Euro o non Euro, questo è il problema per la stampa europea

La Brexit e suoi possibili esiti continuano ad animare la scena dei giornali del Vecchio Continente: la rassegna stampa a cura di EuVisions

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15 Settembre Set 2016 1451 15 settembre 2016 15 Settembre 2016 - 14:51

Euro o non Euro. Intervistato in occasione del lancio del suo nuovo libro, Joseph Stiglitz afferma che il progetto della moneta unica è viziato fin dal principio, dal momento che agli stati nazionali sono stati sottratti - e non rimpiazzati - due fondamentali meccanismi di aggiustamento macroeconomico: il tasso di cambio e il tasso di interesse. Stiglitz aggiunge che interpretare la crisi recente come una crisi di debito ha fatto sì che la “cura” si rivelasse peggiore del male. Il problema dell’euro secondo l’autore ha due soluzioni possibili: più Europa, o meno Europa. “Più Europa” implicherebbe consentire ai prezzi nei paesi in surplus commerciale di salire, e di scendere nei paesi in deficit. Da qui l’esigenza di tassare i paesi in surplus, redistribuendo a favore dei paesi in deficit, dal momento che i movimenti dei prezzi verso il basso sono più difficili (e pericolosi): uno scenario politicamente impraticabile, la cui alternativa - conclude Stiglitz - porta a “meno Europa” e all’abbandono della moneta unica, lasciando però intatto il mercato unico. Hermance Triay contesta le tesi di Stiglitz, affermando che l’euro non è stato altro che il tentativo di liberarsi da un meccanismo neoliberale di “dumping monetario”, che in combinato disposto con il dumping sociale e fiscale tendeva a esacerbare le tensioni tra stati. È illusorio quindi immaginare che l’Unione Europea possa sopravvivere alla fine della moneta unica. Stiglitz inoltre fa riferimento alla teoria delle “aree valutarie ottimali” di Mundell, ma nemmeno gli USA ne soddisfano in pieno i requisiti, e lo stesso Mundell si dichiarò a favore della nascita dell’euro. Infine, Stiglitz sottovaluta l’importanza di una serie di fattori e cambiamenti ormai in atto: una forma di unione bancaria esiste dal novembre 2014; le regole del “Six Pack” pongono dal 2011 dei limiti ai surplus commerciali, (nonostante la Commissione non li abbia fatti valere nei confronti della Germania); infine, gli Eurobond - nonostante la parola sia ancora un tabù - sono de facto già una realtà, se si considerano le massicce acquisizioni di debiti sovrani da parte della ECB. Un policy paper di Bruegel, di Maria Demertzsis e Guntram B. Wolff, propone una strategia di stabilizzazione per l’Europa tramite una Unione fiscale, in cinque passaggi successivi: una clausola “no-bailout“, maggiore condivisione del rischio, offerta di beni e servizi pubblici a livello europeo, stabilizzazione fiscale.

After Brexit. Benjamin Fox osserva che sul piano delle strategie per gestire il risultato del referendum non si sia andati molto oltre il tautologico “Brexit means brexit”. Il board editoriale del Guardian condanna la perdita di prestigio internazionale del Regno Unito: l’assenza al meeting di Bratislava di venerdì prossimo è un segnale rivelatore in questo senso. Nick Cohen aggiunge che i Brexiters si illudono se pensano che da parte dell’Unione Europea possa esserci margine per un appeasement: in effetti la strada dei negoziati è irta di ostacoli, come evidenzia un recente paper di Nick Clegg. Un punto di vista diverso ci è offerto da Garvan Walshe su Conservativehome. I negoziati non sono una partita di calcio, bisogna immaginarli più simili al sesso: non una competizione con vincitori e sconfitti, ma accordi cooperativi nei quali ognuna delle parti ottiene ciò che vuole e che non potrebbe ottenere da sola. Roger Bootle osserva che non c’è ragione per cui per il Regno Unito non debba valere ciò che vale per qualsiasi altro paese che commercia con l’Unione Europea dall’esterno. L’accesso al mercato unico, l’unione doganale e i “passporting rights” in ambito finanziario sono elementi importanti ma non imprescindibili, e il Regno Unito potrebbe controbilanciarne la perdita una volta fuori dall’Unione.

Il futuro della sinistra dopo Brexit. Yanis Varoufakis affronta il problema della crisi politica dell’UE e del suo deficit democratico, proponendo tre scenari per il futuro della sinistra after Brexit. Il primo, quello dell’Euro-riformismo, si pone l’obiettivo di intensificare l’integrazione in un’Europa più democratica: questa opzione, generalmente preferita dai socialdemocratici, è fallace perché le istituzioni europee sono irriformabili attraverso una revisione dei trattati attraverso il metodo intergovernativo. Il secondo scenario, detto “Lexit”, prevede l’uscita degli stati dall’Unione tramite referendum: anche questa via è rischiosa in quanto potrebbe portare al rafforzamento di pericolose forze nazionaliste e di estrema destra. L’opzione preferita da Varoufakis e dal movimento DiEM25, è incentrata sulla nascita di un movimento pan-europeo di disobbedienza civile e di governo, in grado di opporsi con metodi democratici alle élite europee e alle loro politiche a livello locale, nazionale e sovranazionale.

Read more:

- Judy Asks: Can the EU survive without Britain? – CarnagieEurope

- Europeans see themselves as mouse-sized. They need to man up – The Economist

- Barroso’s bank job: A failure of integrity – EuObserver

- Angela Merkel’s Problems in Germany Could Challenge Europe, Too – The New York Times

- The Apple of Discord – Bruegel

- How the French Right’s rupture could lead to Frexit – ConservativesHome

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