Siamo meno competitivi dell'Azerbaijan, e la colpa è dello Stato

Gli indici di competitività del World Economic Forum non lasciano spazio per interpretazioni alternative: può l'ottava economia del mondo avere un’amministrazione pubblica tra le peggiori al mondo? No, non può. E siamo già oltre il punto di rottura

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29 Settembre Set 2016 1017 29 settembre 2016 29 Settembre 2016 - 10:17

Può l’ottava economia al mondo, essere 44esima - su 138 paesi - per indice di competitività globale? Può essere 103esima come qualità delle istituzioni? 93esima come ambiente macroeconomico? 119esima come efficienza del mercato del lavoro? 122esima come sviluppo dei mercati finanziari? A quanto pare, sì, è possibile e se non conoscessimo l’Italia probabilmente penseremmo a un errore, nei dati del World Economic Forum.

No, invece. E peraltro, non è da oggi che funziona così. Anzi, confrontando la classifica di quest’anno con quella dello scorso anno, scopriamo che abbiamo guadagnato una posizione in classifica generale - comunque sopravanzati da potenze economiche come Malaysia, Thailandia, Polonia, Cile, Lituania e Azerbaijan - e addirittura tre come qualità delle istituzioni e quattordici come efficienza del mercato del lavoro.

Giù le mani dalla magnum di Prosecco però, perché non c’è proprio nulla per cui brindare. Soprattutto, perché nel rapporto c’è l’elenco di tutto quel che non si è fatto, si doveva e si dovrebbe fare a partire da stamattina, se non fossimo troppo impegnati a discutere di quanto è cattiva la Germania e del Ponte sullo Stretto di Messina. Anche perché come qualità delle infrastrutture viarie siamo 57esimi al mondo (46esimi per quanto concerne quelle stradali, 31esimi per quelle ferroviarie).

Male, ma non malissimo come in altri ambiti. Dove davvero i dati italiani mettono i brividi. Siamo 120esimi al mondo come meritocrazia, 130esimi come sprechi nella spesa pubblica, 136esimi (terzultimi) come oneri dovuti agli enti pubblici e come efficienza della legislazione civilista, 125esimi per quella sulle regole della concorrenza, 128esimi per trasparenza delle decisioni politiche, 122esimi nella protezioni degli azionisti di minoranza, 129esimi per pressione fiscale, 137esimi per l’inefficacia degli incentivi fiscali a investire. Il tutto, con il quarto peggior rapporto debito/Pil tra i 138 paesi presi in esame.

Siamo 130esimi come sprechi nella spesa pubblica, 136esimi come oneri dovuti agli enti pubblici e come efficienza della legislazione civilista, 128esimi per trasparenza delle decisioni politiche, 129esimi per pressione fiscale, 137esimi per l’inefficacia degli incentivi fiscali a investire. Il tutto, con il quarto peggior rapporto debito/Pil tra i 138 paesi presi in esame. In poche parole: paghiamo carissimo uno Stato che spende tantissimo e funziona malissimo

In poche parole: paghiamo carissimo uno Stato che spende tantissimo e funziona malissimo. Segnatevelo bene nella testa: tutto il resto sono alibi di chi è beneficiario o corresponsabile di questa gestione della cosa pubblica italiana. Una corresponsabilità che chiama in causa tutti: non solo una macchina pubblica che zavorra un Paese che potrebbe volare. Non solo i politici che l’hanno assemblata e che infatti sono al 116esimo posto come fiducia dei loro cittadini. Ma è anche colpa dei cittadini stessi, che si lamentano dell’inefficienza dello Stato ogni volta che possono, salvo far scivolare questa istanza agli ultimi posti della loro personale agenda politica man mano che si avvicinano le elezioni.

Curioso: perché in effetti è questa, in mezzo a tante chiacchiere, l’unica cosa da fare in Italia. Smontare pezzo per pezzo uno Stato fondato sull’assistenzialismo e sulla prevalenza degli interessi del dipendente anziché su quelli del cittadino, e ricostruirlo daccapo. Digitalizzando tutto il digitalizzatile. Rendendo trasparente e tracciabile ogni processo, dagli acquisti alle gare. Semplificando drasticamente ogni passaggio burocratico che si frappone tra cittadini, imprese e la loro libera iniziativa. Cambiando alle radici una cultura amministrativa che è pensata scientemente per tenerci a terra, per far vivere alla grande chi vive di rendita e ammazzare - o far scappare - chi potrebbe contribuire allo sviluppo.

Consiglio disinteressato per chi abita a Palazzo Chigi e per chi vorrebbe farlo: è questa la vera sfida dei prossimi anni. Una sfida che va oltre i generici richiami alla spending review e i tiepidi riformismi, e che si sostanzia in una vera e propria rivoluzione del rapporto tra Stato e cittadini. Comunque vada il referendum è la carta da buttare sul tavolo a partire dal 5 dicembre, l’all in per far diventare davvero adulto questo Paese. Tutto il resto - quattordicesima ai pensionati compresa - è tirare a campare. E a differenza di quando c'era Andreotti, non è sufficiente per evitare di tirare le cuoia.

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