Montepaschi, ora il salvataggio assomiglia tanto a un naufragio

Dopo il ceo Viola, si dimette pure il presidente Tononi, a poco più di un mese dalla presentazione del piano di rilancio dell'istituto senese. Le ingerenze di Padoan e di Jp Morgan, le contraddizioni interne al governo, i dubbi del mercato. È così che si salva la terza banca italiana?

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15 Settembre Set 2016 1030 15 settembre 2016 15 Settembre 2016 - 10:30
Messe Frankfurt

Sono giorni, ormai, che attorno al Monte dei Paschi di Siena, la terza banca del Paese, la più antica del mondo, stanno accadendo cose che lasciano quantomeno perplessi. La raccontiamo partendo dalla fine. Ieri sera si è dimesso il Presidente di Mps Vincenzo Tononi. Dimissioni, queste, che arrivano cinque giorni dopo l’allontanamento dell’amministratore delegato Fabrizio Viola, sostituito da Marco Morelli, ex Bank of America - Merril Lynch, già deputy ceo dell'istituto senese.

Entrambi, Viola e Tononi, stavano lavorando al piano di rilancio della banca e all’aumento di capitale che era stato avallato dalla Banca Centrale Europea lo scorso 29 luglio e che avrebbe dovuto essere presentato all’assemblea straordinaria dei soci che si sarebbe dovuta tenere a fine ottobre e che, con ogni probabilità slitterà a chissà quando. E qui sta la prima cosa che non torna di tutta la vicenda: perché è incredibile e assurdo allo stesso tempo che le due persone che hanno lavorato alla realizzazione del piano di rilancio della banca siano accompagnate alla porta a poche settimane dalla sua presentazione. Due mesi fa poteva avere senso, affinché fossero facce nuove - e non quelle che avevano già bruciato 8 miliardi in due analoghe operazioni - a chiedere i soldi ai mercati. Che senso ha ora, invece? Per di più, nel caso di Tononi, senza che vi sia un sostituto già pronto.

Non finisce qui, però. Perché la seconda cosa irrituale della vicenda Mps è l’ingerenza che il Ministero del Tesoro sta avendo in tutta la faccenda. Tutta la stampa, mai smentita, è concorde nel raccontare che l’allontanamento di Viola sia figlio di una telefonata ricevuta da Piercarlo Padoan, in cui il ministro ha riferito al suo interlocutore che «alla luce delle perplessità espresse da alcuni investitori in vista del prossimo aumento di capitale e d’accordo con la Presidenza del Consiglio, riteniamo opportuno che lei si faccia da parte».

Domanda: è del tutto normale che il ministro del Tesoro, anche se azionista, possa tranquillamente defenestrare l’amministratore delegato di una società quotata? Che lo faccia perché glielo chiede una banca d’affari? E se è normale, è opportuno? Aumenta o diminuisce la credibilità del sistema bancario italiano nel suo complesso?

Tutti sono concordi anche nel ritenere che quegli “alcuni investitori” rispondano al nome di Cassa Depositi e Prestiti e JP Morgan, il superconsulente di Mps deus ex machina della missione impossibile di chiudere un aumento di capitale di 5 miliardi per una banca che ha una capitalizzazione di poco più di 700 milioni di euro, le cui azioni sono arrivate a valere 22 centesimi di euro, dai 9,45 euro dl maggio 2015. Domanda: è del tutto normale che il ministro del Tesoro, anche se azionista, possa tranquillamente defenestrare l’amministratore delegato di una società quotata? Che lo faccia perché glielo chiede una banca d’affari? E se è normale, è opportuno? Aumenta o diminuisce la credibilità del sistema bancario italiano nel suo complesso? Ricordiamo che alle porte c’è pure l’aumento di capitale da 7 miliardi di UniCredit, seconda banca italiana.

Non bastasse, la ciliegina sulla torta sono le dichiarazioni, che definire quantomeno incoerenti tra loro è il minimo sindacale, dello stesso ministro Padoan e del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Con quest’ultimo che lunedì scorso, 9 settembre, assicurava che Mps potesse «reggere l'aumento di capitale» e che ci fossero «le condizioni perché si faccia e si faccia presto». Mentre il secondo, solo tre giorni dopo, lo smentisce affermando che «non è se entro l'anno o meno, è se i mercati sono pronti a recepire l'aumento di capitale», per di più indicando proprio nel referendum sulle riforme costituzionali, ciò che di più renziano esiste, la causa di questo slittamento. Chi ha scommesso su uno scontro istituzionale in atto - o perlomeno una pesante difformità di visioni - tra Palazzo Chigi e via XX Settembre probabilmente è già passato all’incasso.

A noi, che tutto vogliamo fuorché scommettere su un crac che sarebbe catastrofico per l’economia italiana, non rimane che allargare le braccia e sperare di essere stati degli inguaribili cacadubbi. Del resto, lo eravamo già quando Renzi e Padoan, in una Leopolda che sembra ormai lontana anni luce, avevano giurato sulla solidità del nostro sistema bancario. Rincarando la dose poche settimane dopo, quando Renzi spronò gli investitori a comprare titoli di Mps, ché era «un affare». Oggi, a quanto pare, un po' meno.

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