Il caso Muraro è una salutare lezione per il Movimento Cinque Stelle (se la capisce)

La Raggi ammetta l’errore. La politica è piena di passi falsi, di cicatrici. I politici non saranno tutti uguali, ma la politica è uguale per tutti. Soprattutto per chi, come lei è una dilettante mandata allo sbaraglio in un contesto complesso come quello romano

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6 Settembre Set 2016 1022 06 settembre 2016 6 Settembre 2016 - 10:22

C’è chi la da già per spacciata, Virginia Raggi. E in effetti, più delle mille esitazioni, della telenovela sul capo di Gabinetto, dello stipendio della Raineri, delle accuse di rispondere direttamente alla filiera di potere Previti-Sammarco, dei dossieraggi e delle faide intestine tra il vicecapo di gabinetto Marra e l’ormai ex assessore al bilancio Minenna, il caso dell’iscrizione dell’assessore Muraro nel registro degli indagati - avvenuta a luglio, ma mai comunicata da Virginia Raggi agli elettori e ai militanti del Movimento - mina alla base buona parte delle ragioni d’essere del credo pentastellato: che la trasparenza debba essere totale. Che il sospetto sia l’anticamera della verità. Che l’errore non sia ammesso. Che il dilettantismo sia una virtù. Che il metodo sia più importante del merito. Che ci possa essere politica senza mediazione degli interessi.

Poniamo che Muraro fosse veramente intenzionata a fare strame dei poteri marci dentro Ama. E che l’indagine nei suoi confronti sia figlia di un complotto per impedirglielo. Bene avrebbe fatto qualunque politico, non solo la Raggi, a proteggerla, affinché portasse a termine il compito che le era stato affidato. Anche a costo di non comunicare immediatamente la sua iscrizione nel registro degli indagati. Ancora meglio avrebbe fatto, annunciandolo lei stessa, immediatamente, rivendicando il principio - sacro per tutti, non solo per i propri sodali - che si è innocenti fino a condanna definitiva e la propria responsabilità politica per tale scelta.

Non se la fosse sentita? Fosse stata convinta che l’inchiesta ponesse Muraro nel contesto di un irrisolvibile conflitto d’interessi? Che avrebbe usato il suo potere per usarlo contro chi avrebbe potuto dire qualcosa contro di lei? Bene, la sollevi dal suo incarico. Ammetta l’errore. Si scusi con la città e passi oltre. La politica è piena di passi falsi, di cicatrici e di schizzi di fango. I politici non saranno tutti uguali, ma la politica è uguale per tutti.

La Raggi sollevi la Muraro dal suo incarico. Ammetta l’errore. Si scusi con la città e passi oltre. La politica è piena di passi falsi, di cicatrici e di schizzi di fango. I politici non saranno tutti uguali, ma la politica è uguale per tutti. Soprattutto per chi, come Virginia Raggi è una dilettante mandata allo sbaraglio in un contesto complesso come quello romano.

Soprattutto per chi, come Virginia Raggi è una dilettante mandata allo sbaraglio in un contesto complesso come quello romano. Che la persona qualunque potesse risolvere d’incanto i problemi che i professionisti avevano creato è cosa da film hollywoodiani e tradisce un’ingenuità quasi commuovente. Che sarebbe andata presto a schiantarsi, nella giungla di una città ingovernabile per definizione, era più che una certezza.

C’era un solo modo, in fondo, per scamparla. Darsi tre o quattro obiettivi e cercare di portarli a casa costi quel che costi. Lasciando a casa la costante autoreferenzialità di un Movimento capace solo di specchiarsi in se stesso, nel proprio formalismo, nella propria autocertificata diversità. A portare il Campidoglio Virginia Raggi sono stati gli elettori romani, non il Movimento Cinque Stelle. E, varrebbe la pena ricordarlo, non l’hanno fatto per godere dei videomessaggio di Virginia Raggi e dei comunicati del Direttorio, ma perché vorrebbero vivere in una città migliore. E c’è un solo modo per farlo, per rendere Roma una città migliore: fare politica, Che, all’osso, significa mediare tra gli interessi in campo nel miglior modo possibile.

In effetti, è fisiologico che i nostri eroi a Cinque Stelle, da Grillo in giù, gridino al complotto, mentre si scannano tra loro nelle segrete stanze: perché non farlo significherebbe dover ammettere che nella ragion d’essere del movimento, nel suo ottuso proceduralismo, nel suo senso di superiorità, nella sua idiosincrasia al potere c’è qualcosa che non funziona e che castra sul nascere anche la più positiva delle energie rivolte al cambiamento. Enrico Mentana in un post su Facebook, usa la felice metafora dell’ispettore Clouseau che arresta se stesso. Non sbaglia. E se il Movimento Cinque Stelle lo capisce - e fa di Roma il laboratorio di questa nuova consapevolezza - fa un passo da gigante verso il governo del Paese.

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