Serie A, addio crisi. Questo è l'anno della rinascita

Le big tornano a spendere grazie ad anni di strategie o a nuovi investitori, le medio-piccole diventano modelli, la Champions si ridarà quattro posti: tutti i motivi per i quali la nostra Serie A tornerà grande davvero

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17 Settembre Set 2016 1230 17 settembre 2016 17 Settembre 2016 - 12:30
Messe Frankfurt

Se vi dicessimo che la Serie A di oggi somiglia alla Bundesliga, molto probabilmente vi fareste una bella risata e tornereste a parlare di quanto è brutta la nuova maglia dell’Inter. Se vi dicessimo invece che la Serie A di oggi somiglia alla Bundesliga di una decina di anni fa, quando c’era una sola squadra a comandare ma il movimento si attrezzava per livellare la disparità, forse riusciremmo a condurvi dal blando interesse a quello che Andrea Camilleri chiama “l’appizzamento di orecchie”, aggiungendo che il pallone italiano è all’anno uno della propria rinascita.

Facciamo un breve elenco del perché, poi ne parliamo per bene. Primo: sì sì, abbiamo capito che la maglia dell’Inter sembra la Sprite, si può parlare di altro. Secondo: perché a dispetto della naufragante economia italiana, il soldo del pallone vale ancora. Terzo: perché la Juve è sola al comando. O la si imita (o si cerca un modello simile) o si muore. Quarto: perché i nuovi investitori ci sono e lottano insieme a noi. Quinto: perché mentre le big tradizionali del calcio (Juve a parte, ovvio) naufragavano, è venuta a crearsi una sorta di borghesia fatta di investimenti, plusvalenze, vittorie. Sesto: perché dal 2018 la nuova Champions tornerà a darci quattro posti.

Il movimento economico del calcio italiano produce un giro d’affari che, secondo il Report Calcio 2016, può essere stimato in circa 13,7 miliardi di euro, dato in crescita negli ultimi 10 anni di oltre il 50 per cento. Il calcio professionistico italiano rappresenta il settore di maggior rilevanza in termini economici, tanto da rappresentare un sistema che ha prodotto negli ultimi anni un trend di crescita significativo. Prendiamo ad esempio la Serie A: il fatturato aggregato è passato dagli appena 8,5 milioni di euro del 1920-1921 (secondo i primi dati ufficiali, attualizzati in base agli indici Istat e riportati dal report Calcio della Figc) ai 2,2 miliardi di euro del periodo compreso tra il 2014 e il 2015. A questo si aggiunge un andamento che naviga in controtendenza rispetto al clima economico generale del Sistema Paese. Eh sì, perché solo negli ultimi 20 anni il fatturato è cresciuto con un tasso medio del 6,1% annuo, mentre il Prodotto interno lordo del nostro Paese non ha superato il 2 per cento.

Solo negli ultimi 20 anni il fatturato è cresciuto con un tasso medio del 6,1% annuo, mentre il Prodotto Interno Lordo del nostro Paese non ha superato il 2%.

Non che il percorso sia privo di falle. Anzi, i numeri dicono anche cose non bellissime. Dopo tre anni di relativa stabilità, la stagione 2014/15 ha portato un importante peggioramento del risultato netto, passato da 317 a 536 milioni di perdita (ovvero +69,1%). E la situazione patrimoniale complessiva è sempre più preoccupante, con un lieve calo dell’indebitamento aggregato che scende da 3,68 a 3,38 miliardi, ma con una crescita dei debiti finanziari: in Serie A sono passati dal 37% al 42% del totale del nostro pallone.

Bene ma non benissimo. Eppure non siamo qui per parlare di un campionato tornato finalmente il più potente. Ma di un percorso di crescita che ha assunto determinate caratteristiche evidenti. Prima di tutto, ci sono quelle che potremmo definire le “locomotive” del sistema, cioè quelle che devono fare da traino per un determinato mercato. Tra tutte spicca la Juventus, che nell’ultima sessione di mercato ha speso un discreto gruzzolo (più di 100 milioni di euro) per provare ad aggiudicarsi la Champions League. Una spesa possibile non solo grazie alla plusvalenza realizzata per la vendita di Paul Pogba in Inghilterra: perché è bene ricordare che il beneficio contabile di una cessione si realizza solo per l’anno della cessione stessa, mentre una spesa deve fare i conto con l’ammortamento, cioè con il costo del cartellino spalmato per gli anni di contratto (più l’ingaggio, che non son certo noccioline). Dal ritorno in A dopo Calciopoli la Juve ha lavorato per sanare i bilanci e renderli non più dipendenti solo dai diritti tv: stadio, merchandising, regional sponsorship sono solo alcuni esempi. Ecco che allora anche il prossimo bilancio con ogni probabilità si chiuderà con il segno positivo, come già avvenuto nel 2015.

Accanto alla Juve c’è il Napoli, che tornato in Champions e ceduto Higuain non si è tirata indietro nello spendere: nel 2016 ha scucito 126 milioni di euro. Ma ci sono anche i nuovi investitori. Il Milan arriverà, grazie gli 80 milioni versati dai cinesi nel percorso che li porterà ad avere il controllo del club. L’Inter ha ricominciato a spendere: 122 milioni, tra Joao Mario, Gabigol e compagnia bella; il tutto, udite udite, nel rispetto dei vincoli imposti dal Fair Play Finanziario Uefa. Il quadro delle spese della nostra Serie A è importante. Secondo i dati dell’Osservatorio del Calcio di Neuchatel (Cies), in Europa nell’ultima finestra di mercato estiva sono stati staccati assegni per un totale di 3,7 miliardi di euro (3,699 per la precisione). La Premier League resta inarrivabile, con 1,7 miliardi di euro spesi nel 2016. Ma dietro ci siamo noi, con 855 milioni di euro. Un dato che di fatto conferma quello del 2015, con 852 milioni spesi, dopo i 476 del 2014. E che ci pone davanti a Bundlesliga (698 milioni), Liga (590 milioni) e Ligue 1 (279 milioni). E se al momento i 70 milioni spesi da una piccola della Premier come il Bournemouth sono un traguardo non vicino, nel nostro pallone ci sono squadre al passato glorioso o dal presente importante che a loro modo stanno diventando dei modelli per stabilità finanziaria e management aziendale applicato al calcio.

E se al momento i 70 milioni spesi da una piccola della Premier come il Bournemouth sono un traguardo non vicino, nel nostro pallone ci sino squadre al passato glorioso o dal presente importante che a loro modo stanno diventando dei modelli per stabilità finanziaria e management aziendale applicato al calcio.

Uno è il Torino, che rilevato dopo il fallimento da Urbano Cairo è passato da un passivo di 14 milioni di euro del 2011 all’attivo di bilancio di 9,5 milioni. Merito dei diritti tv, certo, ma anche di plusvalenze che hanno fruttato valori fino a 31 milioni nel 2014, senza indebolire la rosa. E poi c’è il Sassuolo, passato in pochi anni dalla Serie C all’Europa League grazie non solo ai soldi di Mapei, ma anche qui a plusvalenze importanti e un lavoro mirato sui giovani: si può battere 3-0 l’Atlhetic Bilbao anche senza la stella Berardi. Con il management pronto a ulteriori investimenti nel Mapei Stadium: questa è una delle strade battute anche in provincia. Pensiamo all'Atalanta, realtà che nella scorsa stagione ha fatturato 74 milioni di euro, con una perdita di soli 1,9: Antonio Percassi, proprietario del club che tramite il proprio gruppo ha acquisito la licenza in Italia di realtà mondiali come Starbucks e Victoria's Secret, oggi punta deciso verso l'acquisto dell'impianto Atleti azzurri d'Italia. Costo dell'operazione: 7.5 milioni di euro. Il Comune lo ha messo sul mercato e il bando è aperto. Per l'Atalanta sarebbe un deciso passo in avanti per proseguire nella strategia di consolidamento sul territorio degli Atalanta Store, ad esempio.

E in ultimo, c'è la Champions. Quel torneo che non vinciamo dal 2010 e che dal 2018 tornerà ad ospitare 4 squadre italiane. Un ritorno al passato che però si unisce con la concezione sempre più futura di ampi ricavi dal torneo. Già l'attuale triennio ha visto aumentare i premi: per la sola partecipazione, un club si mette in tasca 12 milioni di euro. La nuova formula della Champions vedrà maggior contributi in premi e meno dal market pool, cioè dalla suddivisione dei proventi dai diritti tv. Insomma, più soldi in ogni caso. Le big della Serie A dovranno arrivare pronte all'appuntamento: chi investe oggi, può rientrare dalle spese domani.

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