Banche: non saranno le sofferenze a ucciderle ma la poca redditività

Giovanni Bossi, Banca Ifis: «Non sarà Atlante ma il mercato a ridurre la distanza tra il prezzo richiesto e quello offerto per le sofferenze bancarie. La situazione si potrà risolvere. Ma poi le banche dovranno cambiare modello di business o tra due anni vedremo nuovi aumenti di capitale

Mps Dettaglio

La sede di Mps, a Siena (Marco Secchi/Getty Images)

Marco Secchi/Getty Images

19 Settembre Set 2016 1605 19 settembre 2016 19 Settembre 2016 - 16:05
Messe Frankfurt

Il divario sul prezzo dei crediti deteriorati si può colmare, ma non sarà il fondo Atlante a farlo. Oggi la variabile da guardare sono i rendimenti sui titoli di Stato e sugli altri investimenti a rischio zero: se continueranno a essere negativi, arriverà il momento in cui i vari fondi pensione e assicurazioni dovranno portare qualche profitto ai propri sottoscrittori e cominceranno ad abbassare le pretese sui rendimenti previsti per gli Npl. Per le banche quel momento potrebbe significare cedere finalmente i propri crediti deteriorati a un prezzo tale da non dissanguare i propri bilanci. Ma perché questo accada è necessario che le banche si diano una mossa nel corredare i crediti di quante più informazioni possibili, perché questo di per sé aumenta il prezzo finale. Mentre i fondi devono convincersi che sia arrivato il momento in cui possono massimizzare i propri profitti. E questo momento oggi è ancora lontano. È questa l’analisi che fa Giovanni Bossi, amministratore delegato di Banca Ifis, al termine del Npl Meeting, a Venezia, una giornata organizzata dalla stessa Banca Ifis e dedicata all’incontro dei protagonisti del mondo dei crediti deteriorati dalle due sponde del tavolo: acquirenti e venditori. Ma c’è un ulteriore problema da considerare, non certo secondario: «Una volta che il problema sarà risolto, le banche dovranno cambiare modello di business: chi non lo farà o lo farà per finta tra un paio d’anni sarà ancora qui a chiedere soldi per nuovi aumenti di capitale».

Dottor Bossi, a fine luglio, dopo gli stress test e il piano industriale presentato da Mps, le acque erano sembrate tranquillizzarsi. Tra la fine di agosto e i primi settembre le banche italiane sono tornate nella bufera. Che idea si è fatto sul cambio in corsa dell’amministratore delegato di Mps e del presidente?

Sono argomenti estremamente delicati. A me pare che tutto si concentri sul fatto che c’è preoccupazione sull’esito dell’aumento di capitale di Mps. Da parte stakeholder importanti c’è la volontà di far sì che la banca si presenti all’aumento di capitale nella maniera più adeguata.

Quindi i vertici non erano adatti?

Non è un giudizio di valore sul management, perché secondo me Fabrizio Viola e Massimo Tononi hanno fatto più del possibile. Il problema è che le cose non sono andate come ci si aspettava. Vede, i mercati finanziari non hanno affetti. Vogliono avere di fronte progettualità che consentano loro di vedere che fanno un buon investimento. Allora il cambio ha questo tipo di ragione: i mercati volevano avere interlocutori nuovi, forse più avvezzi al dialogo con i mercati internazionali. Alcuni stakeholder importanti hanno ritenuto che fosse corretto dare ai mercati ciò che desideravano per essere più orientati a sottoscrivere l‘aumento.

I mercati vedranno più favorevolmente il cambio che non negativamente la situazione di confusione che si è creata?

Non sono uno specialista di cosa senesi. Però la mia sensazione è che se gli stakeholder interessati hanno pensato di procedere in questa direzione è per fare una cosa buona, non una cosa cattiva, relativamente all’aumento di capitale.

Tra gli stakeholder c’è il governo, che è anche azionista. Non ha avuto un’ingerenza eccessiva nella sostituzione avvenuta tramite telefono?

Ho parlato di stakeholder, perché a questo punto penso che sia interesse, anzi necessità, del Paese risolvere questo tema. Se non si risolve il tema Montepaschi i problemi diventano molto più seri per tutti.

Ma lo slittamento dell’aumento di capitali al 2017, dopo il referendum costituzionale, non è un azzardo?

Per fortuna non so risponderle dal punto di vista tecnico. Sull’opportunità politica di spostarlo di qualche mese non saprei neanche. Ma questo dà il senso di quanto sia importante la positiva soluzione di questa vicenda, per tutto il Paese. Non è solo un problema di Mps o una questione di qualche voto.

Si rischia una sovrapposizione con l’aumento di capitali di Unicredit.

Penso che tutti gli stakeholder ne siano consapevoli.

Il piano industriale di Mps andrà cambiato?

Non conosco abbastanza il piano industriale di Mps. Ho però un’idea più generale sui piani industriali.

Prego.

Dobbiamo risolvere il problema Montepaschi, dobbiamo azzannare e risolvere il problema dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche. Ma il problema arriva dopo. Quando si parla di piano industriale si parla anche di business model delle banche italiane ed europee. Penso da tempo che il mondo delle banche generaliste europee sia inadeguato a generare qualsivoglia tipo di profitti.Qualche osservatore recentemente mi ha fatto notare che in Francia ci sono altrettanti sportelli che in Italia. Osservazione errata: io non dico che ci sono troppe banche e troppi sportelli in Italia. Dico che tutta l’Europa oggi deve affrontare la trasformazione digitale, a parte quelle scandinave, che l’hanno già fatto.

«I mercati finanziari non hanno affetti: vogliono avere di fronte progettualità. Allora il cambio in Mps ha questo tipo di ragione: i mercati volevano avere interlocutori nuovi»

Giovanni Bossi, ad di Banca Ifis (immagine tratta dal suo profilo Twitter)

Come si affronta questa trasformazione?

È la distribuzione dei prodotti bancari che cambia. Oggi possiamo distribuire i prodotti e servizi bancari in modo più coerente con le esigenze del cliente. E invece secondo molti banchieri no, dobbiamo tenere gli sportelli e ammorbare il cliente facendogli fare la fatica di fare lo sportello, quando ormai si può fare tutto da casa. Mi controbietto: sì però non tutti sono digitali.

E cosa si risponde?

Che mia mamma, di 78 anni ha aperto un conto online presso di noi. Non me l’ha detto, l’ho scoperto un anno dopo, quando ho trovato il suo nome nell’anagrafica.

Magari non tutte le mamme di 78 anni lo fanno.

Ma esiste un modo per raggiungere chi non ha accesso alla tecnologia. Esiste Bancoposta, che a costo contenuto mette a disposizione i servizi di base. Le banche devono capire che purtroppo la disruption digitale sta facendo a pezzi questo settore. Aggiungo una cosa: se non lo fanno pagheranno il prezzo. E se pagheranno il prezzo qualcheduno sarà chiamato a fare nuovi aumenti di capitale.

Si tratterà di tagliare gli sportelli.

Vedo l’intervento sugli sportelli come l’indicatore della volontà da parte delle banche di cambiare. Se tu banca mi dici che vuoi cambiare ma non tocchi gli sportelli allora stai facendo finta. Non sto dicendo che basti tagliare gli sportelli. Ma se non tagli gli sportelli non ti credo. Tra due, tre, cinque anni avrai dei problemi. In un mondo a tassi zero, con la regolamentazione che cresce sempre di più, tenere in piedi un sistema di sportelli è una zavorra che ti tira giù senza alcuna possibilità di farcela.

«Vedo l’intervento sugli sportelli come l’indicatore della volontà da parte delle banche di cambiare. Se tu banca mi dici che vuoi cambiare ma non tocchi gli sportelli allora stai facendo finta. e tra due, tre, cinque anni avrai dei problemi. In un mondo a tassi zero tenere in piedi un sistema di sportelli è una zavorra che ti tira giù senza alcuna possibilità di farcela»

Alla luce di quel che è emerso dal vostro meeting, pensa che ci sarà un’accelerazione forte del calo degli Npl?

Ci sono dinamiche molto importanti. Una che mi preme sottolineare, citata da tutti gli investitori, è una forte richiesta agli originators di mettere a disposizione più informazioni sui portafogli dei crediti deteriorati. Le banche lamentano che gli investitori vogliono guadagnare troppo nel comprare i crediti deteriorati, cioè che offrono prezzi troppo bassi. Ebbene, è chiaro che gli investitori si tengono una quota del margine come garanzia contro il rischio che i dati non siano buoni, che non siano quelli desiderati. Pensavano di comprare una mela e hanno una pera. Spesso non si capisce cosa nasconda un credito. Se fossero migliori i dati…

…quanto di più si potrebbe valorizzare un credito?

È difficile da dire, dipende da caso per caso. Su alcuni portafogli di Npl “unsecured” (senza una garanzia reale come un immobile, tipicamente nei crediti al consumo, ndr), quando sono ben documentati come Banca Ifis paghiamo svariati punti percentuali in più rispetto a portafogli mal documentati. Su quelli “sporchi” possiamo pagare il 2-3-4%, mentre su quelli ben documentati si arriva al 7-8-10%, c’è quasi un raddoppio del prezzo.

Le quattro banche popolari hanno visto una valutazione del 22 per cento.

Sì ma quella è stata una stima fatta un tanto al chilo. Il 22% è poco.

Per la Gacs della Popolare di Bari si è arrivati al 31 per cento. C’è la garanzia dello Stato sui bond senior derivanti dalla cartolarizzazione, ma c’è stato anche un lavoro di ricognizione più puntuale della qualità degli Npl. È il nuovo prezzo di riferimento?

Può essere, ma innamorarsi delle percentuali può essere fuorviante. Il 31% può è essere poco se hai eccellenti garanzie, oppure può essere tantissimo se hai portafogli mal documentati e poco “secured”. Il prezzo di un portafoglio può variare dal 2-3% al 45 per cento, a seconda di quello che c’è dentro e delle informazioni che si hanno. È per questo che migliore qualità informativa fa sì che ci sia un prezzo più alto. La Banca d’Italia peraltro sta spingendo in questa direzione.

«Atlante può agire da deterrente verso manovre troppo aggressive da parte dei fondi avvoltoi. Ma perché si attivi veramente un mercato, non basta che ci sia un acquirente che è disposto a offrire un po’ di più. Anche perché Atlante lo può fare una volta sola, forse due, ma dopo avrà finito i soldi. Non è questo il gioco»

Fatta questa premessa, quello degli Npl è un problema che riusciremo a risolvere in tempi brevi?

La qualità delle informazioni sta migliorando e migliorerà ancora. Che si risolva, beh, è un altro discorso. Diciamo che dobbiamo risolverla. Dobbiamo trovare il modo di fare uscire i crediti deteriorati dal bilancio delle banche. Si tratta di usare la tecnica del salame: fare tante fettine e vedere fino a che punto si arriva. Non credo che sia possibile pensare di sfilare 100 miliardi in una volta sola.

Ci vorrà tempo.

Senza dubbio. Ma soprattutto serve un sistema bancario che torni a fare profitti. Perché solo facendo profitti può fare accantonamenti e solo crediti ben accantonati possono essere cedibili. Anzi, le dico di più: un credito non accantonato non occorre cederlo, lo tieni in pancia tranquillamente. Come Banca Ifis stiamo comprando Interbanca, che ha sofferenze rettificate per oltre l’80 per cento. Noi abbiamo qualche sofferenza, poche, rettificate al 90 per cento. Una banca media in Italia ha rettifiche al 55 per cento.

Sulla scorta di quello che è successo in questi mesi, con la prima Gacs nella Popolare di Bari, pensa che il motore si sia avviato?

Qualcosa sta succedendo, ma è troppo tardi e troppo poco. Non è un giudizio di valore sul fatto che non ci si possa fare niente. Bisogna farlo lo stesso. Bisogna anzi accelerare tanto: non del 50% ma del 300 per cento. Forse anche di più. C’è un vento che soffia nella direzione giusta.

Quale?

I rendimenti delle altre attività finanziarie stanno precipitando talmente giù che succede un fatto, tecnico: le banche valutano i crediti deteriorati tenendo conto del tempo che serve a recuperarli e attualizzando il valore a un tasso di interesse che è l’ultimo tasso prima del passaggio a sofferenza. Diciamo che oggi sia il 5 per cento. Gli investitori vogliono avere rendimenti molto più alti, diciamo il 15 per cento. Se però il mercato spinge nella direzione di aumentare il denaro disponibile per comprare crediti deteriorati, è probabile che gli investitori comincino, come hanno già cominciato a fare, ad avere aspettative più contenute in termini di tasso di interesse. Se si arrivasse a investitori che accettano il 5% il price gap sarebbe sostanzialmente chiuso. Questo è un fatto di puro mercato, è indipendente dal ruolo di Atlante: siccome ci molti investitori, fondi previdenziali, assicurazioni, che hanno bisogno di dare un minimo di rendimento ai propri investimenti e che se comprano titoli privi di rischio oggi hanno un rendimento negativo, allora possono cominciare a guardare con interesse l’investimento in asset class diverse. Quella degli Npl è una delle più profittevoli, a condizione di mettere questi investimenti nelle mani di qualcuno che li sappia gestire bene.

Ci sono questi soggetti in grado di gestire?

No e questo è un altro problema. Noi oggi in Italia non abbiamo la capacità di gestire bene tutta questa massa di crediti. L’offerta di servizio sta aumentando, ma anche qua ci vuole tempo.

Mancano i servicer?

Mancano i servicer ma anche la capacità delle banche.

Concludiamo su Atlante. Alessandro Penati a giugno disse che Atlante 2 avrebbe creato un mercato, facendo sviluppare il settore di intermediari quali i servicer. È una scintilla che crea il mercato?

Penso che se ci sarà una chiusura dei prezzi significativa e quindi se ci sarà una creazione del mercato, sarà figlia soprattutto di forze fondamentali come quella dei tassi di interesse. Atlante, che ha già svolto una funzione importante da “backstop” sulle banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ndr), può agire da deterrente verso manovre troppo aggressive da parte dei fondi avvoltoi. Ma perché si attivi veramente un mercato, non basta che ci sia un acquirente che è disposto a offrire un po’ di più. Anche perché Atlante lo può fare una volta sola, forse due, ma dopo avrà finito i soldi. Non è questo il gioco.

In definitiva i fondi oggi sono intenzionati a investire sugli Npl?

Hanno la capacità di farlo. Quanto alla volontà, ho l’impressione che stiano ancora in una posizione attendista. Perché si attivino devono ricorrere alcuni presupposti: devono avere la sensazione che il prezzo a cui comprano sia un prezzo che consenta loro il massimo rendimento e che se aspettano altri tre mesi pagheranno di più di più.

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