Pregliasco (YouTrend): «Referendum, il caos Roma inciderà poco, la sinistra può fare la differenza»

Parla il direttore di YouTrend: «Renzi ha sbagliato a personalizzare il voto, ora sta tornando indietro ma rischia di essere tardi. I Cinquestelle? I loro guai non saranno nella testa degli elettori, a novembre»

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TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

13 Settembre Set 2016 1041 13 settembre 2016 13 Settembre 2016 - 10:41

«Referendum costituzionale? Pronostici non ne faccio. A giugno avrei puntato un euro sul no. Settimana scorsa sul sì. A novembre, per ora, l’euro me lo tengo in tasca». Non si sbilancia, Lorenzo Pregliasco, torinese, sondaggista con YouTrend e stratega di campagne elettorale con Quorum, realtà da lui cofondate. Troppe le incertezze e i sassi sulla strada che rischiano di far scivolare gli esiti della madre di tutte le consultazioni su una strada o sull’altra: dal pronunciamento della consulta sulla legge elettorale alla legge di stabilità, dal caos banche al destino dell’Europa, fino a possibili, imponderabili eventi com’è stata ad esempio la precoce crisi della giunta romana guidata dal sindaco pentastellato Virginia Raggi.

Partiamo da qui, Lorenzo. Quanto sta pesando il caso Raggi sul Movimento Cinque Stelle. C’è chi preconizza una slavina, c’è chi dice che è una tempesta in un bicchier d’acqua che verrà presto riassorbita…
Partiamo da ciò che abbiamo. Ci sono state tre rilevazioni, nei giorni scorsi. Le prime due sono quelle congiunte per Porta a Porta di Ipr e Tecné. Da queste rilevazioni si rileva soprattutto un’enorme distanza tra l’elettorato generale e quello del Movimento Cinque Stelle.

In che senso?
In generale, la crisi della Raggi, le mail lette male da Di Maio, le dimissioni degli assessori non hanno giovato al Movimento. Li indebolisce sui tratti che ne costituiscono l’identità. L’elettorato Cinque Stelle, al contrario, è più accondiscendente. Tuttavia, anche lì, abbiamo una parte che difende Virginia Raggi e un’altra che l’attacca. In questo senso, la terza rilevazione, quella di Demos e Ilvo Diamanti per Repubblica mostrano dati curiosi.

Quali?
Ad esempio, si è ridotta - e non poco - la percentuale di chi pensa che il Movimento Cinque Stelle possa governare con profitto città e governo nazionale. Un’altra cosa interessante, poi, è relativa alla questione delle bugie in politica: più del 90% dell’elettorato M5S pensa sia molto grave che un politico menta. Per loro, se scoperto, dovrebbe dimettersi immediatamente. Loro hanno costruito una retorica e una linea di pensiero attenta a ogni minimo dettaglio, molto efficace per contrastare chi governa. Il problema è che ora hanno cominciato a governare loro.

Inciderà questo sul referendum?
Secondo me, non troppo. Noi di solito costruiamo la nostra opinione politica su fatti recenti. Il referendum sarà a fine novembre e ho l’impressione che quel che sta accadendo ora, a metà settembre, non sarà nella mente degli elettori. Non al primo posto, perlomeno.

Cosa ci sarà nella mente degli elettori?
Non sono un indovino. Di sicuro potrebbe esserci la bocciatura dell’italicum da parte della Consulta, se accadrà, come si ipotizza, che alcune sue parti saranno dichiarate incostituzionali. O la legge di stabilità, nel bene o nel male. O altri eventi esogeni che ora non possiamo immaginare. Dura però che sarà il caso Raggi, in testa a tutti. Se resta un episodio isolato, non inciderà quasi nulla.

Fino a qualche mese fa nella testa degli elettori c’era solo Renzi. Voto sì e lo salvo. Voto no e lo affosso…
Ci si è messo lui stesso lì in mezzo, del resto. Lui ora sta provando a togliere la personalizzazione della consultazione dal tavolo, perché ha capito che gli gioca a sfavore. Non è detto che ci riesca, però. È possibile che a novembre un pezzo significativo dell’opinione pubblica andrà a votare con quello schema lì, sia che lui continui a personalizzare o meno la consultazione. Anche perché mi aspetto che saranno i suoi avversari a farlo. E lui farà molta fatica a negarla.

«I Cinque Stelle sono un partito pigliatutto. Di sinistra dove la sinistra è forte, e viceversa. E in grado di mobilitare elettorati diversi anche nello stesso luogo, a distanza di pochi giorni. Basta pensare a Chiara Appendino a Torino: al primo turno ha preso tutti voti di sinistra, al secondo turno moltissimi voti di destra»

Il 16 e il 17, forse, il centrodestra avrà in Stefano Parisi un nuovo leader in pectore, o perlomeno un federatore. Questo potrà giovare al fronte del No?
Di sicuro, una delle chiavi del referendum sarà la mobilitazione del centrodestra moderato, che è una parte importante del Paese. Basta pensare che oggi, dopo tutto quel che è successo, il centrodestra, nel suo complesso, vale ancora il 30% circa. Se peserà sul referendum sarà in funzione della loro capacità di mobilitare il loro elettorato.

E dopo il referendum?
Renzi si dice sia rimasto in piedi, in molti casi, per assenza di alternative. Ecco: con Parisi, Renzi si ritroverebbe contro, per la prima volta, un’alternativa e l’equilibrio politico potrebbe cambiare drasticamente. Bisogna dire anche, però, che il centrosinistra è più avvantaggiato a giocare con il centrodestra che con il Cinque Stelle. È un alternativa più seria, forse, ma meno insidiosa.

Perché?
Perché i Cinque Stelle sono un partito pigliatutto. Di sinistra dove la sinistra è forte, e viceversa. E in grado di mobilitare elettorati diversi anche nello stesso luogo, a distanza di pochi giorni. Basta pensare a Chiara Appendino a Torino: al primo turno ha preso tutti voti di sinistra, al secondo turno moltissimi voti di destra.

E quel che si muove alla sinistra del Partito Democratico?
Parliamo del Pd, prima. Io mi aspetto una buona porzione di elettori dem non votino sì. Ci sono pezzi di partito che più o meno apertamente hanno sostenuto il No. Ci sono figure come Zagrebelski, non politiche, che stanno per il No. Poi c’è il mondo a sinistra del Pd che è orientato completamente sul No. Quella parte potrebbe avere un ruolo importante. Perché dovrà motivare un pezzo di opinione pubblica che non è enorme, ma è quel 5% che in un contesto incerto, come quello che tratteggiano i sondaggi di oggi, può fare la differenza. Renzi può aver anche marginalizzato la sinistra, ma elettoralmente le serve ancora. In positivo, come a Milano, dove è stata decisiva per la vittoria di Beppe Sala. In negativo, come a Bologna, dove una candidatura alternativa di sinistra ha determinato il risultato disastroso di Merola al primo turno.

Cosa consiglieresti di fare a Renzi, a questo punto?
Quel che sta già facendo: personalizzare il meno possibile.

E poi?
Non dare grossi motivi alla destra per votare No. Quello è un bacino enorme. E lui lì potrebbe avere qualcosa da dire.

«Il mondo a sinistra del Pd potrebbe avere un ruolo importante. Perché dovrà motivare un pezzo di opinione pubblica che non è enorme, ma è quel 5% che in un contesto incerto, come quello che tratteggiano i sondaggi di oggi, può fare la differenza. Renzi può aver anche marginalizzato la sinistra, ma elettoralmente le serve ancora»

Svelaci l’arcano: Renzi deve temere un’affluenza alta o bassa?
Io sulle predizioni in base all’affluenza sono sempre molto cauto. Sono previsioni come quelle basate sul tempo atmosferico. Certo, l’affluenza alta porta il voto i non militanti, quindi in linea teorica è favorito il sì, forse, meno militarizzato contro il premier. Ma il tema non è chiedersi quanti vanno a votare. Il tema è chiedersi chi va a votare. E quindi portare a votare i propri elettori. Quanti elettori Pd andranno a votare, quanti Cinque Stelle? Noi non sappiamo, adesso, come si dividono le forze politiche su un voto per definizione trasversale.

Lo sa Jim Messina, il guru americano che lavora per Renzi e per il Sì?
Stamattina sono passato dal comitato per il Sì di Piazza Santi Apostoli a Roma e ho visto David Hunter, l’emissario in Italia di Messina, con cui ho lavorato, con Quorum, per il ballottaggio (Pregliasco, con Quorum, era tra i consulenti di Beppe Sala, ndr). I suoi collaboratori cercano di portare per quanto possibile in Italia tecniche e filosofie di campagna basate su analisi dei dati e anagrafiche dei voti.

I due fronti, in questo senso, sono molto diversi tra loro: se il Sì si identifica in un messaggio chiaro e in una leadership altrettanto definita, il No è un arcipelago di partiti, movimenti, elettorati molto diversi tra loro. Di chi è il problema?
Dipende. Essere eterogenei è negativo, perché manca un messaggio potente. D’altro canto, però, è un’opportunità enorme. Il No tenendo insieme tante istanze diverse, magari addirittura inconciliabili, può permettersi di attaccare la riforma su più fronti, fare leva su diverse istanze. E il Pd, se non saprà guidare la comunicazione, rischia di trovarsi a combattere su mille fronti. E nel mezzo di una battaglia, può essere un problema molto serio.

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