Salvini, il signor No necessario al centrodestra

Da Pontida si indicano traditori, si lanciano battaglie e, soprattutto, si leva un coro di no. Al governo, al referendum, persino ai potenziali alleati

Getty Images 500581822

GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images

19 Settembre Set 2016 1322 19 settembre 2016 19 Settembre 2016 - 13:22

L'ultima, l'ha detta a Radio Padania all'indomani del raduno di Pontida. Se andrà al Governo, Matteo Salvini dice di voler togliere i finanziamenti alle Nazioni Unite. Al pari dell'Unione Europea, del Quirinale, delle prefetture (forse anche del Vaticano), per il segretario della Lega Nord l'Onu "è un carrozzone inutile, con funzionari che dormono in hotel a cinque stelle e la mattina dopo parlano della povertà nel mondo". Non è un ragionamento casuale, quello di Salvini. Perché mentre parlava alla radio di partito, nel piano ammezzato della sede milanese di via Bellerio, a New York il premier Matteo Renzi si stava preparando a partecipare all'Assemblea generale sul tema dei profughi. Oltre ai carrozzoni inutili, per Salvini c'è poi "il lungo elenco dei traditori" degli italiani. Nel canovaccio classico, questo elenco comprende un ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, due ex capi del Governo, Romano Prodi e Mario Monti, un ex ministro come Elsa Fornero. Non c'è che nominarli e la platea salviniana parte coi fischi (non certo al leader). È capitato che poco prima dell'inizio della Pontida 2016 morisse Carlo Azeglio Ciampi, un altro ex presidente della Repubblica, ex capo del Governo ed ex ministro che ha guidato l'Italia nell'euro: eccolo il "traditore" da indicare questa volta alla folla. Senza sorprese, se non per chi polemizzando con Salvini (a torto o a ragione) non ha fatto altro che amplificarne il messaggio. Lo stesso che accade ogni volta che il leader leghista attacca Papa Francesco, rompendo un antico tabù italico, per la sua richiesta di aprire le case ai profughi e per il dialogo con l'Islam. Salvini ha sempre qualcuno di meglio da indicare come modello, a seconda delle circostanze. Al posto dell'Onu o dell'Ue, un'Italia sovrana che respinge i migranti usando la sua Marina militare senza obblighi internazionali o che torna a battere una sua moneta. Al posto di Ciampi o Monti o Renzi, meglio Putin o Cameron, per non parlare di madame Le Pen e mister Trump, che se solo diventassero presidenti avrebbero risolto i problemi del mondo. Al posto di Bergoglio, infine, non c'è dubbio: viva Ratzinger, che almeno lui - giura Salvini - "un'idea chiara di che cos'è l'Islam, ce l'aveva".


Con queste posizioni ripetute senza sosta dal 2014, Salvini si sta proponendo come il leader del 'no'. Un no creativo, dice lui, perché una volta votato no al referendum costituzionale ci sarà il sì a una nuova riforma costituzionale del centrodestra con presidenzialismo e federalismo e giudici eletti dal popolo (ricorda qualcosa?). Perché dopo il no all'euro ci sarà una moneta italiana che ridarà potere ai cittadini di controllare le scelte economiche. Perché dopo il no ai vecchi alleati centristi ci sarà una nuova coalizione con chi non ha tradito. Finché dalle parole non passerà ai fatti, questo partito del no e' la fortuna mediatica di un Salvini che sa di conquistarsi spazi in tv o sui giornali anche grazie ai suoi avversari che lo criticano e dicono di non ascoltarlo.

Salvini è l'unico che sa governare e interpretare la confusione del suo mondo di riferimento

Questo dare scandalo però è anche la forza contrattuale di Salvini, una forza che lo rende indispensabile alla costruzione di un nuovo centrodestra che sia riconoscibile e non solo una fine operazione di ingegneria politica. Salvini, al pari di Beppe Grillo, mostra infatti di essere l'unico che sa governare e interpretare la confusione del suo mondo di riferimento. Cioè l'elettorato che in questo momento avverte maggiore la necessità di dire la sua. Di dire 'no' per tornare a credere che votare sia utile, che andare alle urne possa fare la differenza. Non ci fosse Salvini, il prato di Pontida di ieri sarebbe stato un campo di battaglia. Fra secessionisti e nazionalisti. Fra moderati ed estremisti. Fra governativi e rivoluzionari. Nello stesso prato saltavano gli insubri che si sentono nazione e i ciociari che esprimono l'orgoglio del sud.

Non è solo una questione fra il giovane Matteo Salvini e il vecchio Umberto Bossi che lo ha criticato. Molti leghisti di antica militanza la pensano come Bossi, perché non vedono nella linea di Salvini una strategia per cui morire (diversamene dalla causa secessionista). Bossi ha anche lucidamente capito che la nave di Salvini prima o poi dovrà attraccare da qualche parte, altrimenti rischia di rimanere alla deriva senza carburante anche se affollata di propositi. Quello che Bossi non ha capito e' che è cambiata un'epoca storica: Salvini sta presidiando uno spazio politico che sarebbe altrimenti frammentato, fatto di italiani che vogliono risposte immediate, non sogni rivoluzionari. Che vogliono sentirsi dire che contano qualcosa ancora. Che vogliono un nemico quotidiano su cui scaricare ogni problema. Che sono delusi da tutti quelli che hanno governato finora. Che non vogliono farsi insegnare dalle élite che cosa è giusto dire, fare o pensare. Che pensano, non sempre a torto, che i media, la politica, le istituzioni, per non dire la grande finanza, abbiano dimenticato la realtà.
Questo è l'unico centrodestra possibile? Certemente no. Più il tempo passa, più Salvini rischia di farsi sopraffare dai no. Ma anche non ci fosse un Salvini, quelli che lo applaudono per la sua capacità di dire tutto e il contrario di tutto resteranno in cerca di risposte. E chiunque immagini un centrodestra capace di competere per il Governo ne dovrà tenere conto.

Potrebbe interessarti anche