Il sorpasso delle Paralimpiadi

L'ultima edizione di Rio, che sembrava nemmeno non dovesse nemmeno svolgersi, è stata un successo persino più grande dei Giochi per normodotati. E l'Italia ha fatto la sua parte

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24 Settembre Set 2016 0200 24 settembre 2016 24 Settembre 2016 - 02:00
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E dire che un altro po’ nemmeno le avrebbero fatte partire. Causa buco di bilancio nelle spese per iniziare i Giochi Olimpici degli atleti “normali” di Rio 2016, pareva che per le Paralimpiadi fosse rimasto poco e nulla. Diciamo pure nulla: il budget era stato sforato oltre il 50% e molti stadi della manifestazione sono apparsi anche in tv abbastanza vuoti, a fronte dell’82% di ticket venduti, perché le agenzie spesso li comprano in blocco e poi magari non li usano: bene per la statistica della vendita biglietti, meno bene per l’effettiva presenza di pubblico, con tutte le conseguenze negative sull’indotto: se non vai ai Giochi non pernotti fuori, non compri cibo, etc. E il bilancio per le stesse televisioni che hanno acquistato i diritti il bilancio finale è stato così così, perché l’audience è sceso del 17% rispetto a Londra 2012.

Insomma, puntare sulle Paralimpiadi per risollevare i cinque cerchi sembrava puntare sul cavallo sbagliato. Invece il cavallo ha corso eccome. Perché la manifestazione che dal 1960 rappresenta gli atleti disabili è stata un successo. E sono stati gli stessi Giochi Olimpici a darle una mano. Una delle chiavi di volta è stata quella del doping, con il Comitato Paralimpico Internazionale che ha mostrato al mondo, nel caso della Russia, i problemi e le scarse incapacità di gestire i problemi da parte del Comitato Olimpico. Prima dei Giochi, il rapporto McLaren aveva dimostrato come l’intreccio tra Ministero russo dello sport, servizi segreti di Mosca e Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) avessero collaborato tra loro per coprire gli scandali di doping di atleti dell’ex Urss in svariate competizioni internazionali, Giochi compresi. Il Cio, dopo lo scandalo e il conseguente rapporto, si è di fatto smarcato dalla questione, lasciando che la decisione di far o non fare partecipare gli atleti russi a Rio 2016 venisse lasciata alle singole federazioni.

L’Ipc in questo senso è stato più chiaro e deciso: Russia fuori dalle paralimpiadi e tanti saluti. Una grande lezione, che però non si è limitata ad essere una decisione storica: l’Ipc ha chiesto che venissero ritestati i campioni già prelevati ai Giochi Paralimpici di Sochii de 2014: “Per me erano stati i Giochi invernali migliori di sempre. Ora sono costretto a rivedere il mio giudizio”, ha spiegato Philip Craven, numero uno del Comitato Paralimpico. E stiamo parlando, sempre in relazione al rapporto McLaren, di 35 positività conclamate nel mondo paralimpico contro 500 di quelle di atleti normodotati.

Ma la questione doping ha fatto emergere tutta la migliore capacità da parte dell’Ipc di gestire i propri atleti anche dopo la chiusura del braciere olimpico, quando alcuni hacker russi hanno violato gli archivi digitali della Wada, rivelando alcune liste di atleti medagliati di Rio che avrebbero goduto di special esenzioni: in pratica, sarebbe stato permesso loro di assumere alcuni farmaci in realtà dopanti ad atleti che ne hanno fatto richiesta per problemi fisici. La sola Gran Bretagna, osannatissima agli ultimi Giochi per i brillanti risultati ottenuti, ha elargito più di 100 esenzioni ad altrettanti atleti, contro le circa 80 dell’anno prima. E nella lista ci sono sportivi che hanno incantato gli spettatori come la ginnasta statunitense Simone Biles. In un’altra lista, quelle delle belle storie paralimpiche, ci sono invece atleti come Abdellatif Baka, ipovedente algerino che nei 1500 metri ha corso in 3’ 48” e 29, contro i 3’ 50” ottenuti da Matthew Centrowitz, primo nella stessa specialità, ma ai Giochi per normodotati: il record più incredibile di un’edizione che ha visto batterne in tutto più di 200.

E nella lista, anche una buona dose di italiani. Già, perché l’Italia a Rio ha fatto benissimo, conquistando il nono posto finale con 39 medaglie. Un risultato che è il sovrapporsi di determinazione e voglia del movimento nazionale di puntare sui propri sportivi, investendo denaro a livello sia pubblico che privato. Tra gli sportivi azzurri che hanno brillato a Rio c’è Beatrice Vio, la cui storia ha in effetti dell’incredibile, se si considera che nella scherma ha vinto tutto usando quattro protesi, prima al mondo a farlo: all’età di 11 anni ha subito l’amputazione di e gambe per una grave forma di meningite, contratta dopo che la sua zona, nel trevigiano, non era stata compresa nella campagna di vaccinazione contro la meningite. Il più famoso resta Alex Zanardi, ex pilota che dopo aver per4so entrambe le gambe in un pauroso incidente ha vinto due medaglie paralimpiche tra Londra e Rio. O come Martina Caironi, che l’oro lo ha ottenuto nel 100 metri. Tutti hanno in comune l’essersi affidate al Centro Inail di Budrio, nel bolognese. Qui le persone che subiscono amputazioni vengono letteralmente rimesse in piedi, grazie ad un’evoluzione tecnologica che ha cominciato a prendere forma nel 1964, anno di fondazione della struttura: la ricerca è a livelli internazionali, la formazione di specialisti continua. Un ginocchio bionico può venire a costare fino a 40mila euro e lo Stato italiano non sempre mette le mani in tasca per aiutare.

Budrio è collegato al Comitato Paralimpico Italiano. Guidato dall’ex atleta paralimpico Luca Pancalli, il Cpi è diventato un ente riconosciuto come il Coni grazie alla legge delega 124 dell’agosto 2015: è pertanto un Ente Pubblico sovvenzionato da Roma. Riceve il sostegno di enti come Eni e Mediobanca, ma anche dal Coni stesso, che secondo il bilancio 2015 ha erogato 3,9 milioni di euro di contributi, ai quali si aggiungono 10 milioni di contributi da Stato e regioni, a fronte di 7 milioni si spese per l’attività sportiva, di cui 1 per l’attività olimpica: nel preventivo di spesa 2016, per i Giochi di Rio ne dovrebbero essere stati spesi 500mila circa. E dove non c’è lo Stato, ci sono i privati, che si adoperano a sostenere gli atleti paralimpici. Un caso è quello di Zanardi, che già da Londra 2012 ha trovato in Emilia uno sponsor come Barilla e la collaborazione tecnica della Dallara, che per l’ex pilota cura la progettazione di una speciale hand bike in carbonio: d'altronde questa regione è stata quella che fornito 11 atleti azzurri alla causa ed è stato l'unico ente regionale presente nella Casa Italia di Rio. Un successo non da poco, per un Paese che ha ospitato la prima edizione dei Giochi Paralimpici, a Roma 1960. Nel 2024 non si replicherà.

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