Quindici anni a massacrare scuola e ricerca: ecco perché siamo il malato d’Europa

I dati del centro studi di Confindustria sono impietosi. In un continente che arranca noi siamo fermi, da almeno quindici anni. Il motivo? La produttività che non c'è. La cura? Invece che continuare a tagliare il costo del lavoro, perché non la smettiamo di tagliare i fondi a ricerca e istruzione?

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16 Settembre Set 2016 1025 16 settembre 2016 16 Settembre 2016 - 10:25
Messe Frankfurt

Non è il 2017, ma il 2028 l’anno che ci deve spaventare, nel guardare i dati diffusi ieri dal Centro Studi di Confindustria. Perché di questo passo è nel 2028 che torneremo ai livelli di prodotto interno lordo pre crisi. Già, vent’anni dopo il suo inizio. E ancora: non è quello 0,1% di crescita del Pil in meno, tra il 2016 e il 2017 che ci deve levare il sonno, la notte. Piuttosto il fatto che tra il 2000 e il 2015, la nostra ricchezza sia cresciuta, nel complesso, di 0,5 punti percentuali. Contro i 18 della Francia, i 19 della Germania, i 23 della Spagna.

E adesso, di fronte a questi numeri, provate a ingranare la marcia della retorica, a dire che non esiste il declino strutturale dell’Italia, a ignorare che al di là dei tanti problemi che ha l’Europa, non vi sia un caso italiano, una debolezza endogena della nostra economia che le trascende. Provateci, davvero. E già che ci siete, provate pure a scaricare le colpe su questo governo, su quelli che l’hanno preceduto, su quelli che verranno. Che avranno pure le loro responsabilità, ne conveniamo. Ma i cui errori sono figli delle scelte, della sua fallace ostinazione a proseguire sulla strada della conservazione dei diritti acquisiti, dei sacrifici selettivi, dell’investimento sul passato, dei premi alle rendite e delle bastonate al merito.

Concretamente, il problema dell’economia italiana si chiama produttività. Tradotto: oggi nessuno in Europa produce più lentamente e ad alti costi di noi. Confindustria parla chiaro: il differenziale sul pil rispetto alle altre grandi potenze europee «è spiegato in larga parte dall’andamento della produttività, che nello stesso periodo e per l’intera economia è aumentata del 10,9% in Germania, del 12,6% in Francia e del 17,4% in Spagna, contro il +0,2% dell’Italia». C’è poco da aggiungere. Se non che si sta riducendo pure il Pil potenziale del Paese, quello che potremmo raggiungere se allocassimo al meglio tutti i fattori produttivi. In altre parole, stiamo pericolosamente abbassando l’asticella delle nostre performance. Come gli anziani. Come chi è in una fase di decadenza.

Quel che è più grave è che ci manca pure la sana saggezza degli anziani. Ad esempio, ci ostiniamo a pensare che basti ridurre il costo del lavoro per recuperare un po’ di produttività. Così abbiamo interpretato la lezione delle riforme Hartz tedesche. Dimenticandoci che la Germania, nell’attività di ricerca del Fraunhofer Institut, spende circa 2 miliardi di euro all’anno. Che la produttività la recuperi anche da lì. O da una giustizia che funziona. O da un sistema scolastico aperto all’innovazione e che prepara i giovani al lavoro.

Quel che è più grave è che ci manca pure la sana saggezza degli anziani. Ad esempio, ci ostiniamo a pensare che basti ridurre il costo del lavoro per recuperare un po’ di produttività. Così abbiamo interpretato la lezione delle riforme Hartz tedesche. Dimenticandoci che la Germania, nell’attività di ricerca del Fraunhofer Institut, spende circa 2 miliardi di euro all’anno. Che la produttività la recuperi anche da lì. O da una giustizia che funziona. O da un sistema scolastico aperto all’innovazione e che prepara i giovani al lavoro.

Domande retoriche, ovviamente: «La produttività è un problema che viene da lontano - ha detto a Linkiesta l’economista Tommaso Monacelli, qualche settimana fa -. Uno si rende conto delle inefficienze su come funziona la giustizia, il credito, il sistema scolastico, solo quando emergono, come in un processo carsico. Correggere questi aspetti richiede grande lungimiranza e pazienza». Quella lungimiranza e quella pazienza che noi non abbiamo avuto negli ultimi vent’anni, almeno.

Volete un esempio? Ieri è uscito anche il rapporto dell’Ocse sulla scuola. Da cui si evince che in Italia, tra il 2008 e il 2013 - gli anni della crisi - la spesa pubblica per l’istruzione è diminuita del 14%, che, citiamo dal rapporto, “riflette un cambiamento nella distribuzione della spesa pubblica tra le diverse priorità", in quanto "per altri servizi pubblici la contrazione della spesa è stata inferiore al 2%”. Oggi l’Italia spende per la scuola il 4% delle sue risorse contro una media del 5,2%, cosa che ci posiziona al quartultimo posto tra i paesi Ocse e all’ultimo in Europa. Confindustria chiede investimenti e di concentrarli su poche priorità. Noi, molto umilmente, ne suggeriamo una.

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