Altro che Germania egoista, è l'Italia che è autarchica e chiusa

La cattiva Germania è spesso il mostro cattivo che indichiamo per giustificare le nostre incapacità, ma in realtà i numeri parlando chiaro: siamo fermi al palo e chiusi rispetto ali mercati

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30 Settembre Set 2016 1321 30 settembre 2016 30 Settembre 2016 - 13:21
Messe Frankfurt

E’ ben conosciuto il presunto peccato capitale dei tedeschi, ovvero l’eccessivo surplus commerciale che la Germania ha accumulato, sforando i limiti del 6% raccomandati dalla Commissione Europa, raggiungendo e superando l’8%, in aumento rispetto agli anni precedenti. Il premier Renzi non manca di ricordarlo, soprattutto quando all’Italia viene negata (più a parole che nei fatti) ulteriore flessibilità sui conti e la possibilità di non rispettare la cifra del deficit/PIL messa nero su bianco l’anno precedente dal governo stesso.

La Germania non rispetta le regole, perchè l’Italia dovrebbe farlo? Questo il pensiero di Renzi e di tanti altri. Non solo, un sottoinsieme si spinge ad attribuire a questa violazione delle regole le difficoltà nella crescita dei Paesi periferici dell’Unione, in primis dell’Italia.

Molto si è detto e si è scritto, per esempio è stato fatto notare come se un Paese ha il potere di diminuire le spese e aumentare le entrate, certamente non può convincere le proprie imprese a non esportare, o i cittadini di uno Stato estero a non acquistare i propri prodotto o i suoi stessi cittadini a comprare più beni stranieri, italiani, francesi, o spagnoli.

Tanto più se ormai questo surplus è in realtà molto più con il resto del mondo che con i Paesi dell’area euro, verso cui, anzi, è in calo. E tanto più se, appunto, i tedeschi già lo fanno, già acquistano prodotti esteri più di quanto si immagini generalmente e più di quanto facciano italiani, greci, spagnoli, inglesi, francesi. Quello che non viene detto infatti è che se la Germania è una grande esportatrice, è anche una grande importatrice.

Chiaramente più il Paese è piccolo e più il valore di import ed export rispetto al PIL saranno alti, per ovvie ragioni, eppure nonostante la Germania sia lo Stato più grande per popolazione in Europa, e il secondo tra quelli esaminati dopo gli USA, il suo import corrisponde al 39,2% del PIL, contro il 31,4% della Francia, il 30,7% della Spagna, il 27% dell’Italia.

Naturalmente una distanza ancora maggiore vi è nell’export che rappresenta il 46,8% del PIL inglese.

Tuttavia non possiamo non guardare al fatto che quei Paesi, Italia in testa, che accusano la Germania di “concorrenza sleale” verso di loro, e di non incrementare, tramite aumento di salari e spesa pubblica, l’import, sono poi tra quelli meno aperti. L’Italia, se escludiamo un colosso da 330 milioni di abitanti come gli USA, è il Paese OCSE che importa meno rispetto al PIL, alla faccia delle lamentele di chi grida alla mozzarella tedesca o all’olio spagnolo e tunisino, e accusa i cinesi di averci invaso di prodotti.

La realtà è che siamo i più autarchici in Europa. Mentre i più aperti risultano Paesi come Irlanda, Belgio, Slovacchia, Ungheria, in cui le importazioni valgono tra il 70% e il 90% del PIL. E non solo perchè piccoli. Grecia e Portogallo hanno gli stessi abitanti del Belgio, ma il valore del loro import sul PIL è meno della metà. Guarda caso quei Paesi, quelli che più importano, sono anche tra quelli che più crescono.

I Paesi che accusano la Germania di concorrenza sleale, Italia in testa, sono tra i meno aperti: l'Italia è il Paese OCSE che importa meno rispetto al Pil, esclusi gli Stati Uniti

Qui vediamo la relazione tra abitanti e importazioni. Se è vero che i Paesi più grandi importano meno, non è una legge perfetta, e la Germania, come la Polonia, lo dimostrano.

E’ una situazione determinata dalla crisi che affossa la domanda, osservano molti. In realtà la la Germania già superava Italia e Francia nei primi anni 2000 e ancora prima della crisi si è aperta al mondo, mentre noi e i cugini transalpini siamo rimasti sostanzialmente allo stesso livello di import dei primi anni 2000, con solo un aumento del 3% circa, alla faccia della globalizzazione.

Se poi osserviamo quali sono i prodotti più importati in Italia e in Germania nel 2015 secondo worldstopexports.com, vediamo che nel nostro Paese al primo posto vi è il petrolio, che è solo al quarto in Germania, dove invece sono giunte auto per 102 miliardi, il 9,7% del PIL. 36 miliardi invece il valore della autovetture importate in Italia, l’8,9% delle importazioni.

Vi sono quindi una serie di luoghi comuni che come spesso accade si dimostrano falsi.

Da un lato il presunto rifiuto della Germania a spendere di più ed aumentare le importazioni, anzi, invadendo i mercati del Sud Europa con propri prodotti (le auto, appunto). In realtà oltre a importare più degli altri, ora il Paese di Angela Merkel è quello che sta più aumentando la spesa pubblica e i salari, come non accadeva da una quindicina d’anni.

Dall’altro l’Italia non è affatto sottoposto all’invasione di prodotti stranieri, anzi, è tra i Paesi più chiusi, ed è facile immaginare come, al contrario, sia questo, e non la globalizzazione, a contribuire alla nostra minore competitività.

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