Assad sempre più in bilico: nella Siria in ginocchio emergono signorotti e milizie locali

Ormai alcuni feudi sono solo nominalmente fedeli al governo centrale, rispondendo a imprenditori senza scrupoli o capi di milizie improvvisate

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15 Settembre Set 2016 1500 15 settembre 2016 15 Settembre 2016 - 15:00

Un antico proverbio turco recita: “Se stai scavando una fossa per il tuo vicino, misurala su te stesso”. Si adatta perfettamente all’attuale situazione dei loro vicini siriani.

Negli ultimi tre anni, sono aumentate non solo le condanne per il mancato rispetto dei diritti umani da parte di Bashar al-Assad, ma anche le preoccupazioni per il futuro della Siria e dell’intera regione se il regime dovesse crollare improvvisamente senza dare tempo a nuove e legittime istituzioni statuali di prenderne il posto.

In un disastro che è già costato la vita di oltre 270.000 siriani, si vuole evitare di ripetere lo stesso errore commesso in Libia nel 2011 dai francesi e dagli americani (con il sostegno italiano). Gheddafi era in grado di tenere sotto controllo le numerose tribù; offriva un punto di riferimento ed una autorità centralizzata. Con la sua morte, la Libia è caduta in una situazione di caos permanente e la guerra civile tra le bande sta superando il triste record di durata della stessa Seconda Guerra Mondiale.

In Siria, Assad è ora costretto a giocare su più tavoli una partita mortale. Vediamo quali.

La situazione militare

Dopo il rapido collasso del proprio esercito nella battaglia di Idlib l’anno scorso, il presidente ha ammesso - in un discorso reso famoso dai media di Stato siriani - che le forze armate del regime stavano subendo tremende sconfitte e si stavano ritirando da diversi fronti a causa del soverchiante numero degli avversari. Fin dai mesi precedenti, tutta la nazione è stata soggetta a disperati arruolamenti più o meno forzati. A luglio 2015, il regime sembrava ormai sul punto di crollare sotto il peso cumulativo di anni di attriti esterni e defezioni interne a tutti i livelli. Iran e Russia sono quindi intervenuti militarmente a sostegno della Siria ottenendo indubbi successi già entro febbraio di quest’anno. Anche gli stessi americani hanno compreso il rischio connesso con l’abbandono all’anarchia di uno Stato in una regione chiave dello scacchiere geopolitico. Robert Malley - il più ascoltato consigliere di Obama per il Medio Oriente - è più volte intervenuto pubblicamente a sostegno dell’odiato regime di Damasco individuandolo come unica garanzia di stabilità.

Anche gli americani hanno compreso il rischio dell'abbandono all'anarchia in Siria, regione chiave dello scacchiere geopolitico

Dopo cinque anni di guerra, l’organizzazione delle forze armate di Damasco è sempre più simile a quella delle milizie che vi si oppongono. Anche se meglio rifornite da quel che rimane dello scheletro logistico dell’Esercito Siriano-Arabo, le forze combattenti fedeli al governo consistono ormai sostanzialmente in un arcobaleno di milizie. Ciascuna è localizzata nel territorio di appartenenza e ha collegamenti più o meno stabili con altre fazioni, sostenitori interni o stranieri e signori della guerra locali. L’analista Jawad Al-Tamimina ha tentato una prima classificazione raccogliendole in alcuni gruppi principali: le numerose milizie Hezbollah e Sciite provenienti dall’Iran, quelle filopalestinesi, Al-Bustan e i “Leopardi di Homs”, quelle della provincia di Suwayda, Suqur al-Sahara, le milizie filocristiane, diverse fazioni che fanno capo a servizi militari di elite, in particolare collegati ai servizi segreti dell’esercito e dell’aeronautica e, naturalmente, la Guardia Repubblicana. Andando ad approfondire la struttura di ciascuna ci si perde rapidamente in un ginepraio di affiliazioni. Fra tutte queste, solo una minoranza non si limita al presidio del territorio ma è dotata di una reale capacità offensiva.

A differenza del puzzle delle tribù che si contendono brandelli di territorio in una regione egualmente martoriata come quella libica, in Siria la frammentazione non nasce da suddivisioni settarie o demografiche ma è il risultato di fattori economici sovrapposti a interessi locali. Mentre il regime totalitario centralizzato si atrofizza, il vuoto di potere viene colmato da capipopolo, signorotti e imprenditori privi di scrupoli con forti legami su un territorio delimitato. Anche il più volte pubblicizzato accordo con le popolazioni sunnite presenti nelle aree urbane del territorio siriano, nei fatti risulta scomposto in accordi personali con un’insalata di singoli capibanda di dubbia lealtà.

Per questo, mentre la mappa del potere mostra il progressivo prosciugamento dei territori sotto il controllo degli estremisti islamici e dei ribelli siriani, le aree nominalmente sotto il controllo del governo sono in realtà un arcipelago di piccoli staterelli feudali solo nominalmente fedeli ad Assad e sempre in attrito con i feudi confinanti.

Le aree nominalmente sotto il controllo del governo sono in realtà un arcipelago di piccoli staterelli feudali in attrito tra di loro

La reale capacità offensiva è ora in gran parte monopolizzata da due formazioni armate di elevatissima mobilità: l’Armata Tigre (Fawj Maghawir al-Badiya), guidata da Suheil Hassan formatosi nei servizi segreti dell’aeronautica, e i Falchi del deserto (Liwaa Suqour Al-Sahra) fondata dal generale dell’esercito Mohammad Jaber. Queste unità, rispettivamente basate ad Aleppo ed in Latakia, sono in grado di spostarsi rapidamente sul territorio neutralizzando locali offensive di ribelli o spegnendo dissidi locali quando raggiungono un livello elevato di pericolosità. Occasionalmente, guidano reali azioni offensive volte a riconquistare territori perduti. Offensive preparate a tavolino con preventive quanto temporanee alleanze con signorotti locali, forze straniere e i rimanenti brandelli del regime presenti sul territorio interessato.

L’economia delle milizie - a parte una trascurabile quota derivata dall’agricoltura, ormai limitata all’autosussistenza – si basa sul contrabbando di carburante, di armi e di persone. Gruppi armati nominalmente fedeli ad Assad hanno imparato a sfruttare le lacune organizzative per emanciparsi anche economicamente dalla tutela regime. Questa estate, in uno scontro presso Hama, le forze militari ufficiali siriane che stavano manovrando verso i territori controllati da ISIS hanno sorpreso un grande convoglio di autocisterne piene di carburante di contrabbando. Gli ufficiali siriani, temendo la vendetta del signorotto locale Talal Dakkak, invece di sequestrare tutto hanno subito passato il bottino al locale direttorato dei servizi segreti dell’aeronautica. Col risultato che tutto il convoglio è di nuovo scomparso.

L’economia

Anche se l’economia siriana non è mai stata incentrata sul petrolio, prima della guerra la vendita di idrocarburi ha rappresentato un quarto degli introiti statali. Dopo oltre cinque anni, il controllo formale dell’economia da parte del governo è completamente collassato. Il colpo di grazia è arrivato a maggio, quando un blitz degli ijhadisti ha ridotto in cenere l’intero campo a gas di Shaer, il più grande della provincia centrale di Homs e l’ultima grande infrastruttura petrolifera rimasta in funzione. Le esplosioni hanno scosso le fondamenta delle case rimaste in piedi a Palmira, 50 km a sudest.

La situazione economica e fiscale siriana sta precipitando. L’inflazione è alle stelle, il potere d’acquisto dei salari è crollato e i risparmi sono scomparsi trascinando milioni di famiglie a livelli di povertà. La crisi è il principale motore che spinge verso il reclutamento volontario, l’inflazione ha praticamente azzerato le importazioni e il controllo dei prezzi imposto dal governo ha bloccato il commercio quando non ha spinto i produttori a vendere i loro beni sul mercato nero.

In questo ambiente, prosperano i signorotti locali che sono in grado di autofinanziarsi gestendo il mercato nero e il contrabbando con il Libano, l’Iraq e la Turchia. Grazie ad un decreto governativo del 2013, sono legalmente in grado di gestire milizie armate completamente autosufficienti. Le due più forti prima citate, l’Armata Tigre ed i Falchi del Deserto, offrono il triplo del salario militare standard, attrezzano i loro campi di addestramento e costruiscono i propri mezzi militari in modo completamente autonomo.

Grazie ad un decreto dl 2013, i signorotti locali sono in grado di gestire milizie armate completamente autosufficienti

La situazione internazionale

I sempre più numerosi segnali di pace che la Turchia e la Russia si stanno scambiando dopo l’incidente dell’abbattimento del MIG, sono certamente fonte di preoccupazione ma ancora un segnale difficilmente interpretabile dal punto di vista di Assad. Tutto dipende se gli accordi militari – ma soprattutto energetici – fra Turchia e Russia prevedono o meno un cambio di regime in Siria.

La popolazione

Molte delle milizie governative, invece di autofinanziarsi sfruttando le risorse economiche sotto il proprio controllo, trovano più pratico tartassare direttamente le popolazioni. Ad esempio la città ribelle di al-Tall, a nord di Damasco, ha firmato una tregua con il regime e ospita migliaia di profughi che sono fuggiti dalle aree attorno alla capitale. Nonostante l’accordo stipulato col governo, la popolazione è costretta a pagare 100 sterline siriane per ogni kilogrammo di cibo per fare passare attraverso i posti di blocco le merci destinate a sfamare la città. Anche se questa tassa abusiva equivale solo a 41 centesimi di euro, va confrontata con un salario medio che prima del tracollo economico era attorno ai 100 euro mensili. Ma si stima che la milizia che controlla al-Tall possa così ricavare milioni di euro e quindi armare e sfamare le migliaia di mercenari che presidiano i posti di blocco. Questa situazione è tutt’altro che unica: gli osservatori dell’organizzazione “Siege watch” stimano che complessivamente 850mila civili siano bloccati all’interno di ghetti analoghi ad al-Tall. In questo modo Damasco, pur non essendo minimamente in grado di finanziare e nutrire direttamente i miliziani fedeli al regime, tollerando – quando non promovendo – questo sfruttamento riesce a mantenere operative la maggior parte delle proprie forze militari.

Conclusioni

Questa analisi si focalizza sul solo regime siriano e sulle forze più o meno nominalmente sotto controllo governativo. Ma il territorio siriano è per una parte significativa in mano ai ribelli siriani o sotto il controllo dell’estremismo islamico, in particolare di Al-Qaeda e di ISIS, le due organizzazioni terroristiche che attirano la popolazione offrendosi entrambe come uno Stato efficiente alternativo ad un regime allo stremo. E quindi darwinianamente in guerra anche fra di loro.

E’ chiaro che un intero sistema economico e militare basato, in ultima analisi, non sullo sfruttamento di risorse o sul commercio di beni ma sul taglieggiamento di popolazioni già ridotte in miseria non può durare a lungo senza aiuto esterno. A peggiorare la situazione, le milizie provvedono sempre più autonomamente a finanziarsi, nutrirsi, armarsi e a reclutare nuovi soldati spinti dalla loro stessa povertà. E’ altrettanto chiaro che la loro fedeltà al regime diventa sempre meno sostanziale con l’aumento della loro stessa autosufficienza…

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