Quesiti linguistici

Perché si dice “mi fai specie”? Risponde la Crusca

L’espressione risale al Rinascimento, con il significato di “far (da solo) una specie”, quindi “rappresentare qualcosa di unico, di eccezionale”

Specie

(Flickr/gafina)

17 Settembre Set 2016 1240 17 settembre 2016 17 Settembre 2016 - 12:40

In collaborazione con l’Accademia della Crusca

La locuzione fare specie è corretta in italiano ed è di uso comune. Essa viene adoperata, come indicano tutti i dizionari, per esprimere stupore, meraviglia, provocati da un fatto insolito, inaspettato o sospetto. Come viene riportato da alcuni dizionari, la locuzione viene usata specialmente per indicare stupore, sorpresa in senso negativo (come già faceva notare il Tommaseo e come, oggi, sottolinea Tullio De Mauro nel GRADIT).

A legittimare l’uso della locuzione è anche il fatto che questa sia attestata in grandi autori: in Carlo Goldoni troviamo numerose occorrenze, come la seguente, tratta da Gl’innamorati (1759, atto II, scena 9): "Mi fa specie, che Eugenia non mi dice niente, ch'io resti. Segno, che non le preme"; oppure in Manzoni, Promessi Sposi (1840): "Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a distinguer monaca da monaca" (IX); "Di te non mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest'acqua cheta, questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto far peccato a guardarsene" (XXXVIII); e ancora in Pirandello: "Mi fa specie, – diceva – perché di solito questo poveretto non si cura di nulla" (Il fu Mattia Pascal, XIV).

Gli esempi riportati ci permettono anche di vedere come vada adoperata l’espressione: può essere costruita con un argomento soggetto (ciò che suscita stupore) e un argomento indiretto (la persona che prova stupore), come nel primo esempio di Manzoni (Queste cose; alle due donne); talvolta, come nell’esempio di Goldoni, l’argomento soggetto può essere costituito da una proposizione soggettiva, esplicita (che Eugenia non mi dice niente), ma anche implicita (Mi fa specie di essere in ritardo); oppure si possono avere due argomenti indiretti, come nel secondo esempio di Manzoni (Di te; mi). L’espressione può anche essere usata in modo ellittico (è il caso di Pirandello). Nell’uso, come indica il Vocabolario Treccani, si può trovare anche la costruzione riflessiva (non) mi faccio specie di qlco, che però è molto più rara.

L’origine della locuzione è oscura: indubbiamente, alla base del significato ‘stupire’, ‘far meraviglia’, c’è l’accezione positiva del sostantivo latino species, nel senso di ‘magnificenza’, ‘bellezza’ (non si dimentichi che la parola traduce anche il termine platonico ἰδέα, indicando quindi le realtà perfette, modello di tutti gli enti o di tutte le qualità). Del resto, stando almeno alle prime attestazioni, la locuzione aveva un significato neutro: non indicava una 'sorpresa negativa', ma semplicemente 'meraviglia', come dimostra un contesto del cruscante Antonio Maria Salvini (1653-1729), riportato nel GDLI e considerato dal DELI come prima attestazione: "Il Sole, che è una stella tanto più splendente, vitale, benefica, perciocché ogni giorno la riveggiamo non ci fa specie" (Discorso XIV, edito postumo nel 1735).

Grazie a Google Libri, tuttavia, è possibile trovare alcuni esempi anteriori che, anche se non offrono l’espressione nel suo valore attuale, possono aiutare a ricostruirne la storia. Nella Historia naturale di Caio Plinio Secondo di lingua latina in fiorentina di Cristoforo Landino (1475) si trova già la locuzione fare specie nel significato di 'costituire un unicum', 'essere un caso a sé': "Nessuno sapore ha l’acqua né ancora sugho: e nientedimeno per questo ha proprio sapore e fa specie di per sé: perché sentire alcuno o sapore o sugho nell’acqua è vizio". Come risulta da un confronto con il testo latino, l’espressione traduce il lat. suum genus faciat: Nullus hic aquis nec sucus, ut tamen eo ipso fiat aliquis ac suum genus faciat. sentiri quidem aquae saporem ullum sucumve vitium est (XV, 32).

Nel 1568, abbiamo un contesto in cui la locuzione fare specie indica 'avere l’aspetto': "Il quale appresso di me non fa specie di miracolo alcuno" (Pietro Andrea Mattioli, Discorsi, CXVII). Dal 1707 troviamo un’attestazione di mi fa specie, in un testo di Pietro Francesco Tocci (Parere intorno al valore della voce Occorrenza): "La prima difficoltà che mi si para davanti, e che veramente mi fa specie più di qualsivoglialtra, è il dubbio dell’Illustrissimo Sig. Auditore Farsetti". Un’altra attestazione del 1725 è quella ne L’arte poetica di Pietro Minturno: "Questo fregio adunque sì vago, e sì leggiadro delle Virtudi, che io nella E. V. a meraviglia scerno, mi fa specie maggiore". In questi ultimi due casi la locuzione ha già assunto il significato di 'sorprendere'. L’espressione, riportata nel Vocabolario della Crusca (1729-1738), è attestata anche in vari dialetti. Per quanto riguarda il romanesco, la riporta Chiappini, nel Vocabolario romanesco, s.v. specie: Fa specie: Meravigliare, Sorprendere; la segnala anche Vaccaro nel Vocabolario romanesco belliano, s.v. spece, citando un sonetto del Belli (S. 1937): "E me fa spece a me de Monzignore / Che cavarca sta razza de chinea". Sempre nel romanesco, la si trova nel linguaggio cinematografico: "Me fa specie, un signore come te…" (La Donna più bella del mondo, 1955: la frase è pronunciata da un trasteverino).

Sulla base della documentazione raccolta, si potrebbe ipotizzare che la nostra locuzione sia stata adoperata a Firenze, già a partire dal Rinascimento, col significato di ‘far (da solo) una specie', quindi 'rappresentare qualcosa di unico, di eccezionale'.

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