Siria, il piano di Erdogan, Putin e Assad: conquistare Aleppo per far fuori gli Usa

La tregua è già finita ed è iniziata una fase ancor più violenta della guerra, mentre gli Stati Uniti vivono una situazione di incertezza in attesa delle elezioni

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KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images

28 Settembre Set 2016 1415 28 settembre 2016 28 Settembre 2016 - 14:15

La guerra in Siria è un massacro lento e costante che si protrae da più di cinque anni ormai. Un conflitto “a medio-bassa intensità”, nel lessico militare, che ha già causato quasi 300 mila morti e milioni di profughi. Dopo il collasso della fragile tregua mediata da Stati Uniti e Russia, tuttavia, la principale battaglia tra le forze del regime e i ribelli – che ha nella millenaria città di Aleppo il proprio teatro – ha visto un inquietante salto di qualità delle violenze.

L’aviazione siriana e quella russa hanno scaricato tonnellate di bombe sulla città come mai finora, lasciando la popolazione senza acqua ed elettricità, colpendo ospedali, magazzini, vie di comunicazione da cui passano cibo e rifornimenti. Le forze speciali, con il determinante contributo delle unità iraniane, lanciano attacchi a singhiozzo su diverse direttrici e il quartiere centrale di al Farafira sarebbe già caduto nelle mani dei lealisti: è la prima volta da anni che la “linea del fronte” si sposta in città. La tattica russo-siriana viene chiamata “starve or submit”, cioè “morire di fame o arrendersi” e in passato ha funzionato in altre aree della Siria (ad esempio in certi quartieri della città di Homs, abbandonati dai ribelli stremati in cambio di amnistia o di un passaggio sicuro per l’enclave ribelle intorno a Idlib).

In una città delle dimensioni di Aleppo il timore tuttavia è che, per essere efficace, tale tattica imponga un prezzo disumano alla popolazione civile. L’Onu accusa di “crimini di guerra” la Russia e il suo alleato siriano: girano voci sull’utilizzo di bombe al fosforo (teoricamente vietate, il fosforo è consentito solo come “illuminante”) da parte dei russi, e pare invece quasi certo l’utilizzo di bombe “bunker buster”, cioè ordigni che esplodono in profondità creando enormi crateri e che ad Aleppo sono particolarmente efficaci contro la rete infrastrutturale sotterranea che i ribelli hanno creato negli ultimi anni per difendersi dai bombardamenti (specie dalle “bombe-barile”, ordigni rudimentali sganciati dagli elicotteri del regime).

Siria, 26 settembre. In rosso il regime di Assad, in verde chiaro i ribelli, in giallo i curdi, in grigio l’Isis, in blu Israele (alture del Golan occupate), in grigio-verde la Turchia coi suoi ribelli a nord di Aleppo

Aleppo non sembra destinata dunque ad essere una nuova Sarajevo. La città bosniaca conobbe l’assedio più lungo della storia moderna, quasi quattro anni. La (ex?) più grande città di Siria invece è sotto assedio da poche settimane e già è cominciato il forcing del regime e dei suoi alleati per ottenere la vittoria. La decisione di infilarsi in un ginepraio, dovendo combattere casa per casa, potrebbe sembrare strana, specie considerato che normalmente agli assedianti hanno il tempo come proprio migliore alleato.

Tuttavia ci sono diverse ragioni che potrebbero aver spinto Mosca, Damasco e Teheran a tentare ora il colpo mortale ai ribelli di Aleppo. In primo luogo non è scontato che il regime riesca a mantenere l’assedio: già in passato la città era stata circondata, troncando le vie di rifornimento da nord, ma i ribelli erano riusciti ad aprirsi un varco a sud. Ora che anche quella falla è stata sigillata non è scontato che altre se ne possano aprire. In secondo luogo il momento è propizio: Erdogan, il grande sponsor dei ribelli siriani per anni, ora è impegnato soprattutto contro l’Isis e ancor di più contro i curdi nell’operazione “Scudo dell’Eufrate” e, da quando si è riconciliato con Putin, pare che abbia riaperto un canale di comunicazione anche con Assad (e con Teheran). Così se le truppe turche possono operare in Siria senza dover temere l’aviazione russa o siriana, è lecito pensare che il regime abbia ottenuto qualcosa in cambio, probabilmente circa l’aiuto ai ribelli ad Aleppo.

Didascalia: le quattro fasi dell’assedio di Aleppo, dal primo accerchiamento fino al secondo, del 5 settembre, tuttora mantenuto dalle forze lealiste di Assad

Ma la ragione principale è probabilmente esterna alla Siria. Negli Stati Uniti a novembre verrà eletto un nuovo presidente e se, come pare dai sondaggi, dovesse vincere Hillary Clinton c’è il timore – almeno tra gli analisti russi – che la politica estera americana in Medio Oriente possa diventare decisamente più interventista. Di qui l’esigenza di chiudere il più in fretta possibile la partita di Aleppo. Mosca, Damasco e soprattutto Teheran puntano infatti ad avere il controllo pieno sulla fascia costiera della Siria, sulle principali città (Damasco e Aleppo) e sulle aree più ricche, per poter affrontare un eventuale negoziato da posizioni di forza. Se il Paese si avviasse verso una scissione, ad Assad resterebbe in mano la parte più strategica (cosa che interessa soprattutto ai russi, che qui hanno installato le proprie basi) e quella popolata da alawiti (cosa che interessa soprattutto agli iraniani, che con l’Arabia Saudita stanno combattendo una guerra per l’egemonia sul mondo islamico sfruttando le fratture intra-religiose che attraversano la regione).

Non solo. Se il nuovo presidente americano arrivasse ad occuparsi di Siria con il capitolo di Aleppo oramai chiuso, lo sforzo che è facile immaginare verrà messo in campo contro lo Stato Islamico (organizzazione terroristica sunnita) si tradurrebbe quasi inevitabilmente in un aiuto indiretto ad Assad e all’asse sciita capeggiato da Teheran, senza un’equivalente possibilità di indebolirlo (magari appunto armando e finanziando i ribelli siriani sunniti nell’area di Aleppo).

Questo creerebbe probabilmente delle tensioni tra Casa Bianca e Arabia Saudita. Inoltre il neo-presidente americano, se volesse pianificare un attacco su Raqqa (la capitale siriana dell’Isis), dovrebbe anche risolvere il rompicapo della questione curdo-turca: l’unica forza di fanteria dimostratasi efficace contro l’Isis sono i curdi (i ribelli filo-turchi, anche quando fortemente supportati da Ankara, continuano a dimostrarsi poco affidabili), ma Washington non può sperare di convincere i curdi a sacrificarsi per Raqqa (città estranea ai territori tradizionalmente curdi) senza promettere loro in cambio qualcosa. Quel qualcosa è quasi certamente l’unità del Rojava (il Kurdistan siriano), la sua autonomia se non la sua indipendenza.

Ma questo è un esito indigeribile per la Turchia, con gli Usa sono già ai ferri corti dopo il fallito golpe di luglio scorso. Togliendo Aleppo dal tavolo, Mosca, Teheran e Damasco limiterebbero dunque lo spazio di manovra del futuro presidente americano, e lo costringerebbero a concentrarsi sulla partita più ingarbugliata dell’intero scacchiere (il triangolo appunto isis-curdi-Turchia) senza lasciare grossi spazi per eventuali compensazioni. Di qui l’urgenza di vincere in fretta la resistenza degli assediati. E in guerra l’urgenza fa sempre rima con violenza.

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