Basta scuse: impariamo a dirci la verità!

La colpa non è sempre degli altri. Bisogna capire quali sono i punti deboli del nostro lavoro e migliorarli, senza sentirci sempre vittime di complotti o ingiustizie

Audrey

Audrey Hepburn, Vacanze Romane

14 Settembre Set 2016 1705 14 settembre 2016 14 Settembre 2016 - 17:05
Messe Frankfurt

Con l’aumentare dei volumi di lavoro decidiamo di prendere una nuova collaboratrice esterna. Dopo un paio di prove di documenti in cui c’erano alcuni piccoli errori, le abbiamo affidato un documento più importante e complesso. Il risultato è stato disastroso. Parlando, scopriamo che non siamo gli unici a contestare: «fate come tanti altri clienti, mi chiedete un lavoro e poi vi lamentate di tutto!». Ma la sua risposta più scioccante è arrivata quando le abbiamo scritto che il lavoro fatto non era per niente accettabile. «In quale punto? A me sembra fatto molto bene» è stata la sua risposta. Questa ragazza continua a perdere clienti, ma se le chiedi il perché, non lo sa. Anzi, diciamo che ha un suo racconto: «sono i clienti che non sanno valutare il mio lavoro». Il problema è che se tu non vedi la realtà, la realtà va avanti comunque. Tu perdi i clienti. Punto. Poi puoi raccontarti quello che vuoi.

Può sembrare un esempio estremo, ma siamo tutti un po’ come lei.

Quando lavoravo come Career Coach, incontravo tanti disoccupati che avevano la stessa capacità di raccontare la realtà. Nonostante fossero chiari i loro punti di miglioramento, loro non li accettavano e continuavano a dire che «sono le aziende responsabili del fatto che io sono disoccupato». O lo Stato. O il sistema. Anche solo accennare al fatto che magari potessero avere qualche criticità a livello di competenze richieste, di capacità comunicative, organizzative, suscitava reazioni a volte estremamente aggressive. Chi non aveva questo tipo di atteggiamento, riusciva a trovare lavoro dopo pochi mesi. Chi invece continuava a raccontarsi queste storie, rimaneva senza lavoro.

Spesso non riconosciamo le nostre responsabilità e preferiamo dare la colpa degli insuccessi alle aziende, allo Stato o al sistema

Vedere la realtà è una competenza fondamentale, ma difficile. Richiede la capacità di fare silenzio nella nostra mente, il silenzio dal nostro dialogo interno, dalle narrazioni che noi abbiamo sulla vita, sul perché succedono alcune cose, su come siamo noi e come sono gli altri.

Il dialogo interno non è sempre negativo: se abbiamo un problema e ci diciamo «dai alla fine una soluzione la troverò, devo solo mettermi a cercare bene», questa narrazione ci aiuta a mantenere la motivazione di andare avanti e soprattutto ci spinge a cercare una soluzione. In molti altri casi però queste narrazioni servono per proteggere la nostra autostima e ci rendono ciechi.

Noi raccontiamo la realtà in ogni momento: dal perché non siamo riusciti a raggiungere un obiettivo al giudizio sul nostro vicino. Queste narrazioni però sono una realtà romanzata che, per quanto possa essere utile per farci sentire bene, può diventare molto pericolosa quando su di essa basiamo scelte fondamentali per la nostra vita.

Molti imprenditori hanno fallito perché si raccontavano che la ragione per le mancate vendite fosse “la crisi”, oppure “i cinesi”. Questa spiegazione non ha senso, quando osservando la realtà vediamo che altri concorrenti hanno invece aumentato le vendite. Ma il nostro bravo imprenditore ha un racconto anche per quello: «sì, ma loro hanno prodotti diversi», oppure «sì, ma la nostra situazione è diversa». Possiamo trovare sempre un perché che accarezzi la nostra autostima, se vogliamo. Il problema è che decidere sulla base di narrazioni di vita inefficaci ci porta a delle conseguenze, spesso negative. Che sono un gran regalo se però sappiamo imparare da esse. Se siamo stati ciechi fino a quel momento, è probabile che non riacquisteremo la vista anche quando andiamo a sbattere contro il fatidico muro. Faremo anzi quello che abbiamo sempre fatto: inizieremo a raccontare il “perché” abbiamo sbattuto, che naturalmente non sarà colpa nostra. Al massimo, un concorso di colpa, dove il mondo però è quello che ci mette i bastoni fra le ruote.

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