Mps non è un disastro, ma il piano fallimentare del Governo la sta distruggendo

L’allontanamento di Fabrizio Viola è l’ultimo degli errori di un piano di salvataggio tutto sbagliato: un delitto, per una banca che, ripulita dalle sofferenze, è in grado di generare utili. E risorgere

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GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

13 Settembre Set 2016 0723 13 settembre 2016 13 Settembre 2016 - 07:23
Messe Frankfurt

Ce la farà, il Monte dei Paschi di Siena? Non lo sappiamo, ma ci auguriamo di sì. Mps, ripulita dalle sue sofferenze, è una banca in grado di generare utili. La stima per il 2017 è di 800 milioni, di questi tempi non una banalità. Ha un cost/income (il rapporto tra i costi operativi e il margine di intermediazione) tra i migliori del mercato, pari al 54,5%. Intesa San Paolo, che è la migliore, è a 48,7%, quasi tutti gli altri fanno peggio. Ma il dato industriale non basta, bisogna risolvere l’inferno delle sofferenze. Senza quello l’esito è uno solo. Perché se Mps non ce la facesse sarebbe una catastrofe per il sistema bancario italiano. E tutto rischia di giocarsi a ridosso (se non in contemporanea) con il vero aumento di capitale che fa paura, quello di UniCredit. Se davvero le due operazioni si sovrapponessero (e non è per nulla remoto), non ci sarebbe una way out felice per il Monte. Difficile credere che il mercato avrebbe dubbi su dove andare a mettere i suoi soldi.

Oggi a Francoforte, Massimo Tononi e Alessandro Falciai, presidente del cda e presidente del Comitato Nomine del Monte dei Paschi di Siena, formalizzeranno il nome di Marco Morelli (responsabile di BofA-Merrill Lynch per l'Italia, che è nel consorzio di pre-graranzia per l’aumento di capitale del Monte) come successore di Fabrizio Viola. Un cambio in corsa con il titolo in caduta libera (meno 87% in 12 mesi) che, ha dichiarato il 12 settembre Pier Carlo Padoan - dovrebbe materializzarsicon la nomina in cda di mercoledì. La staffetta è, però, l’ultimo dei problemi. La vera incognita è come gli inquilini di Eurotower prenderanno il fatto che del piano licenziato dal cda il 29 luglio è rimasto poco o nulla. Con Mediobanca e Jp Morgan che hanno innescato marcia indietro, accorgendosi (forse questo si poteva evitare) che non c’era nessuno disposto a rispondere ad una chiamata di 5 miliardi di euro. Aspettarsi altri epiloghi, il terzo aumento di capitale in tre anni, con la market cap del Monte di oggi, era una pia illusione.

Mps, ripulita dalle sue sofferenze, è una banca in grado di generare utili. La stima per il 2017 è di 800 milioni, di questi tempi non una banalità. Ha un cost/income (il rapporto tra i costi operativi e il margine di intermediazione) tra i migliori del mercato, pari al 54,5%. Intesa San Paolo, che è la migliore, è a 48,7%, quasi tutti gli altri fanno peggio

Breve riassunto. A fine luglio Mps esce massacrata dagli stress test. Bce, prima di tritarla avverte, a inizio del mese, che bisogna sbarazzarsi di almeno 10 miliardi di sofferenze lorde. Il 29 luglio, alla vigilia dei risultati dei test, il Monte vara il disegno di deconsolidamento delle sofferenze: 27,7 miliardi lordi, 10,2 miliardi al netto delle rettifiche. Dice che le venderà al 33% del valore, 9,2 miliardi di euro. Gli Npl finiranno in un veicolo di cartolarizzazione di diritto italiano finanziato con obbligazioni senior per 6 miliardi collocate sul mercato con la potenziale assistenza della Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze) per la componente investment grade, un mezzanino di 1,6 miliardi sottoscritto da Atlante, una tranche junior da 1,6 miliardi per gli azionisti di Mps. L’architettura è, come noto, di JpMorgan (per la quale si sono sussurrati importi per una fee ultra mega milionaria) e Mediobanca. Tutto ciò con la benedizione del Tesoro, che del Monte è il primo azionista al 4%. Per far fronte a questa operazione di maxi pulizia del portafoglio crediti servono però 5 miliardi di euro.

Buio, quindi. Perché Mps è un “aggeggio” che quota in borsa 700 milioni di euro, il 7 per cento del suo patrimonio netto, e non può chiedere al mercato tutti questi soldi. Si sapeva allora, si sa oggi. Ecco allora che dopo una doccia nella realtà, si inizia a dire che l’aumento si farà di 3 miliardi, no pardon forse di 2 miliardi, che una parte verrà recuperato convertendo obbligazioni. Circa 1,5 miliardi attraverso la trasformazione degli oltre 2,7 miliardi di obbligazioni subordinate in mano agli istituzionali, 1,5 raccolti attraverso il coinvolgimento di tre investitori anchor. Ma la conversione deve essere volontaria, gli obbligazionisti non possono essere costretti, diversamente si finisce sotto bail in.

Peccato che la matematica sia matematica. Come fa un investitore a decidere di convertire il suo bond a ridosso di un aumento di capitale iperdiluitivo? Certo con il premio legato al forte sconto a cui vengono date le azioni potrebbe recuperare valore. Diciamo che le obbligazioni che stanno a 40/50 possano andare a 60, 70. Ma poi? Come si fa a calcolare uno sconto su un’emissione di azioni così alto? Tecnicamente è molto difficile riuscirci. E comunque i bondholder sarebbero poi costretti anche a sottoscrivere l’aumento con quella valanga di titoli scaricati sul mercato. Però se non lo fanno la banca va in resolution. Insomma il dilemma del prigioniero.

Nel caos totale, la settimana scorsa, Fabrizio Viola è costretto alle dimissioni. Un’altra scelta incomprensibile. Come si fa a varare un piano del genere, e poi a ridosso della presentazione (il 26 settembre Viola doveva dare tutti i dettagli) mandare a casa il manager che doveva traghettare la banca in questa fase? Una banca che, dopo aver chiesto al mercato negli ultimi tre anni 8 miliardi, intende presentarsi nuovamente agli investitori chiedendo questa montagna di soldi non può andarci (purtroppo) con Viola. Ma anche questo si sapeva fin dall’inizio. E non perché l’ex ad abbia fatto male il suo lavoro. Il dato di partenza non era proprio di quelli semplici semplici. Antonveneta, le operazioni in derivati e poi le sofferenze. Questa mole impossibile da gestire di crediti cattivissimi. Viola ha cercato di rimettere in piedi la banca, di ridargli un senso industriale. E lo ha fatto, riuscendo a restituire redditività ad un istituto devastato da interessenze e clientelismi di ogni sorta (il groviglio armonioso lo chiamavano, il groviglio periglioso altroché). Ma il dato industriale non basta, tanto va fatto ancora per rimettere in sesto Mps, e va tolto il piombo delle sofferenze. Senza quello l’esito è uno solo.

Nel caos totale, la settimana scorsa, Fabrizio Viola è costretto alle dimissioni. Un’altra scelta incomprensibile. Come si fa a varare un piano del genere, e poi a ridosso della presentazione (il 26 settembre Viola doveva dare tutti i dettagli) mandare a casa il manager che doveva traghettare la banca in questa fase?

E veniamo a oggi. Bce incontrerà i vertici di Mps, e vaglierà la candidatura di Morelli. Quest’ultimo è l’ aspetto che desta meno preoccupazione di tutto il resto. Perché Francoforte, a questo punto, potrebbe veramente mettere la banca al muro. Il piano è cambiato, i tempi sono cambiati, l’ad è cambiato. Si doveva chiudere prima del referendum, ma sic stantibus rebus è dura credere che ciò possa avvenire. Goldman Sachs lo scrive in un recente report: si rischia di dover andare nel 2017. In caso di esito negativo per il referendum infatti gli investitori vorranno capire cosa accadrà. E l’incertezza è nemica del mercato. Di più, Padoan ieri ha anticipato che: «L’operazione scatterà quando i mercati saranno pronti a recepirla, vista anche l’incognita del referendum costituzionale che sta condizionando l’atteggiamento degli operatori finanziari». Aggiungendo: «La questione del salvataggio della banca non è se entro l’anno o meno, è se i mercati sono pronti a recepire l’aumento». Insomma non una delle cose che sono state raccontate è rimasta uguale da un mese e mezzo a questa parte. E la tensione con Francoforte si sta alzando.

Tutto ciò riporta di attualità il piano B, anzi il piano P, quello che Corrado Passera e Ubs hanno presentato, anzi quasi presentato a luglio. Allora l’ex ceo di Intesa (Matteo Renzi a Cernobbio parlando di banche ha ricordato il suo grande lavoro in Poste e in tanti si sono domandati perché) venne bocciato ancor prima di parlare. Il 2 agosto, Raffaella Polato sul Corsera (riprendiamo da Formiche.net ) aveva anticipato i dettagli del suo disegno: “Aumento di capitale tra i 2,5 e i 3 miliardi, conversione volontaria dei prestiti subordinati per un miliardo, il già previsto contributo del fondo Atlante alla bad bank con 1,6 miliardi, destinazione a patrimonio dell’intero risultato 2017. Così è in ogni caso un rafforzamento di oltre 6 miliardi”. Jp Morgan e Mediobanca ora sono più vicini a questo modello. Sempre che a questo punto Bce intenda ancora dare ascolto al loro cliente senese.

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