Élite e giornaloni massacrano la Raggi e fanno la sua fortuna

Sorpresa: la popolarità del neo-sindaco di Roma è di poco inferiore a quella di Renzi. E il Movimento perde voti, sì, ma è tutto fuorché la slavina che ci si sarebbe attesi. Perché così come con Trump e la Brexit, nonostante tutto, conta stare contro le élite. Tutto il resto è noia

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VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images

12 Settembre Set 2016 1123 12 settembre 2016 12 Settembre 2016 - 11:23

Partiamo da un dato che, per quanto etereo quanto lo sono normalmente i sondaggi, fotografa una percezione in qualche modo sorprendente. Secondo la rilevazione dell’Atlante Politico di Demos di Repubblica, Virginia Raggi gode ancora oggi la fiducia del 39% del campione rilevato. È seconda solo a Matteo Renzi, con il 44%. Poco più indietro, l’accoppiata Di Maio e Di Battista, rispettivamente con il 38% e il 35%.

Sorpresi? Aperture di telegiornale tutte le sere, dieci pagine di quotidiani al giorno, una ridda di commenti, più o meno qualificati sull’inadeguatezza della neo sindaco a Cinque Stelle, del mini-direttorio, della fuga di assessori, delle mail lette e non comprese da Di Maio e siamo ancora qua. A pochi punti percentuali persi - tre o quattro, secondo i sondaggisti meno benevoli nei confronti del Movimento -, peraltro riassorbili appena la Raggi ne imbroccherà una giusta. A una credibilità rimasta più o meno costante nell’elettorato duro e puro, convinto che il caso sia stato montato da una stampa ostile e dai “poteri forti” che ha alle spalle. Insomma, per farla breve, a una tempesta in un bicchiere d’acqua, nonostante ci sia di mezzo Roma e la prima esperienza di governo complessa di un Movimento, nato pochi anni fa, che può seriamente ambire a governare il Paese.

Tutto può essere, sia chiaro. Che i Cinque Stelle combinino disastri inenarrabili a Palazzo Chigi. Che la Gran Bretagna torni a Bruxelles in ginocchio e col cappello in mano. Che gli Stati Uniti, con un eventuale Trump alla guida, diventino una potenza fuori controllo, nelle mani di un folle situazionista. Tutto può essere, ma oggi - molto banalmente - gli elettori non ci credono.

Dice molto, tutto questo. Che la narrazione secondo cui le difficoltà che il Movimento Cinque Stelle sta incontrando a Roma non sono che un antipasto di quel che succederebbe una volta che dovesse vincere le elezioni politiche sta sostanzialmente lasciando indifferenti gli elettori. Così come la narrazione di chi in Gran Bretagna prospettava l’apocalisse se gli elettori avessero scelto di uscire dal Regno Unito. Così come la narrazione di chi, negli Stati Uniti d’America, preconizzava apocalissi nel caso Donald Trump avesse conquistato la nomination Repubblicana e, poi, fosse riuscito a vincere le elezioni presidenziali.

Tutto può essere, sia chiaro. Che i Cinque Stelle combinino disastri inenarrabili a Palazzo Chigi. Che la Gran Bretagna torni a Bruxelles in ginocchio e col cappello in mano. Che gli Stati Uniti, con un eventuale Trump alla guida, diventino una potenza fuori controllo, nelle mani di un folle situazionista. Tutto può essere, ma oggi - molto banalmente - gli elettori non ci credono. E, altrettanto banalmente, non ci credono perché non si fidano di chi glielo dice, siano essi politici, giornalisti, economisti, scrittori. In una parola di cinque lettere, delle cosiddette élite. Che, anzi, più parlano, più rafforzano l’opinione di chi la pensa diversamente da loro.

Ci potremmo perdere le ore, forse i giorni, alla ricerca delle cause di questa crisi di credibilità. Nel frattempo, fossimo in Virginia Raggi, non saremmo granché preoccupati. Certo, i problemi sono tanti, l’esperienza è poca e i pasticci cui mettere un pezza, in questi primi due mesi di mandato, non se li sono certo inventati i giornali. Ma finché i suoi nemici (e i loro argomenti) sono questi, può dormire tra due guanciali. Anzi, tre.

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