Strategie

Industria 4.0 all’italiana, il rischio è che parta già vecchia

Il piano italiano sulla quarta rivoluzione industriale, ancora sconosciuto nei dettagli, rischia di avallare un modello superato di università e di impresa. Servono hub e distretti

Industria 4 0

(Getty Images/Sean Gallup)

8 Settembre Set 2016 1533 08 settembre 2016 8 Settembre 2016 - 15:33
Messe Frankfurt

Annunciato per agosto, il piano italiano su Industria 4.0 continua a essere tanto nominato sui giornali e nei convegni quanto sconosciuto nei suoi dettagli operativi, strutturali e finanziari. Non passa giorno senza che ministri o esponenti del governo parlino della nuova manifattura digitale e della sua importanza strategica per il nostro Paese, ma al momento imprese e investitori non hanno ancora gli strumenti per capire cosa succederà. Su un punto però ci sembra di riscontrare coerenza all’interno dei diversi annunci, ossia la volontà di costruire il piano su due binari: da un lato gli incentivi alle imprese (un superammortamento al 140 o addirittura al 160%) per investire in ricerca e innovazione; dall’altro, fondi dati ad alcune università di eccellenza per svolgere compiti di consulenza alle imprese, fornire a loro ricercatori e in generale per formare tecnici avanzati.

Non servono osservatori particolarmente attenti per capire che l’operazione del ministero della Sviluppo economico sembra dare per scontato un aspetto tutt’altro che banale della storia del nostro Paese, ossia la comunicazione e la rete tra università e impresa. Infatti, fatti salvi alcuni casi virtuosi e in particolare le grandi aziende manifatturiere, queste due realtà oggi parlano ancora linguaggi molto diversi e sono governate attraverso logiche spesso chiuse e comunque poco disponibili alla contaminazione reciproca. Ciò di certo non deve scoraggiare il legislatore, ma quantomeno dovrebbe porre domande e far ipotizzare strumenti nuovi per colmare questa distanza.

Basti pensare alla Germania, nazione in cui pochi metterebbero in dubbio l’esistenza di un rapporto fruttuoso tra impresa e sistemi educativi. Il governo tedesco, cosciente del fatto che mettere in contatto l’alta formazione e l’industria non è una impresa facile, ha affidato la spina dorsale del programma Industrie 4.0 alla fondazione Fraunhofer, un colosso della ricerca, co-finanziato da pubblico e privato e diffuso in tutto il territorio tedesco. Il suo ruolo è proprio quello di essere un ponte tra università e impresa, aiutando quest’ultima a sviluppare modelli di produzione nuovi forte della presenza di ricercatori. Questo ruolo in Italia sembrerebbe invece essere demandato alle università, ma non sono pochi i dubbi rispetto al fatto che le imprese si rivolgano proprio agli atenei e non alle numerose società di consulenza che oggi si stanno guadagnando spazio sui temi dell’Industria 4.0. Si rischia di alimentare economicamente due mondi che si muovono su due linee parallele che non si incontrano, ma che necessitano invece di trovare elementi di complementarietà.

Non servono a molto incentivi automatici alle singole imprese e fondi a poche università scelte dal governo centrale. Semmai si tratta di costruire e incentivare veri e propri distretti della conoscenza ad alta densità di relazioni globali e capitale umano

Significherebbe allo stesso tempo avallare un modello vecchio di impresa e di università. Nessuno più nega, infatti, una radicale evoluzione strutturale del sistema delle imprese (e non solo delle imprese di ricerca) che mutano profondamente natura e fisionomia: da organizzazioni economiche verticistiche e chiuse, gestite secondo logiche giuridiche di comando e controllo in funzione della mera produzione e/o scambio di beni e servizi, a vere e proprie piattaforme di cooperazione aperte che operano in logiche di rete dando luogo allo sviluppo di partenariati e distretti della innovazione e della conoscenza di incerta qualificazione giuridica. Allo stesso modo l’università se vuole essere un vero luogo di ricerca deve abbandonare la propria gelosia che si esprime in logiche di chiusura verso il mondo esterno o in un rapporto con esso tutto finalizzati al proprio vantaggio puramente accademico.

Non servono quindi a molto incentivi automatici alle singole imprese e fondi a poche università scelte dal governo centrale. Semmai si tratta di costruire e incentivare, anche con logiche di co-finanziamento e condivisione di rischi e opportunità un ecosistema, e cioè veri e propri distretti della conoscenza ad alta densità di relazioni globali e capitale umano, come bene indica chi studia la nuova geografia del lavoro e della produzione e i fenomeni di agglomerazione. Questa infatti non è più centrata sui rigidi confini politici e amministrativi descritti dalla cartografia tradizionale, ma si sviluppa piuttosto su dimensioni policentriche che hanno nelle città i principali nuclei aggregativi di una spazialità di tipo reticolare dove la distanza non risponde più a parametri metrici ma all’intensità delle relazioni tra soggetti. ù

Sembrano più efficaci dunque una dotazione di risorse adeguate a livello di hub e di distretti per mettere a regime quella sufficiente massa critica nei territori che possa dotare anche il nostro Paese di reti, infrastrutture e sistemi e non di incentivi di nuova generazione che, come dimostra abbondante letteratura non hanno poi capacità di incidere realmente sulle scelte di investitori e imprese. Nel concreto, significa individuare oggi quattro o cinque città da finanziare (recentemente anche la Commissione Europea ha messo a disposizione fondi per questo scopo) per la costruzione, in modo sussidiario con la dovuta autonomia, di veri e propri centri di innovazione che facciano giocare alla stessa partita università, imprese, start up, centri di ricerca, istituzioni, società civile, terzo settore e tutti gli attori che possono aiutarci a vincere la sfida della Quarta rivoluzione industriale. Figura chiave in questo approccio è quella del ricercatore come progettista e innovatore che si muove all’interno di un hub dotato di sufficiente massa critica facendo da ponte tra imprese e università presenti nella rete globale conoscendone le logiche e il funzionamento e sviluppando innovazione proprio attraverso l’incontro tra questi mondi. Proprio per questo dare una cittadinanza a ricercatori globali oggi non è rispondere a una politica di dettaglio o settoriale, ma a un segnale che dimostra di aver compreso quale sia il terreno fertile per l’Industria 4.0 e quali siano i suoi protagonisti.

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