Barilla ci crede: «L’Italia può diventare la capitale mondiale del foodtech»

L’azienda parmigiana entra come main sponsor di Startupbootcamp FoodTech: «Le startup ci permetteranno di entrare in connessione più e meglio con produttori e consumatori». Kruger ceo dell'acceleratore: «Il futuro? L'Internet delle cose applicato al cibo»

Foodtech

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13 Settembre Set 2016 1517 13 settembre 2016 13 Settembre 2016 - 15:17
Messe Frankfurt

«L’Italia? Può diventare la California del foodtech a livello globale, un laboratorio per il futuro del pianeta». Ne è convinto Giancarlo Addario, Collaborative Research and IPR Manager di Barilla. E per dimostrarlo, non c'è prova migliore dei fatti: l'azienda parmigiana, una delle realtà simbolo del cibo all'italiana diventerà main partner di Startupbootcamp FoodTech, il primo acceleratore globale e indipendente nel settore delle tecnologie applicate al cibo. L’annuncio è la ciliegina sulla torta del FastTrack World Tour - o meglio, della sua ultima tappa milanese - che l’acceleratore di startup, basato a Roma, ha condotto in giro nel mondo attraverso dieci tappe, da Londra a Bangalore, da Berlino alla Silicon Valley durante la quale sono state incontrate oltre cento startup leader nel foodtech globale.

La parola chiave di questa partnership è “laboratorio”. Questo sarà Startupbootcamp FoodTech, che ogni anno investirà in circa dieci startup del settore foodtech, fornendo 15mila euro di capitale - che potranno diventare 50mila sotto forma di convertible notes sottoscritti da alcuni dei partner principali come LVenture Group e PiCampus - sei mesi di ospitalità e servizi di tutoraggio e mentoring.

La parola chiave di questa partnership è “laboratorio”. Questo sarà Startupbootcamp FoodTech, che ogni anno investirà in circa dieci startup del settore foodtech, fornendo 15mila euro di capitale - che potranno diventare 50mila sotto forma di convertible notes sottoscritti da alcuni dei partner principali come LVenture Group e PiCampus - sei mesi di ospitalità e servizi di tutoraggio e mentoring. Questo è, più in generale, l’Italia: «Grazie alla sua varietà di ecosistemi, alla sua biodiversità, alla sua diversità di prodotti, saperi, competenze, l’Italia può giocare a tutto campo sperimentando e validando le nuove tecnologie lungo tutta la filiera dell'alimentazione, dal campo all'intestino». spiega Peter Kruger, ceo di Startupbootcamp Food Tech. In poche parole, «se funziona qui, funziona ovunque».

Anche la dimensione d'impresa gioca a favore dell'Italia: «L'esempio chiave sono i piccoli imprenditori vitivinicoli della valle dell’Etna - racconta Paolo Cuccia presidente sia di Gambero Rosso, sia di Startupbootcamp -. Fino a vent'anni fa facevano solo vini da taglio, di bassa qualità. Poi qualche eroe a cominciato a piantare le sue vigne anche sui versanti a nord ovest, ad alta quota. Servivano macchine, servivano sensori sempre più raffinati per la metereologia. In altre parole, servivano tecnologie estremamente innovative. Oggi queste tecnologie sono alla portata di quei produttori. Che possono così produrre vini di altissima qualità ed estrarre molto più valore da quel che producono. Questa è la strada del foodtech».

Questo, sopratutto, è ciò a cui servono le startup: «Si tratta di tecnologie abilitanti e low cost - spiega ancora Peter Kruger -. Oggi per fare protein design, ad esempio per trovare dei sostituti proteici allo zucchero, si spendono circa mille dollari. Fino a qualche anno fa sarebbe costato mille volte tanto». «A questo servono le startup - gli fa eco Addario - a connettersi con la grande industria e a permettere alla grande industria di connettersi più e meglio con i propri fornitori e i propri consumatori».

Connessione è l’altra parola chiave del settore. E non è un caso che sia soprattutto nell'internet of things che sia Addario, sia Cuccia, sia Kruger vedono i principali ambiti di sviluppo delle tecnologie nella filiera del food: «Basta pensare all'uso dei droni nei campi, nella logistica, nel retail per rendersi conto dei possibili ambiti di applicazione di una qualunque tecnologia in grado di far dialogare tra loro i diversi anelli della catena del valore», spiega quest'ultimo.

«Nel 2015 i quantitativi di grano duro prodotti in modo sostenibile, senza fertilizzanti azotati, sono cresciuti di quasi il 50% - aggiunge Addario -. Questo è stato possibile lavorando assieme a una startup grazie al progetto granoduro.net portato avanti da una startup di Piacenza che si chiama Horta. Questo è quel che può cambiare la faccia del nostro settore». Mentre parla, un forno-stampante 3d sforna maccheroni realizzati on demand, all'istante. È stata esposto alla mostra New Craft della XXI Triennale di Milano, sempre a Milano, da maggio a settembre. Presto, c'è da scommetterlo, invaderà i ristoranti permettendo alle persone di disegnare la pasta che mangerà, scegliendo la forma e il tipo di farina. Anche questo è foodtech. La rivoluzione è appena iniziata.

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