa opportunità qui ce la offre ancora. Perché io capisco che ogni giorno c’è un fatto nuovo che dobbiamo urgentemente commentare, intorno al quale dobbiamo far montare senza controllo la nostra indignazione collettiva, oppure sfogare la nostra estrema emotività sociale. Ma ragà, crearsi delle opinioni intelligenti richiede tempo. E a volte, nonostante il tempo, non è detto che siano intelligenti. Soprattutto, non siamo obbligati ad avere un’opinione su tutto. Tanto meno, siamo obbligati a condividerla. Ancor di meno, siamo obbligati a sopportare o supportare quelle che leggiamo.

Non succede niente, garantito, se un argomento lo ignorate, se nell’ennesima disputa quotidiana attorno al niente (perché spesso di niente trattasi, perché il mondo vero, la vita vera, i problemi veri, sono proprio un’altra cosa) vi chiamate fuori, vi scollegate, riaccendete la tv, tornate a essere per qualche giorno cittadini disinteressati e ignoranti. E se i palinsesti non vi piacciono, abbonatevi a Netflix e drogatevi di serie tv che, a commentare quelle, farete probabilmente meno danni che a commentare tutto il resto.

Non so. Forse eravamo tutti meno brutti, quando stavamo tutti più zitti. Quando la solidarietà si esprimeva con i fatti. Quando il cordoglio si esprimeva col silenzio. Quando l’indignazione era composta, oppure sguaiata ma sguaiata davvero, e ci riversava in strada, a protestare con la voce, con i corpi, con i sensi. Quando, soprattutto, non avevamo tutti la presunzione di partorire sofisticatissimi pensieri che avrebbero per certo reso il mondo un posto migliore. Quando il dialogo era un dialogo e non un belato esagitato, a cui si rispondeva con un contro-belato scandalizzato.

Chiudo citando Palahniuk, che ci ricorda che siamo solo la piccola merda danzante del mondo.

Mi prendo una licenza e correggo: siamo solo la piccola merda digitante del mondo.

Solo piccola merda.

Solo. Piccola. Merda.

Ricordarcelo non può che farci bene.

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