Miracoli lontani: perché l’Australia non conosce una recessione da 25 anni

Secondo alcuni è tutto merito della crescita del vicino gigante cinese, ma non è una spiegazione sufficiente: la verità è da cercare nella furba politica di contenimento dell’inflazione da parte della banca centrale

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27 Settembre Set 2016 1104 27 settembre 2016 27 Settembre 2016 - 11:04
Messe Frankfurt

Sembra che la soluzione a tutti i suoi problemi l’Europa la debba cercare dall’altra parte del mondo. Per la precisione, in Australia. Lo spiega in un dettagliato articolo il Washington Post, che parte sottolineando come gli australiani non conoscano una recessione da 25 anni. Un quarto di secolo di crescita o semi-crescita economica, roba che quaggiù (o quassù che la sogniamo). L’ultima volta che è successo, scrive, i Clinton non erano ancora i Clinton, e Trump non era ancora Trump. E se è per quello nemmeno Berlusconi era ancora Berlusconi (e forse tutte queste cose sono collegate?)

Le ragioni del successo australiano potrebbero essere cercate nella sua furba politica di esportazione: scavano nel loro territorio, estraggono minerali e materie prime e poi le vendono alla vicina (si fa per dire) Cina. La crescita del Dragone, con la sua fame di minerali di importazione, avrebbe fatto il resto. Ecco, non è così. La spiegazione è da cercare altrove. Per la precisione, nelle politiche economiche della Banca centrale australiana.

L’abilità è stata quella di saper tagliare i tassi d’interesse quando era necessario, abbassando l’inflazione ogni volta che serviva, ma adeguandosi alle circostanze. Un’operazione che le omologhe americane ed europee (Fed e Bce) non possono fare, dal momento che i tassi sono prossimi allo zero, o allo zero. O addirittura negativi. In Australia è possibile, ed è possibile per una semplice ragione: in tutti questi anni hanno ignorato la regola aurea, messa in campo per la prima volta dai vicini neozelandesi, di un obiettivo di inflazione annuale del 2 percento.

Tutti gli altri Paesi industrializzati lo hanno adottato come una religione. Tutti, tranne gli australiani. Hanno pensato che, a fronte di tutti i rischi possibili, fosse più prudente porsi, come obiettivo, un tasso che oscilli tra il 2 e il 3 percento, da aggiustare a seconda del ciclo economico. Ecco la differenza: se negli Usa l’inflazione è all’1 percento, per fare un esempio, la Fed agirà in modo che raggiunga, nel limite del possibile, il 2 percento. Una volta centrato questo obiettivo, si fermerà. La Banca centrale australiana agisce in modo diverso: considera una soglia più alta e, soprattutto, dà un giudizio sull’inflazione necessaria e sufficiente a seconda delle previsioni economiche. Calcolerà allora se sarà più utile avere un tasso più o meno alto del 2 percento. Non è una politica infallibile, sia chiaro. Ma finora ha funzionato.

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