Politica declassata, il futuro passa per le lotterie dei "sì" e dei "no"

Dopo il referendum sulla Brexit, dopo la decisione della Svizzera italiana sui frontalieri, toccherà all’Ungheria e all’Italia. Col venir meno della rappresentatività, i cittadini chiedono più partecipazione attraverso gli strumenti referendari, dove il "no" diventa arma di protesta

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NIKLAS HALLE'N / Getty Images

28 Settembre Set 2016 1000 28 settembre 2016 28 Settembre 2016 - 10:00

Le grandi decisioni politiche affidate alla lotteria dei sì e dei no. Sembra suggerire questo, la stagione sempre più incalzante dei referendum che sta attraversando l’Europa in crisi. Quasi ovunque si avverte una diffusa richiesta dal basso di maggiore partecipazione democratica. La globalizzazione della finanza e della tecnologia ha tolto il monopolio del potere alle istituzioni elettive, indebolendone la legittimazione popolare. Anche per questo al desiderio degli elettori di contare di più corrisponde una diffusa rinuncia della politica a prendere, dall’alto, decisioni profonde che richiedano molto tempo per dispiegare i loro effetti. Non solo quando le scadenze elettorali sono alle porte, come di questi tempi in Germania e in Francia.

Un “sì” o un “no”: così vengono messe ai voti le questioni più complesse che stanno cambiando il tessuto sociale delle nazioni europee. Poche discussioni, molte opinioni polarizzate, nessuna mediazione. La Svizzera italiana ha votato “sì”, con un referendum, a una proposta della destra di dare priorità ai lavoratori residenti. "Prima i nostri", recitava lo slogan dei promotori, che potrebbe essere buono a qualsiasi latitudine. Un “sì” che di fatto è valso come un “no” scandito davanti agli oltre 60.000 italiani che quotidianamente passano (regolarmente) la frontiera e reggono l’economia d’oltreconfine. Beninteso, non è cambiato di fatto nulla, dopo quel voto. Ma intanto è stato espresso un orientamento politico di cui le istituzioni democratiche non potranno non tenere conto.

Poco importano i numeri e la storia. Domenica 2 ottobre il copione rischia di ripetersi in Ungheria, dove il governo ha deciso di mettere ai voti, sempre con un referendum, un “sì” e un “no” all’accoglienza di nuovi migranti. Se gli umori si tradurranno in voti, di fronte a una scelta netta, il risultato sembra abbastanza scontato: non è forse stato così a giugno in Gran Bretagna, dove un “sì” o un “no” alla permanenza nell’Unione Europea hanno deciso di trent’anni di trattati internazionali?

Le stesse sfide elettorali sono diventate una lotteria del “sì” e del “no”: votare contro il sistema per abbattere chiunque lo rappresenti. Non solo in Europa. Donald Trump contro Hillary Clinton. Gli euroscettici contro i Governi in carica, da quello della Merkel a quello di Hollande

È la democrazia, bellezza. È quel popolo sovrano, a cui la Costituzione italiana dal 1948 affida l’indirizzo politico dello Stato. Ma forse ormai è anche qualcosa di più. Le stesse sfide elettorali sono diventate una lotteria del “sì” e del “no”: votare contro il sistema per abbattere chiunque lo rappresenti. Non solo in Europa. Donald Trump contro Hillary Clinton. Gli euroscettici contro i Governi in carica, da quello della Merkel a quello di Hollande. Sono segnali di cui anche Matteo Renzi dovrà tenere conto in Italia in vista del referendum sulla riforma costituzionale fissato proprio in questi giorni il 4 dicembre: al di là della riforma, conterà chi deciderà di votare “sì” al suo Governo e chi invece decidere di votargli contro con un “no”. Grillo e Salvini contro Renzi.

Questa dinamica che parte dalla Gran Bretagna, passa dall’Italia, dalla Svizzera, dall’Ungheria e arriverà anche negli Stati Uniti, in Francia e in Germania indica due elementi di cui tenere conto. Il primo è appunto la ricerca diffusa di nuove occasioni di democrazia diretta, che tornino a dare peso e dignità agli elettori. Anche a costo di portarli un giorno a votare per il diritto alla felicità. L’altro elemento – strettamente collegato e più insidioso – è il consolidarsi di un eterogeneo elettorato che vota “no” a prescindere, perché è l’unico modo che ha per far sentire la propria voce a istituzioni che non lo rappresentano più. Votare contro l’Ue, contro i lavoratori stranieri o contro i nuovi migranti diventa un modo per rimettere se stessi in gioco più che per dare un giudizio vero sull’oggetto del referendum. A prescindere dai fatti. E dalle conseguenze.

Non siamo ancora al lancio della monetina in aria, con la sorte che decide se a vincere è la testa o la croce. Ma l’epoca che stiamo attraversando somiglia molto a questa sfida irrazionale col destino. Che impegna il popolo ma anche chi lo governa.

@ilbrontolo

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