Brexit, sarà l'Armageddon economico?

La stampa estera, a due mesi dalll'esito del voto Oltremanica, si concentra sulle analisi delle possibili conseguenze. Il disastro a livello finanziario non si è ancora verificato, ma si invita alla prudenza

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9 Settembre Set 2016 1431 09 settembre 2016 9 Settembre 2016 - 14:31

After Brexit. Sono passati due mesi, e ancora non è chiaro cosa accadrà nel Regno Unito a seguito del referendum su Brexit. L’Armageddon economico non si è ancora verificato, ma nonostante questo Will Hutton sul Guardian raccomanda prudenza: i sistemi economici non hanno tempi di risposta immediati e le prospettive economiche inglesi non sono rosee. È importante che si giunga ad un accordo tra UE e UK, ma di che tipo? Secondo Ashley Fox su Conservativehome il Regno Unito può puntare alla botte piena e alla moglie ubriaca: tenere il punto sul controllo dell’immigrazione, e allo stesso tempo far leva sull’interesse europeo al mantenimento degli scambi di beni e servizi con UK. Di parere opposto Martin Kettle sul Guardian, che sostiene che la permanenza nel mercato unico senza libertà di movimento non sia realizzabile; un compromesso sarebbe d’altronde possibile, negoziando un accordo separato proprio sulla libertà di movimento. In ogni caso Theresa May ha le mani legate da questo punto di vista, dato che la campagna per il Leave si è giocata in gran parte sull’immigrazione.

Con argomenti simili, anche Benjamin Fox su EuObserver sottolinea la scomoda posizione contrattuale del Regno Unito. In ogni caso le trattative si prospettano complicate, anche perché gli obiettivi finali non sono ancora definiti. Da un lato -come sottolinea l’Editorial Board del New York Times- Theresa May ha lasciato intendere poco o nulla riguardo alle sue priorità e non sembra avere una strategia definita, né l’esperienza necessaria a gestire uno scenario così delicato. E il problema, sostiene Brendan Donnelly su Social Europe, è che il Partito Conservatore potrà decidere come affrontare l’uscita senza consultare l’elettorato o il Parlamento. D’altro canto, Paul Goodman su Conservativehome punta il dito sulla confusione all’interno del fronte Remain, irrisolto tra diverse strategie: impedire al Primo Ministro di invocare l’articolo 50; puntare alla permanenza nel mercato unico mantenendo la libertà di movimento; indire un secondo referendum. L’unica certezza è che allo stato attuale le conseguenze del referendum per il Regno Unito e per l’Europa non sono ancora chiare. Per quanto riguarda gli scenari futuri, Simon Wren-Lewis sottolinea l’importanza di indire un nuovo referendum visto che gli elettori non si sono potuti esprimere su uno scenario alternativo all’apparteneza all’EU. Secondo Paul de Grauwe (EUROPP/LSE) l’UE dovrebbe offrire al Regno Unito due alternative: aderire al ‘modello norvegese’ o abbandonare completamente l’Unione; questa strategia avrebbe il pregio di scoraggiare altri paesi membri dall’indire nuovi referendum.

Una soluzione alternativa consisterebbe nel riformare completamente gli accordi tra stati membri e Unione, come suggerito da Cornelius Adebahr su Carnegie Europe. L’idea è di creare un’Europa a molti livelli, basata sulla flessibilità: l’integrazione di base consisterebbe solo di accordi sui diritti umani; il livello successivo comprenderebbe anche l’integrazione economica, intesa come partecipazione al mercato unico con possibilità di opt-out su specifiche aree di policy; l’integrazione più completa avverrebbe a livello monetario, politico e della difesa. I benefici di questo approccio sono chiari: resta da capire se questo tipo di scenario non porti, nella pratica, alla fine del progetto europeo. Un pensiero che non può che suonare preoccupante per chiunque abbia a cuore l’Unione Europea, specie se si considerano le recenti riflessioni di Joseph Stiglitz, secondo cui l’Unione monetaria è stata un gigantesco errore macroeconomico e che si dovrebbe considerare la possibilità di un “divorzio amichevole”.

Il futuro della politica europea. Lo scenario politico non è dei più semplici, e le forze politiche tradizionali sembrano in difficoltà. La sinistra europea -scrive John Harris sul Guardian- ha di fronte tre sfide epocali: la crisi della nozione stessa di ‘lavoratore’ nell’epoca del precariato e del self-employment; l’opposizione alla globalizzazione; la frammentazione della politica, che sembra incompatibile con l’idea di un’ideologia o di un partito maggioritari. Una risposta incoraggiante a queste sfide dovrebbe partire da una rinnovata attenzione alla vita delle persone e ai loro bisogni: estensione dei permessi di maternità e paternità, formazione permanente, riduzione della settimana lavorativa, ecc. Jan Surotchak e Thibault Muzergues su Opendemocracy gettano uno sguardo più ampio sulla questione: i due principali ‘blocchi’ ideologici che hanno dominato la scena politica europea si stanno sfaldando. Complice la crisi economica, gli elettori si sono allontanati dai partiti tradizionali di centro-destra e centro-sinistra, avvicinandosi a movimenti anti-establishment. Questa dinamica è evidente se si guarda ai risultati delle elezioni in Meclemburgo-Pomerania: su EUROPP (LSE) Kai Arzheimer nota che il populismo interessa tanto la sinistra quanto la destra. Anna Diamantopoulou su Social Europe osserva un fenomeno simile guardando a Syriza e alla situazione greca. Dal suo punto di vista, la battaglia contro il populismo non può prescindere dalla cooperazione tra i governi in seno al Consiglio dell’UE, e da una maggiore coordinazione con gli altri partiti di sinistra. Javier Solana aggiunge che i partiti devono recuperare il contatto con le proprie constituency frustrate dalla crescente disuguaglianza, fornendo una risposta alle loro rivendicazioni economiche e sociali.

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