Frank Ocean, il codice vivente della blackness in musica

Quest'estate in Italia abbiamo avuto a che fare con i tormentoni, mentre all'estero la comunità black ha tirato fuori le unghie. Il soul, oggi, non può che passare da Blond e Endless

Ocean

saintheron.com

6 Settembre Set 2016 1400 06 settembre 2016 6 Settembre 2016 - 14:00

Questa estate musicale è stata davvero strana. Mentre da noi ci si è concentrati a discettare sullo stato dell'arte, partendo da tormentoni e affini e finendo per indicare ancora una volta nel pop-rap una deriva non esattamente esaltante del mainstream, all'estero la comunità black ha tirato fuori le unghie, lasciando segni piuttosto profondi sulla pelle. Del resto, diciamocelo, il fatto che sia dal fronte americano che arrivano novità rilevanti non è affatto una novità, né se si guarda al lungo termine, né se ci si concentra sugli ultimi anni. Quando infatti il rap sembrava aver detto tutto quel che aveva da dire, ormai omologato e metabolizzato dal sistema musica quanto dal sistema tout-court, ecco che sono usciti alcuni lavori che hanno contribuito in maniera addirittura miracolosa a ridefinire la black music tutta, al punto che, di questo andremo a parlare a breve, oggi siam qui a celebrare la nouvelle vague del soul.

Qualche nome? Non si può che partire da Kendrick Lamar, che con i suoi lavori, T Pimp a Butterfly e Untitled su tutti, colui che più di chiunque altro è riuscito a portare il messaggio nel rap, impresa che sembrava impossibile, almeno fuori dall'underground, portando il rap verso il jazz come solo a GURU e agli A Tribe Called Quest era riuscito a questi livelli. Poi, altrettanto senza dubbi, Beyoncé, che con l'ultimo LEMONADE ha consegnato alla comunità afroamericana e non solo un nuovo manifesto femminista. E poi, sì, facendo la tara con certe follie non si può non riconoscere il genio e il peso di Kanye West, così come quello di Drake, fino alla nuova stella indipendente Chance The Rapper, col suo Coloring Book autore di un gioiello di rap (rap che flirta pesantemente col gospel), album che ha scatenato una specie di asta tra major cui il giovane rapper ha risposto picche. Insomma, nell'anno della morte di un colosso della black Music (e non solo) come Prince, tanta bella musica afroamericana è arrivata sul mercato, per ridisegnare i lineamenti dei vari generi che la compongono.

A suggello di queste uscite, e veniamo al focus di questo articolo, è arrivato in questi giorni l'anomala e gigantesca (per mole e per spessore artistico) nuova uscita di Frank Ocean, se possibile il vero punto di unione tra tutti gli artisti precedentemente citati, sorta di codice vivente della blackness in musica. Entrato nel 2009 in una delle più importanti realtà hip-hop dai tempi del Wu-Tang Clan, la Odd Future, Frank Ocean, all'anagrafe Christopher Breaux, ventotto anni, si è distinto sin da subito per una capacità unica di giocare coi generi, con le parole, e anche per essere in grado, cosa non così comune nella comunità black, per essersi quasi da subito fatto portavoce dei diritti di un'altra comunità, quella LGBT, storicamente poco ben vista tra gli afroamericani. La storia e nota, a ridosso dell'uscita del monstre channel ORANGE, nel 2012, Frank Ocean ha dichiarato attraverso una lettera aperta pubblicata sul suo sito la propria omosessualità, di fatto dando ai bellissimi testi contenuti in quel lavoro un peso e un valore ulteriore. Non bastasse questo, channel ORANGE è stato in grado come pochi album prima e dopo di lui di prendere il soul, l'R'nB, il funk, il rap, volendo anche la musica elettronica, e ridonargli luce, vita, smalto. Da allora le voci di un nuovo album si sono rincorse, inframmezzate da collaborazioni spot, come quelle con Jay-Z e Kaney West per Watch the Throne e Superpower di Beyoncé. Voci interrotte l'anno scorso dal ben più che promettente singolo Memrise.

A agosto 2016, con le modalità che usano oggi, quindi senza lanci troppo ufficiali, arriva finalmente l'album, che però non e esattamente un album, ma molto di più. Da una parte, infatti, c'è Blond, l'album ufficiale, dall'altra Endless, il visual album che tanto ha fatto discutere (il video consta in immagini in bianco e nero di Ocean in versione falegname impegnato a costruire una scala in un magazzino deserto, con l'album a fare da colonna sonora). Poi esiste anche una fanzine, Boys Don't Cry, lasciata gratuitamente da Ocean in alcuni negozi di dischi in giro per il pianeta (in verità per pianeta si intende in alcune città degli USA e a Londra) Magazine, nessuno se ne stupisce, andato a ruba e oggi oggetto di aste folli in rete. Dentro il magazine c'è una versione differente di Blond, con meno delle 17 canzoni contenute nella versione originale, se così la vogliamo e possiamo chiamare. Insomma, un bel caos. Un caos che, diciamolo, fa sicuramente parte dell'opera d'arte come l'ultima creatura di Kanye West The life of Pablo sta a dimostrare.

Un album che presenta soul a secchiate, testi impegnati a fianco di brani più difficili da decifrare, si ascolti White Ferrari, a proposito. Un lavoro difficile da affrontare, indubbiamente, ma col quale fare i conti. Il soul, oggi, questa l'impressione, non può che passare da qui.

Nei fatti Endless è una sorta di mixtape molto sofisticato. Apparentemente anche troppo, specie per quanti hanno considerwto Endless, incaricato di rompere il ghiaccio, il vero nuovo album di Ocean. Musica rarefatta, che poi si sviluppa in maniera più compiuta in Blond (sempre parlando di caos Blond, che dovrebbe essere della Universal, si intitola in realtà Blonde, anche se sulla cover manca la e, e sempre sulla cover risulta essere edito da un'etichetta chiamata Boys Don't cry). Blond, tanto per essere chiari, nulla o quasi ha a che spartire con lo splendido channel ORANGE. Qui i generi non si fondono. Qui regna sovrano il soul e lo strumento più presente, vera rivoluzione black, visti i tempi, è la chitarra. Atmosfere alla James Blake, ospite del lavoro (in buona compagnia di Jamie XX, BriN Eno, Kanye West, Beyoncé, Kendrick Lamar, Pharrell Williams e con il solido Rick Rubin alla produzione), atmosfere quindi rarefatte. Un album che presenta soul a secchiate, testi impegnati a fianco di brani più difficili da decifrare, si ascolti White Ferrari, a proposito. Un lavoro difficile da affrontare, indubbiamente, ma col quale fare i conti. Il soul, oggi, questa l'impressione, non può che passare da qui.

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