Virginia Raggi e la grande truffa della trasparenza a Cinque Stelle

Potere blindato a Roma. La Raggi dice il minimo indispensabile. I processi decisionali del suo partito sono opachi. Gli atti del Comune sono poco accessibili. E la “res publica” è sparita dall’orizzonte della discussione. Ma i grillini non erano quelli della trasparenza?

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21 Settembre Set 2016 0829 21 settembre 2016 21 Settembre 2016 - 08:29

Che cosa ci dice un Sindaco (una Sindaca?) che liquida in un minuto e venti secondi il suo più atteso intervento in aula, quello in cui avrebbe dovuto presentare al Consiglio la linea che sta seguendo per completare la Giunta capitolina dopo cento giorni di casino? Che cosa ci dice Virginia Raggi quando con otto parole - «Io e la Giunta stiamo valutando i curriculum» apre e chiude la questione del cruciale assessorato al Bilancio ancora vacante? Ci dice, innanzitutto, che vuol tenere coperte le carte, e che riduce al minimo sostantivi e verbi perché meno si parla e meglio è, meno si comunica e più si sta tranquilli.
È il de profundis della trasparenza, core business del M5S fino alla vittoria romana, ed è un fallimento che – salvo guizzi in extremis – avrà gli effetti di un'onda lunga, esattamente come gli scivoloni sul tema della legalità condannarono Gianni Alemanno, che in nome della legalità era stato eletto, e quelli sugli scontrini uccisero Ignazio Marino, che si era proposto come star della sobrietà.

«Diamogli tempo» è una formula che può valere per la spazzatura, il traffico, il decoro urbano, i bandi per i parcheggi, persino per le Olimpiadi, le opere di impatto, le ciclabili, gli asili nido, le relazioni con i costruttori, con la Chiesa, ma per essere trasparenti non c'è bisogno di “tempo”.

La trasparenza è uno stile, una linea di condotta. Ce l'hai o non ce l'hai, da subito.
Cento giorni, ad esempio, sarebbero stati sufficienti per riordinare almeno in parte il sito della comunicazione istituzionale del Comune di Roma, un labirinto di architetture burocratiche illeggibili dove rintracciare una delibera è una partita a scacchi. Cento giorni sarebbero stati abbastanza per mettere online il misteriosissimo Repertorio delle determinazioni dirigenziali del Comune e dei Municipi, dove è annotata ogni singola azione della pubblica amministrazione: una specie di Santo Graal delle primenote, inaccessibile a chiunque ma che sarebbe utilissimo per sapere cosa fanno gli Uffici, in quali tempi e a quali costi. Cento giorni bastavano e avanzavano per dare un imprinting nuovo ai rapporti dell'amministrazione con i cittadini, costruendolo su relazioni dettagliate, onesta esposizione delle difficoltà, giacché è evidente a tutti che se si sta fermi problemi ci sono, anche se nessuno ha capito esattamente quali.

Nella stagione del Partito della Trasparenza per capire che cosa sta succedendo in Campidoglio servirebbe un hacker che forzasse le casseforti informatiche in cui è racchiuso il dibattito politico per spiegarci come mai il sindaco più plebiscitato della storia della città dotato di maggioranza schiacciante e senza avversari, non riesce a muovere paglia

L'accumularsi di retroscena su quel che accade in Campidoglio, l'accanimento che il M5S lamenta e annovera sotto la voce della persecuzione giornalistica, della caccia all'uomo (alla donna), sono anche il frutto della mancanza di una «scena», di un luogo pubblico dove accadono le cose: difficilmente a Roma, che è la città dei Fori e delle Terme, dove tutto si fa e si disfa in piazza davanti ai cittadini, aveva vissuto un periodo di così assoluta blindatura della res publica: persino ai tempi piuttosto bui dei sindaci democristiani le sedute di consiglio erano infuocate, e i cittadini premevano sulle transenne, e i capi di maggioranza e opposizione si sfidavano con performance oratorie spesso rimaste memorabili.

E invece, ecco qui. Nella stagione del Partito della Trasparenza servirebbe un Edward Snowden per capire che cosa sta succedendo in Campidoglio, un hacker che forzasse le casseforti informatiche in cui è racchiuso il dibattito politico del partito di governo per spiegarci come mai il sindaco più plebiscitato della storia della città, vincitore assoluto e indiscusso, dotato di maggioranza schiacciante e senza avversari, non riesce a muovere paglia.

L'intervento-lampo della sindaca Raggi in Consiglio ci dice tutto questo, ma anche qualcosa in più sullo stato d'animo della Prima Cittadina che mai come ieri è apparsa una prigioniera costretta a limitarsi all'essenziale – nome, cognome, matricola, grado – o un ostaggio obbligato a recitare le brevi frasi suggerite da chi la tiene in pugno, e anche in questo c'è un deficit inusitato di trasparenza perchè non si sa bene se la Sindaca parli per se o per conto di altri, se la scelta del silenzio opaco sia sua o di chi le sta dietro. Mai visto a Roma, dove i sindaci hanno sbagliato molto ma quasi sempre in prima persona, e ne hanno pagato le conseguenze, ma difficilmente si è potuto sospettare che fossero sotto sequestro mentre si rivolgevano all'assemblea.

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