Buonanotte, fiorellini: così Renzi e Grillo sono diventati i campioni della lentocrazia

Il premier sta provando a posticipare ogni scadenza per paura di perdere il referendum. E il leader dei Cinque Stelle blinda la Raggi che dopo 80 giorni non ha ancora iniziato a governare Roma. Ma non erano loro, fino a poco tempo fa, a parlare di “cambiar passo” e gridare “svegliaaa”?

Sonno
16 Settembre Set 2016 0819 16 settembre 2016 16 Settembre 2016 - 08:19

C'era una volta un governo dal piglio futurista, fondato sull'elogio della velocità. C'era una volta un'opposizione centometrista che gridava “Svegliaaaaa!” sul web. Scordateveli. Alla ripresa d'autunno su entrambi i fronti domina la lentocrazia, arte tutta italiana del prorogare, posporre, rinviare. L'arte del “vedremo”, che induce a dire “pensiamoci” su tutto: la data del Referendum, il sì o il no alle Olimpiadi, la scadenza della sentenza della Corte Costituzionale sull'Italicum, i nuovi nomi della giunta romana. I due campioni del “Veni, Vidi, Vici”, cioè Matteo Renzi e Beppe Grillo, si consegnano all'attendismo andreottiano del tirare a campare («che è sempre meglio di tirare le cuoia») e prendono tempo nella consapevolezza che entrambi vanno verso la dead line delle decisioni irrevocabili e fatali: un altro errore e il M5S rischia il precipizio; un calcolo sbagliato le speranze del premier di incoronarsi con un Sì plebiscitario naufragheranno nell'ennesimo governo di transizione.

L'intera agenda politica autunnale è rovesciata dal desiderio di temporeggiare. Fino a luglio sembrava tutto facile e veloce. Il Referendum avrebbe dovuto tenersi addirittura all'inizio di ottobre, e la tentazione era persino quella di anticiparlo rispetto alla sentenza della Consulta sulla legge elettorale fissata per lo stesso mese. Entro Ognissanti avremmo saputo tutto del nostro destino: come votare e per che cosa. Ora si parla di novembre, o addirittura del 4 dicembre, e pure la Corte Costituzionale allunga il brodo immaginando di posticipare il suo verdetto al dopo, in zona-Natale. Con lo stesso passo da alpino si procede sull'altro fronte, quello del Cinque Stelle, che la giunta-miracolo prometteva di produrla un minuto dopo il voto, cioè la seconda settimana di giugno. Poi si è arrivati all'8 luglio. Poi è successo quel che è successo. E oggi, in data 15 settembre, siamo ancora lì: mancano pezzi non secondari (l'assessore al Bilancio e forse un nuovo assessore all'Ambiente), mentre la sindaca battezza “fretta mediatica” l'urgenza cittadina di avere un'amministrazione e anche la madre di tutte le decisioni – la candidatura olimpica della Capitale – resta appesa al filo del “pensiamoci” a due settimane all'atto formale della conferma o revoca del progetto.

Per il referendum si parla di novembre, o addirittura del 4 dicembre, e pure la Corte Costituzionale allunga il brodo immaginando di posticipare il suo verdetto al dopo, in zona-Natale. Mentre la Raggi battezza “fretta mediatica” l'urgenza cittadina di avere un'amministrazione. Dove sono finiti il ”cambio di passo“ di Renzi e la “svegliaaaa” di Grillo?

La lentocrazia non è una cosa inedita in Italia. Ma questa volta ha un mood nuovo, diverso dal passato, quando si era molto lenti perché gli accordi erano complicati, i leader deboli, le coalizioni capricciose. Oggi no. Oggi i capi sono teoricamente forti e decisionisti. I loro partiti e le loro maggioranze risultano piuttosto obbedienti. La lentocrazia non ha a che fare, come una volta, con la fatica del compromesso ma con la paura delle classi dirigenti, paralizzate dal terrore di un improvviso rovescio. Non succede solo in Italia. L'Austria, al bivio di una nuova tornata presidenziale, ha rinviato tutto con l'alibi surreale di un incollaggio difettoso delle schede. E persino la potentissima America, mentre fa i conti con lo stato di salute di Hillary, si lambicca sulla possibilità di ottenere uno slittamento della sfida con Trump. Prorogare, posporre, procrastinare sembra a tutti un buon modo per affrontare l'emergenza di questi tempi indecifrabili, dominati dalle emozioni di masse di cittadini mutevoli, eccessivamente emotivi, incontrollabili.

Così, si va piano e si costruiscono nuovi scadenzari machiavellici su Referendum e Consulta immaginando di imbrigliare i capricci dell'elettorato nella dilatazione dei tempi. Il calendario della Camera e del Senato è un elenco di provvedimenti minori, giacchè non sembra il caso di aprire nuovi fronti mentre si cerca di presidiare il più importante. A Roma, boh. Nessuno ha idea di quando si comincerà a governare sul serio: in 80 giorni le delibere arrivate in consiglio sono poco più di una trentina e ci sono Municipi che praticamente non si sono mai riuniti né hanno formato le Commissioni. E siccome la lentocrazia è interesse di tutti, maggioranza e opposizione, anche la polemica sul tema langue. Altro che autunno caldo: sarà un autunno di foglie morte, mezza stagione in tutti i sensi, un autunno slow, perchè arrivare in fretta al traguardo delle decisioni non interessa né conviene a nessuno.

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