Gran Bordello Europa, il caos che fa il gioco di fascisti e populisti

Il Regno Unito che è fuori, ma pone il veto sull'esercito europeo, la Merkel sempre più debole, dentro e fuori dalla Germania, Renzi che la attacca per provare vincere il referendum, gli stadi che fischiano Ciampi. Se doveva esserci rilancio nel post Brexit, la missione sembra già fallita

Ciampi Europa
19 Settembre Set 2016 1050 19 settembre 2016 19 Settembre 2016 - 10:50

Chissà Carlo Azeglio Ciampi, l'ultimo e forse uno dei più appassionati europeisti che il Continente abbia mai conosciuto, cosa penserebbe del segretario alla difesa britannico, sir Michael Fallon, il quale ha annunciato che metterà il veto su ogni progetto di esercito europeo, fino a che il Regno Unito rimarrà nell’Unione. Questo, mentre a Bratislava - in un vertice, ironia della sorte, convocato per decidere che fare dopo la Brexit - gli altri ventisette Paesi membri si sono accordati per presentare un progetto di difesa comune entro dicembre. Il bello è che stando agli accordi presi prima del referendum sulla Brexit, il Regno Unito, fosse rimasto dentro, avrebbe perso il diritto di veto, ora riguadagnato uscendone. Fra l'altro: indovinate qual è il Paese che si è preso più fondi europei messi in campo dal Piano Juncker? Esatto.

Peraltro, non si sa ancora quando il Regno Unito chiederà l'applicazione delll’articolo 50 del trattato di Lisbona, con la quale avrebbe il via la procedura d'uscita. Angela Merkel, da cancelliera tedesca, si augura il più tardi possibile, visto che il famoso surplus commerciale tedesco si fonda soprattutto sulle esportazioni verso la perfida Albione. Da potenza egemone dell’Unione, invece, dovrebbe sperare accada il più presto possibile, non fosse altro per il fatto che del progetto di difesa comune la Germania è il primo sponsor. Miracoli del metodo intergovernativo.

La volontà tedesca di unire le forze per presidiare i confini continentali si fonda soprattutto sulla necessità di evitare che l’onda xenofoba che sta montando contro profughi e migranti travolga le forze europeiste dell’est, ma soprattutto i due volkspartei teutonici, cristiano democratici e socialdemocratici, che hanno condiviso, al governo, l’idea della cancelliera di aprire le frontiere tedesche ai profughi siriani, rottamando il trattato di Dublino.

Entrambi, Cdu/Csu e Spd, hanno perso un bel po’ di voti nelle elezioni di queste ultime settimane - Meclenburgo Pomerania, Bassa Sassonia, Berlino - a favore di Alternative fur Deutschland, soprattutto a est, soprattutto nei ceti basso-medi, gettando ombre fosche sulla possibilità che la Grosse Koalition possa ottenere la maggioranza assoluta alle elezioni politiche della prossima primavera. Tant’è, non è un mistero, che su entrambi i fronti esiste una fronda contro gli attuali leader Angela Merkel e Sigmar Gabriel.

Il problema, ovviamente, riguarda soprattutto Merkel, il cui quarto mandato da cancelliera, sembrava scontato fino a qualche mese fa, diciamo fino a quando Time l’aveva incoronata donna dell’anno del 2015. Oggi meno, molto meno. Gli spifferi che provengono da Berlino parlano di lei come il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite - dovrebbe toccare a una donna europea: vedete voi. Altri racconta della rottura ormai consumata col vecchio amico-nemico Wolfgang Schauble che starebbe costruendo una candidatura alternativa per darle il benservito al congresso della Cdu di dicembre. Una candidatura più di destra e ordoliberista di quanto sia Merkel, per recuperare voti ad Alternative fur Deutschland.

Niente di buono per l’Italia, insomma, per il suo premier Matteo Renzi, per la sua fame di flessibilità e di risorse aggiuntive per provare a mettere benzina nel motore grippato dell’economia italiana. Che, se la politica fosse razionale, dovrebbe sostenere Merkel in ogni occasione. Attaccarla nell’imminenza del referendum costituzionale tuttavia è un occasione troppo ghiotta per recuperare consensi

Niente di buono per l’Italia, insomma, per il suo premier Matteo Renzi, per la sua fame di flessibilità e di risorse aggiuntive per provare a mettere benzina nel motore grippato dell’economia italiana. Che, se la politica fosse razionale, dovrebbe sostenere Merkel in ogni occasione. Attaccarla nell’imminenza del referendum costituzionale tuttavia è un occasione troppo ghiotta per recuperare consensi, in un Paese che si è scelto Europa e Germania come alibi per tutti i suoi mali. In particolare, quel fiscal compact firmato cinque anni fa che non abbiamo rispettato nemmeno per un giorno.

Così giornali e telegiornali registrano la virata eurocritica del Governo Italiano, la cui posizione ufficiale - come osserva sul Alessandro Gilioli sul suo blog- sembra ciò che fino qualche anno fa era considerato “pensiero eterodosso ed estremista, roba da sinistra radicale o da grillini ignoranti”. Giudicate voi se questo depotenzi le idee di Lega Nord o Movimento Cinque Stelle, o invece le legittimi, finendo per rafforzarle.

Per informazioni chiedete in Austria, dove il 2 di ottobre si voterà per il rematch delle elezioni presidenziali dello scorso giugno, quelle annullate poi dalla Corte Costituzionale di Vienna, in cui il verde Alexander Van der Bellen batté il candidato dell’ultradestra Norbert Hofer per un pugno di voti provenienti dall’estero. Manco a dirlo, è Hofer il grande favorito. Anche perché il governo socialdemocratico, nell’illusoria convinzione di frenare l’ascesa della destra, l’ha seguito sul terreno dei muri di filo spinato ai confini. Allo stesso modo, si scommette sull’exploit di Geert Wilders in Olanda e di Marine Le Pen in Francia, tra qualche mese. Anche loro nazionalisti, xenofobi, anti-europeisti.

«Mi chiedo se abbiamo fatto abbastanza per voi. Penso che avervi assicurato il dono della pace in Europa, che noi nella nostra gioventù non abbiamo conosciuto, non sia poco» , disse qualche anno fa Carlo Azeglio Ciampi. Due giorni dopo, il minuto di silenzio onorato in suo onore sui campi della serie A è stato sommerso dai fischi in numerosi stadi, compreso quello della sua Livorno. Mala tempora currunt.

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