Altro che Ponte sullo Stretto, la vera notizia sono i numeracci del Def

In due anni le aspettative di ripresa dell’economia italiana si sono dimezzate. E abbiamo sprecato quasi tutte le cartucce a disposizione. Servirebbe parlare di una seria spending review, invece siamo ancora qui a discutere di un’opera rimasta sulla carta da 45 anni

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28 Settembre Set 2016 1045 28 settembre 2016 28 Settembre 2016 - 10:45
Messe Frankfurt

Tranquilli, il Ponte sullo Stretto non si farà. Forse, a dire il vero, nemmeno dovremmo stare qui a parlarne sui giornali, tanto è palese il tentativo del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di guadagnarsi le pagine dei giornali per racimolare qualche voto in più in vista del referendum del 4 dicembre o, in alternativa, per spostare l’attenzione dai dati dell’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, non esattamente positivi.

In entrambi i casi, missione compiuta. Senza Ponte di mezzo, oggi non si parlerebbe di quanto Renzi assomigli a Berlusconi - cosa che fa pure gioco al Presidente del Consiglio, nel mobilitare per il Sì gli elettori di centrodestra - ma dell’inesorabile crollo delle aspettative sulla crescita economica per il 2016 e il 2017, che sono passate dall’1,6% e l’1,8% del Def 2014, allo 0,8% e 1% dell’aggiornamento al Def 2016 di ieri. O del rapporto deficit/Pil, che due anni fa si era immaginato allo 0,3 per l’anno prossimo, quando invece rimarrà inchiodato al 2,4%. O ancora a un rapporto debito/Pil che avrebbe dovuto essere al 125% e che invece, con ogni probabilità, sarà ancora piantato sopra quota 132 punti.

Senza Ponte di mezzo, oggi si parlerebbe dell’inesorabile crollo delle aspettative sulla crescita economica per il 2016 e il 2017, che sono passate dall’1,6% e l’1,8% del Def 2014, allo 0,8% e 1% dell’aggiornamento al Def 2016 di ieri. O del rapporto deficit/Pil, che due anni fa si era immaginato allo 0,3 per l’anno prossimo, quando invece rimarrà inchiodato al 2,4%

Indicatori più che sufficienti a dire che no, la rotta non è stata invertita. E che nonostante il Quantitative Easing e il petrolio a costo zero, nonostante la decontribuzione per le nuove assunzioni e gli 80 euro in busta paga, l’economia italiana non è ripartita come si sperava. Anzi, al contrario, man mano che passa il tempo continua a rallentare.

Abbastanza per dire anche che le misure choc degli anni scorsi - pagate salatissime - sono servite a molto poco. E che le correzioni di rotta di quest’anno - importanti e condivisibili - dal taglio dell’ires alle imprese dal 27,5% al 24% al superammortamento del 140% per le imprese che cambiano macchinari, dal piano antisismico e al fondo povertà hanno meno risorse a disposizione e meno forza per incidere.

«I Paesi che non hanno spazio fiscale dovrebbero pensare di più alla composizione del bilancio piuttosto che alla sua dimensione», ha detto Mario Draghi un paio di giorni fa in un’audizione al Parlamento Europeo. Tradotto: invece che chiedere flessibilità, c’è (e c’era) da fare una seria revisione della spesa pubblica per liberare ulteriori risorse da destinare agli investimenti. Oggi, con le elezioni in Francia e Germania alle porte, lo spazio di negoziazione con l’Europa è minimo. E il referendum del 4 dicembre tarpa le ali a ogni ipotesi di spending review. In fondo, il peccato originale del Governo Renzi è tutto qua. Tutto il resto, quel che sarà oggi, il 4 dicembre, e dopo, ne è diretta conseguenza.

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