La sfida di Stefano Parisi, il federatore: l’Ulivo di centrodestra

Cronache dalla “Leopolda allo specchio” dello sfidante in pectore di Matteo Renzi. Una sfida che ricorda, a parti invertite, quella di Prodi contro Berlusconi. Una sfida che Parisi può vincere. Ma che, senza partiti e senza armate, rischia di fargli fare la fine del Professore

Stefano Parisi Fb

Stefano Parisi all’evento Energie per l’Italia (dalla pagina Facebook di Stefano Parisi)

17 Settembre Set 2016 0900 17 settembre 2016 17 Settembre 2016 - 09:00

«Oggi nasce una comunità politica nuova». Così esordisce Stefano Parisi dal palco di Megawatt, vecchia fabbrica milanese lungo i navigli. «Siamo nel centrodestra - spiega - per dare una mano ai partiti, non contro ai partiti». Cui tuttavia non manca di rilanciare una stoccata, quando ricorda che «in questi anni abbiamo perso milioni di voti».

Per, è la parola chiave di Energie per l’Italia, la Leopolda di Stefano Parisi. E le analogie con Renzi non finiscono qui, a partire dall’identificazione del leader con il luogo che la ospita. Per Renzi, che ne era sindaco, Firenze. Per Parisi, che a Milano però ha perso contro Beppe Sala, la città meneghina. Se Renzi aveva chiamato Prossima fermata italia, con un treno che parte, la sua prima iniziativa all’ex stazione fiorentina della Leopolda, Parisi chiama Energie per l’Italia la sua iniziativa al Megawatt, e il simbolo è una lampadina: «Sembra il Monopoli - osserva divertito uno dei volontari in maglietta gialla - le stazioni contro la centrale elettrica».

Qualche differenza c’è però. E non è di poco conto. Alla Leopolda, sin dall’inizio, c’era un uomo di partito. Giovane, outsider finché si vuole, ma comunque un iscritto del Partito Democratico, interessato a scalarne la leadership. Mentre in platea non c’era traccia della nomenklatura. Da Parisi è il contrario. Sul palco c’è un professionista che ne ha viste tante - nel ricordare la scomparsa di Ciampi ricorda che quando fu nominato presidente del Consiglio lui era capo dipartimento economico a Palazzo Chigi - ma che mai è stato iscritto a un partito, né lo è tuttora. Giù dal palco, invece, passano e raccolgono abbracci e strette di mano Maurizio Lupi, Mariastella Gelmini, Claudio Scajola, Gabriele Albertini, Roberto Formigoni, oltre a molti ex socialisti, l’unica appartenenza politica che Parisi abbia mai rivendicato. «Facce che non vedevo dal 2008», osserva più di un cronista.

La mente, per analogia, corre a qualche anno prima. Era il 1996 quando dopo la Caporetto del 1994 i leader dell’allora Pds e dell’allora Partito Popolare scelsero Romano Prodi come federatore del centrosinistra. Un’economista e un tecnico, come Parisi. Un federatore senza partito, come Parisi. Con un passato da gran commis statale, come Parisi. Persino nella fisiognomica - le labbra sottili, gli occhiali da pentapartito - i due si assomigliano, così come nelle parole d’ordine, col liberalismo popolare dell’ex manager Fastweb che strizza l’occhio alla canzone popolare di Ivano Fossati, storico inno dell’Ulivo. Se non bastasse, Parisi si trova a dover fronteggiare la nomenclatura dei partiti e dei cespugli in crisi di leadership e di idee che devono mettere assieme. Entrambi hanno un avversario interno da riportare a più miti consigli, allora Bertinotti, stavolta Salvini, con annessa la triade dei governatori del Nord, che si è riunita nelle stesse ore a Pontida, e che non le ha mandate a dire a Parisi.

Soprattutto, nessuno dei due è un capopopolo, al punto tale che tra le sedie si sussurra o si spera che nella giornata di sabato faccia capolino Berlusconi. Ed entrambi hanno un avversario che lo è, carismatico, ingombrante fino all’ipertrofia. Allora Berlusconi per il centrosinistra. Oggi Renzi per il centrodestra. Due avversari - anzi, nemici - che avevano balcanizzato il campo avverso, finendo per dettarne l’agenda. Allora la sinistra era antiberlusconiana, così come oggi la destra è antirenziana. E non a caso oggi l’accusa che i nemici interni come Salvini, Meloni, Gasparri, Brunetta rivolgono a Parisi è quella di intelligenza col nemico, di non essere abbastanza contro il leader del Partito Democratico.

Però - e questa è una buona notizia per Parisi - Prodi fu l’unico che riuscì a battere Berlusconi, per ben due volte. Lo batté con la competenza, senza inseguirlo sul terreno del populismo e della demagogia, riuscendo a tenere assieme le diverse anime del suo schieramento con una proposta di governo e non con lo sterile antiberlusconismo. Per, non contro.

La cattiva notizia è che fare il federatore di una coalizione, senza armate e senza partiti alle spalle, non è semplice. E infatti, l’eterogenea e pasticciata coalizione che sostenne Prodi nel 1996 e nel 2006 lo fece cadere nel 1998 e nel 2008. Prodi vinse, insomma, ma non riuscì a governare.

Per questo, la scommessa di Stefano Parisi, il suo tentativo di fare una specie di Ulivo di centrodestra è affascinante ma rischiosa. Affascinante, perché forse è l’unico modo che il centrodestra ha di battere Renzi, Cinque Stelle permettendo - differenza non di poco conto, al netto della legge elettorale: nel 1996 non c’era un terzo polo. Rischiosa, perché governare è dura, se sei un generale senza armate, né ufficiali di collegamento. Ma forse, di questo, è ancora un po’ presto per parlarne.

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