Tiziana e l’incoscienza feroce della rete (che dovremmo imparare a controllare)

È una storia che ricorderemo. Per la sofferenza di cui ci siamo resi colpevoli e per la leggerezza, agevolata dalla rete, con cui vengono trattate le questioni sessuali (altrui)

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17 Settembre Set 2016 1040 17 settembre 2016 17 Settembre 2016 - 10:40

Tiziana Cantone era bella, napoletana, aveva la mia età e s’è ammazzata. I perché e i percome li conoscete già. Ne sapete fin troppo, perché della Cantone sappiamo tutti più di ciò che avremmo voluto o dovuto sapere.

Mi dispiace per Tiziana, naturalmente. Mi dispiace umanamente. Mi dispiace come donna. Mi dispiace perché era una ragazza "normale", non era Paris Hilton, e neppure Belen. Non aveva una carriera nel mondo dello showbiz, che dallo “sputtanamento” ne avrebbe solo tratto beneficio. Sì, sapete, il “purché se ne parli”. Tiziana evidentemente non voleva che si parlasse di lei. Non avrebbe preso i provvedimenti che ha preso, se le fosse andata bene tutta quella visibilità. Negativa, certo. Ma la popolarità, anche quella deteriore, non è sempre più desiderabile dell’anonimato (così come l’eroina Sara Tommasi ci ha insegnato)? No. Per Tiziana non lo era. Tiziana rivendicava il suo diritto all’oblio. Il pelo sullo stomaco di dire: “Massì, a me l’uccello piace assai e di questo non mi vergogno, perché in questo non c’è colpa (anzi!), perché siamo nel 2016 e sono libera di fare ciò che voglio, e se fossi stata un uomo stareste tutti a osannarmi, mentre adesso mi date della troia, evolvetevi, razza di bifolchi sessisti!” non ce l’ha avuto. Purtroppo per lei. E, probabilmente, non ce l’avremmo avuto neppure noi, nella sua situazione.

Non voleva rivendicare il diritto di fare pompini senza essere giudicata, Tiziana. Non voleva, in maniera sana e consapevole, diventare icona della libertà sessuale femminile. Non voleva neppure sfidare il bigottismo italico, lottare contro il maschilismo, contro il fallocentrismo, contro l'ipocrisia di una società che continua a pensare che essere attraente e disinibita sia un peccato. Sarebbe stata una storia migliore, se Tiziana fosse stata così. Ce la saremmo ritrovata in un reality show, questo autunno. Ma non è andata in questo modo. Tiziana non è stata complice e artefice di questa storia, ne è stata vittima, ed è qui che si consuma la tragedia. Con buona probabilità, non avrebbe voluto nemmeno che parlassimo della sua fragilità, della sua depressione, di quel bisogno radicale di conferme e accettazione che c'è in tutte le donne, più o meno evidente, e che c'era anche in lei. Voleva solo essere dimenticata. Sparire. Ricominciare.

"Se fosse mia sorella?" - "Se fosse una mia amica?" - "Se fosse mia figlia?". Se fossi io? Dando per scontato, non si sa sulla base di che, che non saremo mai noi. O nostra sorella. O nostra figlia. O una nostra amica

Non ce l'ha fatta. Neppure togliendosi la vita. Perché di Tiziana Cantone, bene o male, ci ricorderemo. Ce ne ricorderemo perché la vicenda è paradigmatica e impone delle riflessioni, non solo sul drammatico stato di ignoranza in cui ancora versa il nostro paese (le recenti cronache di stupri di massa e le agghiaccianti reazioni collettive ne sono un nefasto esempio), ma anche sul nostro rapporto con Internet e con i device che utilizziamo, sull'estinzione della privacy, sulla difficoltà di cancellare un contenuto ormai consegnato all'enorme memoria digitale, sulla cognizione e sulla sensibilità che siamo chiamati ad avere quando si tratta della nostra immagine online.

In primo luogo, l’accusa rivolta al web in quanto tale, come se esso fosse un organismo che vive di vita propria e non, piuttosto, la somma dei suoi utenti e dei comportamenti degli stessi, è poco sensata. Le testate giornalistiche, le video parodie, le pagine satiriche che speculano, ridono, deridono, non verificano e mettono alla berlina la Cantone (come succede a chiunque si trovi - volutamente o suo malgrado - esposto al social-ludibrio), hanno la loro parte di responsabilità. Dopodiché, sta a noi. A me. A te. All'amico che ti ha girato il video. Siamo noi che quel video lo mandiamo, che mettiamo like alle parodie, siamo noi che non ci chiediamo neppure se stiamo prestando il fianco a un’operazione di marketing o se stiamo, invece, diventando complici di un caso di revenge porn; siamo noi che neppure ci poniamo il problema (mentre appaghiamo il nostro morboso voyeurismo) del consenso eventuale della protagonista del video che, prima di diventare un tormentone, è una persona. Siamo noi ad essere incapaci di chiederci, almeno per un momento "Se fosse mia sorella?" - "Se fosse una mia amica?" - "Se fosse mia figlia?". Se fossi io? Dando per scontato, non si sa sulla base di che, che non saremo mai noi. O nostra sorella. O nostra figlia. O una nostra amica.

In secondo luogo, se ti trovi nella posizione della Cantone, cos’è che fai? La cosiddetta “viralità”, indiscusso indice di successo di qualunque campagna promozionale dell’oggi, Sacro Graal di tutti gli operai del marketing, è per l’appunto VIRALE. È un virus. Si propaga in fretta. Lo fa per definizione. E, si sa, i virus sono difficili da debellare. E allora? Cazzo fai? Con chi parli, tu, dalla provincia di Napoli? Con whatsapp? Con Facebook? Con Youtube? A chi ti rivolgi? Al carabiniere di 65 anni che non ha idea di cosa tu stia parlando? Alla polizia postale, che mentre attendi di avere udienza, il tuo video è arrivato sugli smartphone di altre migliaia di persone? E, soprattutto, quanto tempo ci metti a far sì che vengano presi provvedimenti? E ti pare che devi pure pagare migliaia e migliaia di euro di spese legali alla fine? Forse sarebbe interessante anche interpellare i colossi dell’establishment “social” e capire in che termini si possono arginare - rapidamente - situazioni controverse come quella in questione.

Abbiamo in mano degli strumenti assai potenti. E ce li abbiamo in mano tutti: belli e brutti, giovani e vecchi, persone per bene e spregiudicati, uomini rispettosi e uomini indegni, persone forti e persone fragili. Ragazzini. Adulti. Ignoranti. Tutti. E nessuno ha spiegato a nessuno quali siano le potenzialità e i pericoli insiti in questi strumenti che maneggiamo costantemente. Non mi stancherò di ripetere che bisognerebbe educare all’uso del web, che ormai rappresenta una fetta così preponderante della nostra identità, da creare storie drammatiche come quella di Tiziana

In terzo e ultimo luogo, oltre ad arginarle, queste situazioni, sarebbe interessante prevenirle. Arriviamo al punto più controverso: la responsabilità individuale. Com'è stato possibile che accadesse? Ingenuità? Fatale superficialità? Non aveva 15 anni, la Cantone. Era una donna, adulta, a tutti gli effetti. Questo è un fatto. Come è un fatto che qualunque donna adulta è liberissima di farsi riprendere nel corso di una fellatio, con la consapevolezza che la diffusione di quei video potrebbe sfuggire al suo controllo. Come è un fatto che viviamo in una società che dice ancora che “le donne se le cercano” e che se ti piace il sesso (se lo fai, se ne parli, se ne scrivi, se lo vivi con troppa libertà e troppa poca vergogna) sei una bottana.

A ciò bisogna aggiungere che abbiamo in mano degli strumenti assai potenti. E ce li abbiamo in mano tutti: belli e brutti, giovani e vecchi, persone per bene e spregiudicati, uomini rispettosi e uomini indegni, persone forti e persone fragili. Ragazzini. Adulti. Ignoranti. Tutti. E nessuno ha spiegato a nessuno quali siano le potenzialità e i pericoli insiti in questi strumenti che maneggiamo costantemente. Non mi stancherò di ripetere che bisognerebbe educare all’uso del web, che ormai rappresenta una fetta così preponderante della nostra identità, da creare storie drammatiche come quella di Tiziana. Bisognerebbe parlare di educazione sentimentale, e sessuale, e civica, e digitale. Seriamente. La meravigliosa agorà virtuale si è trasformata in un mattatoio, in cui ogni giorno si mette in croce, più o meno consapevolmente, qualcuno. Queste dinamiche bisogna conoscerle al fine primario di non essere né conniventi né vittime di tali vicende. E, lasciatemelo dire: bisogna imparare anche un po' a tutelarsi, sia chiaro.

C'è chi ha proposto di andare a succhiare cazzi in piazza, per protesta, per solidarietà, in memoria di Tiziana. Mi viene il sospetto che, se fosse ancora qui, probabilmente Tiziana non ci direbbe di succhiare come le pazzeh, perché il punto forse non è il #freepompino. Forse Tiziana proprio non lo vorrebbe un hashtag in suo onore. Forse ci direbbe più semplicemente di volerci bene, lei che non è riuscita a volerne abbastanza a se stessa.

Forse ci direbbe di imparare a proteggerci. Perché il mondo in cui viviamo è ancora questo, noi donne siamo ancora molto passibili di linciaggio social-mediatico (che i meme sono solo apparentemente più innocui delle pietre). Forse ci direbbe di continuare a lavorare ogni giorno per costruire un mondo migliore, in cui il sesso non sia una colpa e la libertà uno stigma, ma di proteggerci nel frattempo, sempre, da tutte quelle situazioni che potrebbero essere difficili (o impossibili) da gestire emotivamente e razionalmente.

Forse Tiziana ci direbbe che ogni volta che mandiamo le foto delle nostre tette, dobbiamo sapere che è ASSAI PROBABILE che non restino ferme lì. Che ogni volta che ci fidiamo di qualcuno che ci fotografa o ci filma, dobbiamo sapere che quel video può finire altrove, che non è detto che quella persona rispetti la nostra privacy e non tradisca il tacito patto di fiducia che c’è (o dovrebbe esserci) quando i genitali di un individuo sono assai in prossimità dell’apparato orale di un altro.

Chiudo sottolineando una volta ancora quanto invasivi siano questi strumenti nella nostra sfera personale e intima. Quanto essi influenzino in maniera radicale la percezione stessa che abbiamo del nostro vissuto. Quanto sottile e ineluttabile sia questo cambiamento, che non può che diventare nocivo nel momento in cui non viene compreso ed elaborato con strumenti culturali appropriati.

E forse dovremmo renderci conto di quanto sia discutibile questa psicosi collettiva di fotografare, e filmare, e postare, e condividere, e commentare, che quando non lo facciamo ci pare quasi di vivere a metà. Come se per avere (e dare) prova effettiva che un’esperienza la viviamo, avessimo un bisogno sempre più irriducibile di pubblicarla, mostrarla e ri-osservarla infinite volte attraverso un display. Come se il peso specifico di tutti i nostri altri sensi si fosse spaventosamente affievolito. Come se la memoria stessa, quella umana, non fosse più sufficiente. E finché fotografiamo un piatto di pasta, ok. Finché filmiamo un concerto per tutto il tempo come dei cojoni, invece che godercelo hic et nunc, ok. Quando arriviamo a filmare un pompino, perché pure quello dobbiamo condividerlo, e pure quello di per sé non basta più ad appagarci, beh mi viene il sospetto che forse dovremmo farci tutti, a turno, un periodo di detox. Tornare per un po’ al Nokia 3310. E vedere che effetto ci fa. Poi ricominciare a usarlo, il web. Ma come utenti più responsabili.

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