Colpevole o innocente, di sicuro il mostro non è Amanda Knox

Nel documentario realizzato dai registi Rod Blackhurst e Brian McGinn e prodotto da Netflix, il processo, il delitto, le analisi di laboratorio non ci sono. C'è solo l'umanità messa reagire con il sangue e la celebrità. Il risultato è un teatrino di mostri

Netflix Amandaknox
27 Settembre Set 2016 1145 27 settembre 2016 27 Settembre 2016 - 11:45

Se vi aspettate uno spin off dei misteri italiani di Carlo Lucarelli, non guardate questo documentario. Se siete appassionati di CSI, non guardate questo documentario. Se vi interessa scoprire, dopo quasi dieci anni, quale sia la mano dietro il delitto di Meredith Kercher, non guardate questo documentario. Se invece vi piacciono i romanzi di Dostoevskij, be', allora guardatevelo questo documentario. Sì, perché in “Amanda Knox”, il documentario realizzato dai registi Rod Blackhurst e Brian McGinn e prodotto da Netflix, il processo non c'è, il delitto non c'è, le analisi di laboratorio non ci sono e della ricerca della verità nemmeno l'ombra. C'è solo l'umanità messa reagire con il sangue e la celebrità. E il risultato è un teatrino di mostri.

“Non ci interessava parlare delle sentenze”, dicono della propria creatura i due, “ma solo analizzare come delle persone normali diventano delle star internazionali”. I due si sbagliano, ma si sbagliano per difetto, perché questo non è nemmeno soltanto un documentario su due sventurati innocenti finiti sulla graticola ingiustamente. Questo è un documentario sulla gente o, meglio, è un documentario sull'effetto che fa quell'occhio di bue che chiamiamo attenzione mediatica sulla vita della gente e sulla loro personalità.

Questo è un documentario popolato di mostri, ma senza traccia dell'assassino. E in fondo non importa. Sono tutti cattivi: lo è all'inizio anche Amanda, che entra in scena per prima, inquadrata su sfondo neutro, con un viso angelico e una bellezza slavata ma irresistibile che dice, in buona sostanza, “Delle due, una: o sono un lupo travestito da agnello e vi ho fregato tutti, oppure sono un essere umano come voi”. In quel momento lo spettatore non ha dubbi sul fatto che sia un lupo. Ma sappiatelo, è difficile alla fine dei novanta minuti del documentario non optare per la seconda.

Il mostro in questo documentario non è Amanda Knox. E non è nemmeno il suo ex fidanzatino Raffaele Sollecito, che in fondo sembra soltanto uno sfigato come tanti finito in una storia sbagliata e decisamente più grande di lui. Le luci sono usate a dovere, le ombre sono ben distribuite e coprono altri nomi e altri volti, come quello di Giuliano Mignini, sostituto procuratore di Perugia incaricato delle indagini, che emerge grottescamente come un appassionato di Sherlock Holmes, fervente cattolico, convinto dall'inizio della colpevolezza di Amanda Knox grazie a una intuizione accettabile soltanto in una puntata di una qualche serie televisiva di legal thriller, “Solo una donna avrebbe coperto il corpo di un'altra donna, un uomo non l'avrebbe mai fatto”.

Una intuizione che, detta da un pubblico ministero in riferimento a un caso reale, ovvero alla vita vera di una persona vera, spiazza. Anche perché, mentre lo vedi gongolarsi della sua passione giovanile per le indagini di Sherlock Holmes, pensi istantaneamente a quella prima inquadratura di Amanda e la tua certezza sul suo essere lupo inizia a vacillare. Tanto che quasi senti Kafka ridere dal fondo degli specchi.

Spaventoso è l'aggettivo giusto anche per Mark Pisa, giornalista britannico del DailyMail, che lo spiega quasi sorridendo che sarebbe stato disposto a tutto pur di arrivare prima degli altri suoi colleghi sugli scoop. Nello stesso modo in cui dice fiero di se stesso e del suo istinto del mestiere che il suo compito era quello di dare alla gente quel che la gente voleva. O ancora, lo dice quasi come se fosse una lezione di giornalismo che questo caso aveva tutti gli ingredienti per essere una bomba: una bella ragazza come vittima, una bella ragazza come carnefice, e del sesso morboso come movente. E mentre lo ascolti, ancora una volta stai pensando a quella bellezza slavata che ti dice: “un essere umano come te”.

Insomma, è proprio quella luce abbacinante, quell'occhio di bue mediatico che mostrifica la gente, che è capace di trasformare, nell'ordine: una ragazzina ribelle in una killer senza scrupoli; un ingegnere informatico sfigato nel suo temibile aiutante; un pubblico ministero baciapile in Sherlock Holmes; un giornalista avvoltoio da gossip nel golem sfigato di Bob Woodward e Carl Bernstein, contemporaneamente; e, da ultimi, la gente che aspetta fuori dall'aula nel pubblico di un'arena romana, con il pugno chiuso sporto in avanti e il pollice a decidere la sorte dei morituri.

Un processo come un'arena di gladiatori, ad uso esclusivo del pubblico gaudente. E la verità? La verità non esiste, o meglio, la verità è sempre la stessa: i mostri siamo noi.

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