Il Movimento Cinque Stelle è diventato adulto. E il disprezzo delle élite gli fa solo bene

I Cinquestelle ormai sono un partito a tutti gli effetti. Inutile minimizzarli o non capirli di proposito. Crescono, mentre la politica tradizionale latita

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26 Settembre Set 2016 0818 26 settembre 2016 26 Settembre 2016 - 08:18

A dieci anni dalla fondazione dei primi meet-up ed a quattro dalla costituzione in partito, il Movimento Cinque Stelle abbandona l'adolescenza ed entra nella fase adulta riconoscendo la necessità di un leader (Beppe Grillo, che ritorna alla guida), di un regolamento adatto alle esigenze di una forza di governo, di una struttura gerarchica più larga di un direttorio di cinque persone. Insomma, compie almeno nelle intenzioni – poi sulla realizzazione si vedrà – il passo lungo che separa una forza vitale ma caotica da un mondo politico strutturato secondo i canoni abituali della democrazia occidentale: leadership, regole, organigramma. Che tutto ciò sia basato su una galassia emotivo-sentimentale del tutto aliena alla politica tradizionale, poco importa: quelli delle scie chimiche, i vegani, i fanatici dell'honestà, gli affabulatori delle monete secondarie, dei detersivi naturali, delle sirene, il vecchio popolo del Vaffa e i nuovi rampantissimi delle trasmissioni tv, costituiscono una massa elettorale autentica, e capace di mobilitarsi nel voto. Si dovrà tenerne conto, e in modo diverso dal passato, smettendo di raccontarli come una folkloristica armata Brancaleone. Perché, e qui cantano i dati, l'armata Brancaleone è in testa in ogni sondaggio immaginabile. Potrebbe governare. O, nel caso cambi la legge elettorale, potrebbe costituire una opposizione paralizzante.

il M5S sta facendo il passo lungo che separa una forza vitale ma caotica da un mondo politico strutturato secondo i canoni abituali della democrazia occidentale: leadership, regole, organigramma. Che tutto ciò sia basato su una galassia emotivo-sentimentale del tutto aliena alla politica tradizionale, poco importa

È comprensibile che la politica e il giornalismo italiani tendano a non prendere sul serio un leader che canta un blues sul palco, come ha fatto Grillo a Palermo. Tra tutti i nuovi movimenti vittoriosi in Europa, a noi è toccato il più bizzarro, il più indecifrabile, il più slegato dalle categorie destra/sinistra che altrove presiedono ai successi della Le Pen, di Tsipras, di Podemos, o dei No-Euro britannici e che li rendono in qualche modo “spiegabili”. Quando Vincenzo De Luca, che si è assunto il ruolo televisivo di gran fustigatore del grillismo, dà della bambolina a Virginia Raggi o declina il curriculum lavorativo di Luigi Di Maio ironizzando sulla qualifica di manovale, non fa che esprimere ad alta voce lo stupore e la rabbia di un mondo approdato al potere per tutt'altri iter (Pd o Forza Italia poco importa) per il successo di persone che “nella normalità” non dovrebbero stare né in Parlamento né altrove. E si sente l'eco di una sorta di disprezzo di classe, di irrisolta frustrazione: “Ma come, noi per anni a sudare nei retrobottega, accodati ai leader sul territorio, in prima fila durante migliaia di pallosissimi convegni, e poi arrivate voi, senza una qualifica e senza una storia, a rubarci il posto?”.

È una specie di sindrome del Palazzo d'Inverno accompagnata dall'idea bizzarra che i voti non siano tutti uguali e che quelli del M5S “contino meno”, abbiano in qualche modo minor dignità politica di quelli espressi da altre aree dell'elettorato, e possano essere ulteriormente depotenziati negando legittimità a chi li raccoglie e li catalizza. Si dovrà uscirne.
Additare il M5S come un gruppo di matti guidati da gente bugiarda e in cattiva fede, non li ha scalfiti e non li scalfirà. Esattamente come, a suo tempo, non scalfì l'elettorato comunista il racconto dei gulag, i ragionamenti sulla follia dell'economia di piano o della dittatura del proletariato, il richiamo alla realtà rispetto alle pusioni integraliste di chi diceva No a tutto (No alla Nato, No al Mec, No ai Trattati di Roma, No anche alle Regioni, almeno in sede di Costituente). E il paragone non sembri irriverente: nel M5S esiste una caratura utopistica e “ideologica” assai simile a quella espressa nel Novecento dalla sinistra e dalla destra, ed è questo il vero motore dei trentamila “matti” che se ne sono andati a Palermo ad ascoltare Grillo, Di Battista, Di Maio, a toccare la Appendino o la Raggi, e più oltre di quel terzo dell'elettorato che mette la croce sul simbolo del Cinque Stelle.

Additare il M5S come un gruppo di matti guidati da gente bugiarda e in cattiva fede, non li ha scalfiti e non li scalfirà. Nel M5S esiste una caratura utopistica e “ideologica” assai simile a quella espressa nel Novecento dalla sinistra e dalla destra, ed è questo il vero motore dei trentamila “matti” che se ne sono andati a Palermo

Nella convention siciliana, annunciando il suo ritorno in campo, Beppe Grillo ha restituito un capo a questa ideologia, che a molti appare una gran bufala ma esiste e ha una sua innegabile forza. Ne vedremo l'esito nei prossimi sondaggi. Il miglior favore che gli si può fare, a questo punto, è continuare a gratificarlo del disprezzo delle élite, e quindi a mettere benzina nel motore di chi si sente sulla prima linea di una futuribile rivoluzione. Sinistra e destra, che a quel gioco hanno giocato molto a lungo anche se in tempi lontani, dovrebbero saperlo.

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