Caso Raggi

Fattore Giulio Cesare: ecco perché mezza Italia vuole la Raggi nella polvere

Ci si aspetta che la sindaca apra la strada alla vittoria nazionale dei grillini e a Luigi Di Maio presidente del Consiglio. Per questo le sue scelte, anche più minute, sono vagliate come fossero il trattato trans-pacifico

Raggi

Virginia Raggi (Getty Images/ALBERTO PIZZOLI/Stringer)

7 Settembre Set 2016 1145 07 settembre 2016 7 Settembre 2016 - 11:45

Potremmo chiamarlo il “fattore Giulio Cesare”, ed è quella dinamica politica per cui a un certo punto si è deciso che il governo di Roma poteva essere il trampolino per qualcos’altro. Prima, i sindaci di Roma erano solo sindaci: famosi e autorevoli come Petroselli, Vetere o Argan. Sconosciuti e subito dimenticati come Giubilo o Santin, di cui manco ci sono più le foto in Rete. Comunque sindaci e basta: finito il mandato loro, come in tutte le altre città, si dissolvevano nell’oblio dei maggiorenti pensionati, tornavano al loro orticello, alle loro facoltà universitarie, ai loro libri o tutt’al più al consiglio dei probiviri dei loro partiti.

L’elezione diretta ha cambiato tutto. Ed ecco qui il fattore Giulio Cesare: il balcone del Campidoglio ha smesso di essere la prua di una nave fantastica, ambizione massima di una carriera politica, ed è diventato un traghetto. Rutelli prima sindaco e poi candidato premier. Veltroni prima sindaco e poi capo del Pd e pure lui candidato premier. Alemanno prima sindaco poi immaginario concorrente a una qualche leadership nazionale della destra. Marino prima sindaco poi arcinemico di Renzi e catalizzatore delle resistenze alla sua ascesa. E si arriva così a Virginia Raggi, che è sindaco ma dalla quale ci si aspetta che apra la strada alla vittoria nazionale del Movimento cinque stelle, a Luigi Di Maio presidente del consiglio. E capirete che quando il progetto dichiarato è questo, la battaglia per il governo di Roma si trasforma in un’altra cosa e le Idi di Marzo diventano una necessità disperata per tutti gli avversari dei grillini.

Il fattore Giulio Cesare: il balcone del Campidoglio ha smesso di essere la prua di una nave fantastica, ambizione massima di una carriera politica, ed è diventato un traghetto

Roma è incastrata in questa trappola pazzesca da oltre vent’anni. Sindaci che amministrano la città pensando ad altro – le relazioni politico-economiche che in futuro saranno utili, il favore dei media, la necessità di accontentare il partito fin alle più minute correnti – e opposizioni che contrastano i sindaci pure loro con intenzioni assai diverse dagli interessi della città: tagliare le gambe a uno troppo svelto, impedire che il successo cittadino diventi trampolino per un’affermazione su scala nazionale. Non succede a Milano, non succede a Napoli, non succede a Torino, ma Roma è Roma e il genius loci è questo, e va considerato quando si fanno paragoni tra Roma e altre amministrazioni Cinque stelle. Nessuno pensa che Nogarin, la Appendino o Pizzarotti possano essere battistrada della conquista di Palazzo Chigi. Virginia Raggi, invece, ha oggettivamente questo ruolo. Per questo è stata ingabbiata nel doppio cerchio del Direttorio romano e di quello nazionale, per questo le sue scelte anche più minute sono vagliate come fossero il trattato trans-pacifico, per questo l’intero arco costituzionale è ossessionato dalla necessità di vederla al più presto nella polvere.

Roma è l’ultimo dei problemi, per tutti. E infatti di Roma non si parla affatto. Roma resta lì a guardare, senza parole, lo scontro tra il suo ultimo Cesare e gli Ottimati sapendo già come andrà a finire, e cioè che la città dovrà arrangiarsi mentre la Taverna rende pubbliche le mail di Di Maio per fregarlo, e Di Maio annaspa, e la Muraro prepara le valigie aspettando il prossimo che sarà trafitto da qualcos’altro, un avviso di garanzia forse ma anche una telefonata sbagliata, o un’intervista stupida, come a suo tempo fregarono Marino per due ricevute al ristorante Antico Girarrosto Toscano e le multe di una Panda rossa, o Alemanno per la neve e lo show con la pala a Cesano. Sassolini che diventarono valanghe di discredito, giacchè qui a Roma il giudizio non è mai sulle cose grandi ma sempre sui dettagli: Cesare fu accoltellato perché mise mano alla riforma della burocrazia, mica per essersi incoronato dittatore.

«Staremo a vedere», dicono i romani. Sessantasette su cento solo quattro mesi fa, al ballottaggio, hanno votato Raggi con l’idea che fosse l’ultima spiaggia, l’estremo tentativo di rendere normale la città. Non lo hanno fatto pensando alle elezioni politiche del 2018 e sperando in un grillino premier, ma per gli asili nido, gli autobus, le graduatorie delle case pubbliche, i sussidi, la pulizia, le erbacce, il decoro urbano, l’immaginario futuro piacere di guardarsi intorno e dire: «Ah, Roma». Questa canizza li disgusta. Chi dentro e fuori il M5s la cavalca pensando di recuperare il consenso della città, o posizioni di prestigio personale, stia attento: magari avranno le loro Idi di Marzo, ma Roma non tornerà ad amarli per questo, né questo caos aiuterà nella battaglia per Palazzo Chigi alla quale tutti pensano senza il coraggio di dirlo.

Il 67% dei romani quattro mesi fa, al ballottaggio, ha votato Raggi. Ma non lo hanno fatto pensando alle elezioni politiche del 2018 e sperando in un grillino premier, ma per gli asili nido, gli autobus, le graduatorie delle case pubbliche, i sussidi, la pulizia, le erbacce, il decoro urbano

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