Soilmec, le fondamenta italiane delle grandissime opere, da Ground Zero alla diga di Mosul

È un’azienda di Cesena, parte del gruppo Trevi, e si occupa di costruire macchine che forino il terreno di centinaia di metri, per costruire le fondazioni speciale delle mega architetture: abbiamo visitato la fabbrica, dove la maestria artigiana si sposa con l’ipertecnologia

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9 Settembre Set 2016 1536 09 settembre 2016 9 Settembre 2016 - 15:36
Messe Frankfurt

«Dovunque ci sia da fare un “foro” nella Terra, noi abbiamo le tecnologie per farlo». Non è il loro claim pubblicitario, ma rende bene l’idea di cosa sia la Soilmec. Soprattutto, rende l’idea di come, grazie a una specializzazione e a un’idea, si possa diventare leader mondiali in un mercato complesso e altamente competitivo come quello delle grandissime opere. E soprattutto, come la personalizzazione del prodotto, la cura per il servizio e l’innovazione di processo possano consentire di consolidare questa leadership.

Andiamo con ordine, però. Perché per raccontare la storia di Soilmec bisogna partire dall’inizio. Da Cesena e dal 1957, più precisamente, quando Davide Trevisani fonda l’Impresa Palificazioni Speciali Trevisani geom. Davide, con una grande lungimiranza sulle potenzialità del mercato scelto. La Trevi, così l’azienda finirà per chiamarsi, qualche anno più avanti, si occupa infatti di fondazioni speciali e di consolidamento di terreni. Se pensate solo a supermercati, condomini e parcheggi sotterranei, li avete sottovalutati. Negli anni, la Trevi si è occupata dei lavori di consolidamento della torre di Pisa, del rifacimento dell’area di Ground Zero a New York, delle fermate della metropolitana di Copenhagen, della messa in sicurezza della diga di Mosul.

Torniamo agli anni sessanta. Perché la Trevi, oltre a realizzare le opere di fondazioni, si mette pure a produrre i macchinari che consentono di effettuare le perforazioni in cui inserire i pali in cemento armato. E nel 1969 Davide Trevisani decide che attorno a quel nucleo di tecnici sempre più specializzati si poteva costruire un nuovo business, vendendo soluzioni e macchinari a tutte le aziende e i contractor del mondo che avevano esigenze analoghe a quelle di Trevi, offrendo la passibilità di scavare fino a qualche centinaia di metri di profondità.

Oggi Soilmec ha dieci stabilimenti produttivi nel mondo, da Cesena a Dubai, da Asolo a Shanghai e opera in più di settanta Paesi: «Da fornitori abbiamo partecipato al raddoppio del canale di Suez, alla realizzazione di un importante centro residenziale nel quartiere londinese di Chelsea, alla costruzione della metropolitana di Algeri - racconta Riccardo Losappio, executive general manager di Soilmec - Opere, queste, in cui serviva un forte adattamento a situazioni complesse». Diverse macchine e attrezzature Soilmec sono appena partite per Mosul, in Iraq, per una missione ad alto rischio: rinforzare la diga sul Tigri, che versa già da tempo in condizioni assai critiche.

La fabbrica è un piccolo gioiello di artigianalità industriale italiana. Ogni linea assemblea una macchina come se fosse un gigantesco Lego. I pavimenti sono rinforzati, «altrimenti i cingoli sgretolerebbero l’asfalto». E la temperatura è costante, grazie a un impianto di climatizzazione solare e geotermica

Flessibilità, reattività. La chiave per capire il successo di Soilmec è in queste due parole, soprattutto. Perché a differenza dei suoi competitor, l’azienda romagnola non si limita a fornire un macchinario chiavi in mano, bensì adatta il prodotto in catalogo in funzione delle necessità del cliente. L’unica cosa che non cambia mai è il colore delle macchine. Un azzurro brillante che le contraddistingue tutte, da quelle più piccole ai mastodonti da cinquanta metri d’altezza: «Il rosso era già occupato dalla Ferrari», scherza Losappio, così ci siamo decisi per l’azzurro che ricorda le prime macchine». «E comunque richiama l’Italia», aggiunge scherzando.

La fabbrica è un piccolo gioiello di artigianalità industriale italiana. Ogni linea assemblea una macchina come se fosse un gigantesco Lego. I pavimenti sono rinforzati, «altrimenti i cingoli sgretolerebbero l’asfalto». E la temperatura è costante, grazie a un impianto di climatizzazione solare e geotermica, quest’ultimo ottenuto perforando il terreno con le stesse macchine prodotte. E ogni macchina, soprattutto, è diversa dall’altra.

«La soluzione chiavi in mano è la nostra forza - spiega Losappio -, questo ci distingue dai nostri concorrenti, che più che offrire un servizio, sovente si limitano a proporre un catalogo di macchinari standard». Eccola, la terza parola chiave: servizio. Il fiore all’occhiello di Soilmec è una sala a fianco di uno dei capannoni. Ci sono due maxischermi. In uno sono segnalati, su una mappa, tutti gli impianti di Soilmec attivi nel mondo. Selezionandone uno, viene visualizzato sul secondo maxischermo il display che l’operatore - sia esso in Afghanistan o in Sudamerica - sta vedendo in quel momento: «Grazie a questo centro di controllo, chiamato DMS, possiamo osservare in tempo reale tutte le nostre macchine che lavorano nel mondo» spiega Losappio. Non solo monitoraggio, peraltro. Perché attraverso il centro di controllo i tecnici di Soilmec possono «prevenire e intervenire in remoto per risolvere situazioni di difficoltà».

La strada verso il futuro è tracciata: «Siamo aiutando Soilmec ad aumentare ulteriormente la propria flessibilità e reattività - spiega Giulio Busoni, principal di Porsche Consulting - Stiamo introducendo nuove procedure legate alla modularità e alla standardizzazione di prodotti personalizzati che consentiranno all’azienda di lanciare nuovi prodotti sul mercato in breve tempo, aumentando volumi di vendita. Allo stesso tempo, abbiamo dimezzato i tempi di attraversamento dell’ordine, per far guadagnare loro un ulteriore vantaggio competitivo sulla concorrenza».

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